Responsabili per caso e per necessità di Concetta Russo (Pubbl. 16/07/2019)
Il tema della responsabilità, sul quale siamo stati invitati a dare un contributo, rischia di farci saltare di palo in frasca se non localizziamo i suoi confini, sapendo che richiamare altri ambiti dell’agire umano nei quali si annida è impresa necessaria, ardua ma possibile. La responsabilità ci sostiene nelle relazioni con gli altri e con noi stessi e, come molte altre sfere del vivere quotidiano, ha bisogno di ancoraggi. I legami che la responsabilità intrattiene con l’etica e la morale non ci autorizzano a farne un fritto misto da servire alla tavola già imbandita dei trasgressori. È tempo sprecato richiamare altri e noi stessi al dovere, se siamo sordi ai proclami e reagiamo con fastidio a precetti che sembrano cadere dal cielo e sono d’intralcio a quelli che intanto abbiamo piantato sulla terra. Redarguire appellandosi al timore e all’amore per il prossimo o a Dio può bastare a qualcuno o a tanti, a molti altri no. Si può essere responsabili, eseguire un compito e un ordine con estrema diligenza, senza lasciarsi scalfire e farsi coinvolgere emotivamente o comprendere il senso morale che soggiace dietro alle nostre azioni, che altri pretendono siano colte nella loro evidenza (si ricorda il processo al criminale nazista Eichmann). Il dialogo tra Dio e Caino nel Vecchio Testamento descrive la sofferenza di Dio, il suo rammarico per l’incapacità contrita di Caino di entrare in contatto con se stesso, con la sua natura predestinata al crimine. Ancor prima di commettere il fratricidio, Dio pretende dallo sfortunato Caino una preveggenza, un controllo su intenzioni e pensieri prima di agire, un attributo a quei tempi che poteva essere solo divino (A.B. Yehoshua, Il potere terribile di una piccola colpa). Da allora, oltre che affidarsi alle ‘Verità rivelate’ e ad altri racconti primordiali, tanto cari e sacri ai popoli sparsi sulla terra, molte cose sono accadute e tante si conoscono, ivi compresi i moventi dell’agire umano. Ai laici come ai non laici la consolazione di un buon sermone può non bastare, è poca cosa a confronto di quanto continuiamo ad apprendere in questa vita.

Come ha scritto Darwin, “Che libro potrebbe scrivere, un avvocato del diavolo, su tante opere della natura che sono malriuscite, dissipatrici, confusionarie, meschine e orribilmente crudeli!”. E tra le opere di madre natura ci sono tutte le specie di animali cui l’uomo e la donna appartengono equipaggiati con emozioni, di frequente simili a un esercito indisciplinato, con le quali il nostro senso morale e di responsabilità è intimamente legato.

Richiamare alla responsabilità facendo leva sulla fumosa coscienza ignorando le particolari sensibilità - naturalmente e culturalmente evolute – e le condizioni che facilitano, oppure ostacolano, l’assunzione di responsabilità è infruttuoso quanto fustigare i poveri di spirito (si pensi a quante cose sono cambiate in meglio attraverso la conquista e il riconoscimento di ambiti sempre più ampi di autonomia, elemento quest’ultimo imprescindibile per l’assunzione di responsabilità). Ancora ci rifiutiamo di ammettere che esiste una natura umana e che “occorre riconoscere i piaceri e le sofferenze universali che rendono alcuni cambiamenti desiderabili” e praticabili (Pinker, Tabula rasa). Restare prigionieri di pensieri neghittosi ci pone al riparo da qualsiasi critica e ci fa troppo sentire dalla parte dei giusti: il terreno elettivo sul quale misurarci in termini di responsabilità è quello dell’impegno e delle lotte sociali. A pensarci bene le armi che possiamo usare in modo selettivo e accorto per risollevare la sorte dei più deboli, uomini donne e altri animali, sono balisticamente più precise del furore con il quale si lanciano le parole come fossero pietre e massi, senza nemmeno curarsi di prendere la mira.

Quando ci interroghiamo sui motivi delle nostre azioni, quando ci poniamo domande che non ci siamo mai poste, trasformando noi stessi in oracoli, le risposte sono spesso di una semplicità che ci imbarazza e se siamo stati recettivi, seguirà un salubre disagio per lo spaesamento causato dall’abbandono di posizioni nelle quali faticosamente, gioiosamente o dolorosamente ci siamo rintanati. Il punto è porsi le giuste domande e fare scelte di campo che non sempre sono uguali per tutti, incominciare a tracciare un legame tra la responsabilità e il fare o non fare, il saper fare e il saper fare bene. Per affrontare e caricarsi di responsabilità a volte occorre sfidare i cinici e gli scettici che per oziosità disprezzano la democrazia, che certamente non si esaurisce con il parlamentarismo. I critici della modernità, diffusi tra celebri pensatori come tra persone non allenate al pensiero, non riescono a trovarsi a proprio agio con gli strumenti del confronto, aristocratici e pessimisti non hanno alcun riguardo ma solo disprezzo indifferenziato per la gente comune. Forse è tempo di rioccupare spazi dai quali siamo fuggiti o ci siamo fatti cacciare senza opporre troppa resistenza. Un conto è essere consapevoli delle manchevolezze della politica e dei suoi limiti, un altro è ricavarne affermazioni generali sul mondo e far pendere da quel lato tutto l’agire, lasciando inesplorati altri campi per la ricerca di adeguate soluzioni a problemi vecchi e nuovi che ancora affliggono tanta gente. La lotta non è impari basta mettere da parte il disprezzo che ci assilla per il ‘volgo’ credulone e non abbandonarlo al suo destino d’inerme spettatore ed elettore, smetterla di rivolgersi solo ai pochi eletti, finirla di ridurre il pensiero ad angusti e sentenziosi aforismi. Non a caso la destra, che pur schizzinosa, insofferente e beffarda nei confronti di ogni forma d’intellettualismo, esprime simpatia verso maestri apodittici, sprezzanti e nichilisti, come pure questi maestri, portatori di messaggi ominosi, cercano un luogo dove il loro pensiero trovi dimora: le loro idee bislacche e contorte possono attecchire e prendere vita solo in corpi che agiscono come ‘morti viventi’. Per essere responsabili bisogna saper riconoscere lo sbaglio, l’errore e porvi rimedio o averne rimorso per tutta la vita, in ogni caso avere il coraggio di rivendicare le idee e i principi che ci hanno ispirato. La responsabilità è una chiamata, qualcosa che ci esorta a uscire dal nostro guscio, rischiando. C’è chi incontra l’amore e si salva e c’è chi si schianta con l’odio e stramazza. “Senza la guerra il mio carattere mi avrebbe tenuto certamente lontano dalla vita pubblica” ci dice Luigi Pintor in “Servabo”. La responsabilità, quando è semplice assolvimento del dovere, è invisibile, si mostra quando vogliamo riparare agli errori senza necessariamente esserne pentiti o quando, ricordando e meditando, tentiamo un bilancio della nostra esistenza su un orizzonte temporale più ampio e allora si appalesa avvolta tra svariate, necessarie e casuali situazioni. Pensiamo a quante volte il caso ci ha messo di fronte a delle scelte dove non sempre erano nitide e nette le conseguenze. Pensiamo con orgoglio a quei momenti quando la vera responsabilità è stata la disobbedienza, la ribellione a scelte altrui, l’esporsi in prima persona a difesa di qualcuno o qualcosa, perché la nostra particolare sensibilità (emotività) non accetta l’ingiustizia che come tutti abbiamo riconosciuto da bambini. È uno stile di vita da cui, una volta intrapreso, accompagnato con mestizia per la perdita della nostra giovanile spensieratezza, è quasi impossibile separarsi. È un sentiero solcato dalla tristezza e da qualche ripensamento, dall’afflizione per i nostri fallimenti, ma ostinatamente non abbandoniamo più. È l’Araba fenice degli antichi egizi, necessaria al nostro bisogno di autonomia e di autoaffermazione, nel bene come nel male, è tutto qui il vivere con responsabilità, perché ci fa bene e ci fa sentire ampiamente ricompensati dalle umiliazioni che a volte ci è toccato subire ed è questo quello che fa la differenza tra un automa e noi.

Il caso della Sea Watch capitanata da Carola Rackete è esemplare, il suo coraggio ci scuote, ricorda le argomentazioni di Thoreau quando, in piena era della schiavitù, incoraggiava gli americani alla disobbedienza civile. “Non sono venuto a questo mondo innanzitutto per farne un buon posto nel quale vivere, ma per viverci, buono o cattivo che esso sia. Un uomo non deve fare tutto, ma qualcosa; e poiché non può fare tutto, non è comunque necessario che debba fare qualcosa di sbagliato.” (Henry David Thoreau, Disobbedienza civile).

Commento di Alfredo
Ottimo, da leggere da cima a fondo, Profondo, scava fino a trovare radici preziose, necessarie per costruire ponti tra pensieri e persone anche molto distanti, ma uniti da una sensibilità e da un umanità condivisa, che ci fa guardare al futuro con più ottimismo. O solo, con meno pessimosmo. Alfredo

 
 
 
 

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