Quando il gatto non c’è… di Giuseppe Capuano (Pubbl. 05/07/2019)

L’otto giugno scorso, l’incuria in cui versano la maggior parte degli edifici napoletani, quelli dei ricchi e dei meno ricchi senza differenza alcuna, ha ucciso un’altra persona la cui unica colpa è stata quella di trovarsi nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Un caffè a via Duomo nel 2019 può anche costarti la vita. Sulla stampa locale il drammatico evento è stato ampiamente commentato. Negli ultimi anni in città, diverse sono state le morti causate dall’incuria, ricordiamo: Fabiola Di Capua, 37 anni, uccisa a via Caracciolo dal crollo di un palo per l’illuminazione (di proprietà pubblica); Salvatore Giordano di soli 14 anni ucciso a via Toledo dalla caduta di parte di un cornicione della Galleria Umberto (un enorme condominio a proprietà mista pubblica e privata); quest’anno Rosario Padolino, 66 anni, a via Duomo ucciso dalla caduta dell’intonaco di un edificio privato. Un elenco incompleto, tutti eventi assassini che da un punto di vista tecnico sono causati dall’incuria e la responsabilità che consegue non è solo quella penale e amministrativa, ma anche quella legata all’omissione di un’attenta e costante cura dei manufatti, che ricade su soggetti diversi. Eppure sui giornali l’unico colpevole è stato individuato nella cattiva amministrazione pubblica. Una delle tanti varianti di Piove, Governo ladro! Su queste problematiche abbiamo interpellato l’arch. Pierino Vacca, classe 1952, una lunga carriera iniziata subito dopo la laurea negli studi professionali, poi attività di consulenza a diversi enti locali, collaborazioni e incarichi di docenza universitari, fino all’immissione nel ruolo di funzionario architetto nelle fila dell’esercito, forse oggi sarebbe meglio dire nella brigata, del Ministero beni culturali. Minuto, sopracciglia alla Lucifero, un aspetto sobrio, con una eleganza curata nei particolari, uno sguardo che evidenzia un’intelligenza frizzante e, noi che lo abbiamo conosciuto al lavoro, sappiamo associata ad un rigore quasi maniacale. Da qualche anno in pensione ci risponde con un tono greve che nel corso della nostra conversazione è amabilmente interpuntato da freddure, precisazioni ironiche che riescono a strappare sorrisi.

Architetto Vacca, condivide queste nostre perplessità? I privati cittadini, come le società private e le pubbliche amministrazioni proprietarie di immobili, non hanno prima di tutto un dovere, un obbligo, la responsabilità di prendersi cura delle cose di loro proprietà?

Non volendo trascurare gli aspetti tecnici della questione, mi sento di affermare che non c’è senso di responsabilità se non c’è senso etico nel proprio agire. Certo i manufatti edilizi hanno una loro vita e, per questo, hanno bisogno di essere “curati”. Piccolo o grande, di valore storico e architettonico o semplice, essenziale dimora, è necessario sempre prevedere una manutenzione. Il caso a cui lei fa riferimento, senza entrare in dettagli che non conosco, è il segno e l’inquietante conferma che ormai si agisce quasi esclusivamente per difendersi dalla responsabilità, intesa come conseguenza civile e penale del proprio agire. Mi risulta che erano stati eseguiti alcuni interventi provvisionali per limitare il rischio che la caduta di parti d’intonaco potesse far danni alle cose e alle persone. I tamponamenti, le reti di protezione, servono nell’immediato ma devono essere propedeutici all’avvio di una vera manutenzione. Va considerato infatti che se predispongo una protezione pensando che entro pochi giorni, settimane, massimo mesi, intervengo è un conto, se poi a quel primo intervento segue l’inerzia per anni, quei dispositivi perdono ogni funzione: le reti si logorano per l’effetto degli agenti atmosferici e puòvenir meno lo stesso supporto su cui sono state ancorate”.

Lei dice “ormai si agisce”, perché c’è stato un tempo in cui non era così?

“La storia dell’edilizia è la storia dell’uomo. Una storia che, in luoghi come Napoli dove la stratificazione è millenaria, è immediatamente visibile nei rimaneggiamenti, nelle modificazioni, in quelli che oggi chiamiamo adeguamenti funzionali degli edifici, delle strade, delle piazze. Non solo interventi complessi, a volte una semplice tinteggiatura con la calcina servivano e servono a igienizzare le abitazioni dopo l’inverno per affrontare il caldo e l’inevitabile assalto degli insetti. Tutto questo però avviene quando si considera che l’edificio ha un valore economico-commerciale, oltre che un valore d’uso. Queste attività hanno prodotto anche autentici gioielli architettonici quando il rimaneggiamento è stato fatto con cura e sensibilità estetica secondo il gusto dell’epoca: si pensi alle trasformazioni, spesso dettate anche da esigenze manutentive, che hanno subito i tanti impianti edilizi a Napoli in epoca barocca. Queste sane abitudini si stanno perdendo e si vive un paradosso: nulla è più costruito per durare ma non si è però consequenzialmente coerenti”.

A cosa si riferisce in particolare?

“In Italia abbiamo accumulato esperienze e competenze, messo a punto tecniche e metodiche per il restauro conservativo degli edifici in muratura che sono i più sorvegliati, anche se in modo insufficiente e certamente non sistematico, ma si trascura del tutto l’attenzione sul costruito moderno e contemporaneo, di qualità e non. Drammatica dimostrazione è stata il crollo del Ponte Morandi a Genova. Grande scandalo, ma poi?

Ne abbiamo discusso con il prof. Nunziante nel settembre scorso

“C’è un altro aspetto che vorrei sottolineare: nel nostro sud in particolare il rapporto con gli spazi pubblici è conflittuale, mai partecipativo. Prevale una cultura, una dimensione antropologica, che vede nello spazio pubblico o una fonte di pericolo da cui difendersi o un terreno di conquista (i tanti abusi dei negozi o delle abitazioni che si allargano a dismisura sui marciapiedi, sulle strade, i tanti balconi abusivi). Non si percepisce un rapporto armonioso tra il dentro e il fuori. Si cura l’interno dell’appartamento ma si trascurano del tutto le parti esterne, le parti comuni dei fabbricati, le facciate dell’edificio e poco ci interessa dove finiscono le acque piovane, se fuori dal mio condominio una fogna trabocca, un tombino è ostruito. Faccio un esempio che tutti possono verificare. Chi provasse a cercare un alloggio per un periodo di vacanze a Napoli troverà tanti annunci di bed & breakfast. Gli annunci sono ricchi di immagini ma solo degli interni. Magari sono anche graziosamente rifiniti ma non c’è un’immagine del percorso per raggiungerli, perché sarebbe certamente demotivante visto il contesto degradato in cui sono collocati questi appartamenti. Si sottovalutano i danni che l’incuria delle parti comuni o pubbliche può arrecare anche alla mia proprietà e si ignora il valore aggiunto che può rappresentare un contesto ben curato”.

Torniamo un attimo alla questione della responsabilità, che Lei chiaramente ritiene vada anche coniugata in termini etici. Se non vogliamo far ricadere ogni colpa sull’autorità pubblica e ancora sulla politica in senso lato, i cittadini - quelli che da questa politica continuano a prendere le distanze e penso anche al sempre più alto astensionismo elettorale - come possono agire?

“Vorrei subito chiarire che, dal mio punto di vista, quando la politica è intervenuta sulla responsabilità, parlo soprattutto sul piano tecnico, ha peggiorato la situazione. Esiste una serie infinita di norme e regolamenti che se si volessero rispettare tutti, compresa la compilazione di moduli e dichiarazioni, non ci sarebbe il tempo di svolgere correttamente la funzione di controllo e di tutela dell’incolumità delle persone nei cantieri o nei luoghi pubblici. Abbiamo assistito ad un processo di burocratizzazione del concetto di sicurezza che, nei fatti, più che sensibilizzare e responsabilizzare l’intera comunità ha avuto l’effetto di deresponsabilizzare alcuni dei diversi soggetti in campo. Un corretto e democratico agire sociale ed economico necessita di un retroterra etico condiviso, senza il quale non può essere perseguito alcun obiettivo virtuoso. È vero però che non tutto dipende dalla politica, quella dei partiti, dei gruppi elettorali, dei governi ma c’è anche un’altra politica, quella delle istituzioni universitarie, degli ordini professionali, delle amministrazioni periferiche dello Stato. Quest’altra politica ha un compito essenziale, quello di lavorare sulla consapevolezza. Le persone, per fare delle scelte, devono essere messe nelle condizioni di farle. Devono essere rese consapevoli che la mancata manutenzione di un determinato bene incide sulla sicurezza del bene stesso ed implica un rischio per l’incolumità propria e degli altri. Non c’è bisogno di nessuna legge speciale, di nessun nuovo finanziamento. Basterebbe cambiare i titoli e le finalità dei progetti di ricerca già finanziati, mettere ordine negli archivi degli uffici tecnici dei Comuni e delle Soprintendenze e raccordare tra loro dati e informazioni. Si tratterebbe di attivare un censimento sistematico e scientifico sullo stato di conservazione sia degli edifici storici che di quelli moderni”.

Attivare il famoso “Libretto del Fabbricato” che poi non è più diventato obbligatorio.

Certo ma non solo. Si tratta di creare un clima di consapevolezza. Bisogna aiutare le persone a capire due cose: - primo, la manutenzione non è un optional ma è essenziale per la vita di un edificio; –secondo, curare il decoro del contesto non è meno importante del decoro interno alla proprietà. Un intonaco sfaldato fa penetrare acqua, umidità o, se si tratta di fabbricati in cemento armato, può danneggiarne la struttura. A me piacerebbe, nel tornare a casa o nell’accogliere un ospite, sapere che ha attraversato una strada ben curata, pulita, attorniata da edifici anch’essi puliti, in buono stato di conservazione. Ciò migliorerebbe la qualità della vita e farebbe crescere il valore del nostro bene immobile”.

Architetto, nella sua lunga carriera si è occupato anche di tutela paesaggistica. Anche qui la responsabilità personale incontra la responsabilità pubblica. Quella sul paesaggio è una competenza che da tempo la legge affida alle Regioni. In tempi in cui si fa un gran parlare della proposta di una nuova autonomia differenziata, che qualcuno ha definito la secessione dei ricchi, è giusto chiedersi, avendone competenza esclusiva, la Regione Campania come abbia usato questi suoi poteri, cosa ha fatto per tutelare il paesaggio, concetto che considera l’interazione tra l’agire umano e la natura dei luoghi?

Erano i primi anni ’90, da poco arrivato alla Soprintendenza di Napoli. Il Ministero per i Beni Culturali, assecondando la temperie culturale di quegli anni che registravano una diffusa, quanto oggi smarrita, sensibilità ambientalista nella comunità napoletana, ma anche rispondendo alla pressione di associazioni culturali nazionali e di singole personalità della cultura ambientalista, decise di esercitare il potere sostitutivo, attribuito dal legislatore nazionale in materia di pianificazione paesaggistica, nei confronti della Regione Campania che rimaneva inadempiente rispetto agli obblighi di legge. Fu la prima volta che accadde in Italia: si trattava di redigere, a cura del Ministero, il piano paesaggistico indicato nella così detta legge Galasso, la 431 del 1984. L’urgenza era anche legata al fatto che la menzionata norma, all’art. 1 quinquies, vietava ogni intervento modificativo dello stato dei luoghi in aree vincolate, fino all’approvazione del piano paesaggistico regionale, statuendo altresì l’obbligo di dotazione dello stesso da parte delle Regioni. Sicché, stante l’inadempienza regionale, i Comuni non potevano realizzare opere urgenti ed essenziali, nonché di natura pubblica, come l’adeguamento degli impianti fognari, nuove tratte e serbatoi per la riserva e distribuzione dell’acqua potabile, potenziamento e miglioramento della rete viaria anche sovracomunale e perfino gli ampliamenti/adeguamenti delle aree cimiteriali! Il gruppo di lavoro per la redazione dei Piani Territoriali paesaggistici di Napoli e provincia fu costituito dall’allora Soprintendente di Napoli e provincia arch. Mario De Cunzo, con l’obiettivo primario della rimozione delle condizioni di stallo in cui versavano gli ambiti territoriali interessati dalla immodificabilità, obiettivo da perseguire attraverso la definizione di disposizioni, norme e criteri finalizzati, di sicuro, alla salvaguardia dei valori paesaggistici posseduti dalle aree ma, per altro verso, sufficientemente specificati per sottrarre la materia alla discrezionalità, all’interpretazione libera della norma non cogente e, soprattutto, atti a fornire una “lettura” del territorio e dei suoi valori, così dotando i Comuni di una sorta di linee-guida secondo le quali costruire la subordinata pianificazione urbanistica. Sono passati 25 anni e siamo ancora in presenza dello stesso piano paesaggistico, mai aggiornato, benché ritenuto inadeguato e persino ostativo dello sviluppo virtuoso e sostenibile del territorio. Anzi, c’è da dire che i più convinti sostenitori dell’obsolescenza e dell’inadeguatezza dei piani vigenti in Campania sono stati e sono tuttora proprio i progettisti “ministeriali” degli stessi, che hanno posto la questione agli innumerevoli tavoli tecnici della copianificazione Stato-Regioni con il solo risultato di ingenerare sospetti specie nell’interlocutore “politico” presente a quei tavoli: l’autorità ministeriale che ammette i limiti della propria azione chiedendo perfino ai diversi soggetti coinvolti nel processo di pianificazione di intervenire con azioni condivise? Una novità assoluta! Peccato che c’è solo da sospettare stante il carattere insidioso ed eversivo di una simile posizione culturale!”

Ma è questione solo politica, nel senso che esiste una difficoltà a far conciliare interessi a volte palesemente contrapposti, o c’è anche un’inerzia professionale e tecnica? Insomma quando non ci sono i gatti, i topi ballano?

Immaginare i tanti mie colleghi vestiti da topi che ballano mi diverte molto. Ma non avevamo detto che non ci interessava discutere del livello politico? Sono convinto che i tecnici, tante volte molto bravi, dispersi negli enti locali, alla regione e nelle soprintendenze, hanno tutti gli strumenti per svolgere sì una funzione di controllo ma anche di stimolo, di supporto per rendere i cittadini più consapevoli. Ci sarebbe tanto da fare senza particolari sforzi economici ma con un grande impegno professionale. Attivare questo meccanismo sarebbe molto utile anche per aiutare le nuove generazioni di tecnici che si stanno pian piano sostituendo ai più anziani. Negli anni Ottanta in Campania, purtroppo sull’onda tragica del devastante terremoto, tanti tecnici hanno avuto l’opportunità di vivere una stagione di grandi progetti, di misurarsi con la ricostruzione e il restauro conservativo di tanti manufatti. Quello a cui penso è costruire invece una nuova stagione di crescita professionale collettiva intorno all’idea della azione preventiva e della manutenzione costante. Torniamo alla responsabilità. A fronte della colpevole disattenzione della politica alle questioni anche complesse, a volte solo complicate, della sostenibilità dello sviluppo urbano e edilizio in generale, è necessario che le strutture tecniche, gli ordini professionali, le università riprendano a svolgere un ruolo concreto, operativo oltre che di pungolo alla parte politica. Si tratta di fare Buona Amministrazione. Questione di responsabilità? Questione etica? Entrambe, sicuramente.

 
 
 
 

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