La responsabilità della memoria di Falcone e Borsellino… di Lorenzo Paolo Di Chiara (Pubbl. 28/08/2019)

Ho sempre avuto con me la foto di Falcone e Borsellino, come segnalibro, come poster oppure sul PC o nella memoria interna del cellulare. Ognuno ha i suoi miti e i suoi eroi. I due giudici siciliani incarnavano, per me, lo spirito puro dell’eroe giusto e sconfitto. Cervantes avrebbe detto che la sconfitta è, in fondo, il vero blasone dell’anima nobile. Ma non ho mai pensato alle vicende umane di questi eroi come a una vera sconfitta. Però credo convintamente che colui che, a fronte d’un nemico dotato di numeri e forze soverchianti, decida comunque di affrontarlo a viso aperto, dimostra di attingere a forze interiori di livello superiore rispetto a quelle di chi aderisce alla mentalità comune. Per uomini come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, l’adesione a un solido complesso di valori e la tutela della dignità hanno giocato un ruolo preponderante anche rispetto all’istinto di conservazione del corpo che abitavano. Nel 1992 avevo nove anni. Il TG andò in onda in edizione straordinaria, interrompendo gli altri programmi. Arrivò così la notizia della strage di Capaci, dove persero la vita il giudice Falcone, la moglie e tre agenti della scorta. All’epoca non capivo cosa stesse accadendo, quei ciottoli di asfalto sparsi ovunque, le auto sventrate e il sole oscurato da una nube grigiastra, sembravano scene di guerra, per le quali tra l’altro mi divertivo giocando e fantasticando con i soldatini di plastica. Capii ancor meno quando il tritolo dentro una Fiat 126 uccise il giudice Borsellino e cinque agenti della scorta, in un lasso di tempo di cinquantasette giorni. Credevo convintamente di essere entrato in guerra con tutti i miei adorati soldatini di plastica. Ero troppo sbarazzino, all’epoca, per comprendere l’amaro disagio quotidiano di questi servitori dello Stato abbandonati al proprio destino, respinti, intralciati, come da loro stessi evidenziato in pubbliche interviste.

Prima di loro la mafia aveva ucciso, in vere e proprie esecuzioni singole o multiple, moltissime persone. Però quando con inaudita violenza strapparono alla vita i due magistrati, destando sgomento in tutta la società civile, lì tutti ereditammo la responsabilità di portare avanti le loro battaglie, contro un sistema opprimente. “La mafia è una montagna di merda” l’eco delle affermazioni di Peppino Impastato, anche lui vittima di mafia, ancora oggi risuonano in tutti gli slogan presenti nelle manifestazioni contro i sistemi malavitosi. Dal silenzio complice ed omertoso di un tempo, che sembrerebbe essere così lontano, si è alimentato il risveglio civile, non solo in Sicilia ma sull’intero territorio nazionale. Questo fu un enorme passo in avanti. Il Paese, quello della gente comune, davanti ai feretri, nelle marce della pace che seguirono gli attentati, si dimostrò ricettivo più delle istituzioni, iniziò a coltivare e poi a far sbocciare tanti fiori della legalità. Se la mafia ed i suoi vertici volevano far cadere nel silenzio, con quelle uccisioni delle punte di diamante del sistema giudiziario dello Stato, si innescò proprio il contrario. Ad oggi ancora cresce la consapevolezza e la condivisione dei principi di cui Giovanni e Paolo si sono fatti portatori, ancor più dopo la loro scomparsa. Ogni anno, un giorno prima della tragica ricorrenza della strage di Capaci, dal porto di Civitavecchia parte una nave, nominata solo in quell’occasione Nave della Legalità. Dalla banchina numero otto salperà, trasportando millecinquecento ragazzi selezionati attraverso un precedente concorso organizzato dal Ministero dell’Istruzione, alla volta di Palermo, qui si incontreranno con il Presidente della Repubblica ed altri carusi siculi, per partecipare alle celebrazioni in memoria degli eventi che occorsero nell’isola siciliana. Aldilà della retorica di base, questo viaggio rappresenta innanzitutto il testimone ricevuto in eredità da quegli anni di sangue e ferocia, da cui noi tutti obbligatamente ci dobbiamo difendere quotidianamente, i ragazzi raffigurano invece il seme della legalità, portatore sano di giustizia ed equità. La potenza evocativa dei simboli che ricordano le stragi dei magistrati come Rosario Livatino, Rocco Chinnici e tutti gli altri martiri laici della nostra nazione sono un segno, un riferimento per chiunque continui a sperare di migliorare le condizioni di vita nel nostro Paese. Il loro insegnamento è il più grande lascito civile che abbiamo ricevuto dalla generazione dei nostri genitori. Chiunque provi ad abbassarne la nobile altezza è nostro nemico; chiunque sdrammatizzi la gravità di questi gesti è già parte materiale di quella mefitica zona grigia che consente alle mafie di conquistare quotidianamente spazio mediatico, politico ed economico. La storia insegna che la barbarie o gli invasori puntano a distruggere i simboli per sostituirli o banalmente cancellarli. È opportuno insegnare, in senso strettamente etimologico, cioè imprimendo un segno tramite ricorrenze e associazioni come Libera, anche nelle scuole ciò che nelle interviste diceva Falcone: la bellezza del fresco profumo di libertà. È semplice scivolare nelle sabbie mobili della zona grigia dell’illegalità, attraverso la muta accondiscendenza o tramite i gesti che sembrano semplici, come la richiesta di piccole somme di denaro dallo strozzino della porta accanto. È ora di insegnare ai nostri ragazzi che oltre la mediocrità della corruzione, questo Paese raggiunge quotidianamente vette altissime di dignità attraverso migliaia di eroi silenziosi che combattono la propria battaglia superando scogli giganteschi di conformismo e quieto vivere. Obbligo perseguibile è imparare ad essere cittadini consapevoli e liberi. È l’individuo, il cittadino, che determina e costituisce la vivibilità democratica di una nazione. Questa è l’eredità lasciata. Corre il dovere in capo ad ognuno di noi di trasmettere i loro ideali, il loro vissuto e di farli conoscere alle nuove generazioni affinché si crei una staffetta comportamentale con i più giovani, un passaggio di consegne di quei valori da radicare responsabilmente nelle forze fresche del Paese, in grado di generare una nuova cultura.

 
 
 
 

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