Fuori i mercanti dal tempio! di Sergio Pollina (Pubbl. 28/06/2019)

Siamo, più o meno, nell’anno 33 dell’era volgare, vale a dire circa duemila anni fa. È primavera in Palestina e folle di pellegrini si riversano nel luogo più sacro della loro nazione, il tempio di Gerusalemme, per celebrarvi la Pasqua ebraica. Fra loro vi è un giovane proveniente dalla cittadina di Nazaret che, all’improvviso, compie un gesto straordinario: fattosi una frusta di corda inizia a menar fendenti a destra e a manca, a rovesciare i banchi del mercato e a disperdere gli animali presenti e che, a voce altissima, spiega il perché del suo inaspettato e sconvolgente comportamento che, poco più tardi, gli costerà la vita: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato!” Gesù, ebreo osservante, non tollerò più che in un luogo sacro, simbolo dell’unità della nazione e dimora del Dio unico d’Israele, se ne corrompesse la funzione spirituale e vi prosperasse il mercimonio, la corruzione, il mercantilismo. Sono trascorsi venti secoli da allora, e di quel magnifico tempio erodiano non è rimasto più nulla tranne un tratto di muro davanti al quale, ogni giorno, schiere di devoti pregano, ricordando con tristezza e nostalgia la grandezza del passato. Oggi quella reliquia muraria è conosciuta come “muro del pianto”.

Quella in cui viviamo non è più l’epoca del sacro, certamente non per il mondo occidentale. I simboli e gli orpelli religiosi fanno parte di un passato che difficilmente si ripresenterà con le stesse caratteristiche di una volta, anche se oggi assistiamo al loro sfruttamento utilitaristico da parte di politici spregiudicati e rampanti che non si danno cura alcuna di mischiare “il sacro con il profano”, se questo può risultare utile ad accumulare consensi. Ciò nonostante, esiste ancora, anche se malandato, un “tempio” nel quale, ostinatamente, molti abitanti di nazioni che asseriscono di fondare le loro radici nella tradizione giudaico-cristiana continuano a guardare come al luogo nel quale è conservata l’essenza del mondo in cui oggi viviamo, realizzata attraverso secoli di lotte, di violenze, di sacrifici, di speranze. È il tempio rappresentato dalla democrazia e dalle sue istituzioni. Uomini illuminati, saggi, previdenti, lo hanno edificato, pietra su pietra, e nel suo tabernacolo – come nell’arca dell’alleanza che custodiva le tavole di Mosè – hanno collocato il testo sacro di ogni nazione libera: la Costituzione. Da essa deriva il nostro ordinamento, con la separazione dei poteri, già auspicata da Montesquieu, che stabilisce che essi, il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario, sono tra loro sovrani e indipendenti, dovendo rispondere soltanto alla legge suprema che impone a tutti i componenti di questi tre ordini di esercitare il loro delicato incarico “con disciplina e onore”. Agli eletti è affidato il laicamente “sacro” incarico di gestire la res publica nell’esclusivo interesse dei cittadini elettori, che da tutti loro si aspettano la sottomissione dell’interesse personale a quello collettivo e, come abbiamo già visto, che lo svolgano con disciplina e onore. Potremmo dedicare intere pagine a sceverare il significato di questi due termini, ma non ve n’è bisogno perché essi sono intellegibili a tutti. La storia di questa prima parte del terzo millennio, e di quasi tutto il secolo scorso, a partire dagli anni Venti, purtroppo testimonia impietosamente quanto spesso i rappresentanti del popolo che siedono sui banchi del governo e sugli scranni del Parlamento (dell’ordine giudiziario parleremo in un’altra occasione) siano venuti meno a entrambi i requisiti. In tanti hanno, purtroppo, contaminato il “tempio” che in un tristemente memorabile discorso del 16 novembre 1922 fu definito dal Duce del Fascismo “un’aula sorda e grigia”. L’aula “sorda e grigia”, quasi un secolo dopo, per bocca del fondatore del movimento che attualmente co-governa il Paese, fu definita una “scatoletta di tonno” da aprire nell’asserito intento di smascherarne le nefandezze, le ruberie e l’indegnità morale dei suoi membri. Ma non era necessario che fosse un comico a farci conoscere in quali precarie condizioni versa ormai da decenni il tempio della democrazia; basta dare una rapida scorsa alle sedute parlamentari che sempre più spesso sono il teatro di risse da strada, di linguaggio osceno e volgare, di esibizione di generi alimentari da consumare in diretta come all’osteria, come avvenne a opera di un parlamentare di destra nel lontano 2008, di tristi simboli di morte, come il cappio della forca esibito da un leghista nel 1993 e il gesto dell’ombrello, orgogliosamente esibito dal capo della “Padania” e dai suoi sostenitori. Le contumelie, le irrisioni, la spudoratezza, spesso anche lo scadente lessico grammaticale, l’impreparazione, l’arroganza e l’insulto libero tutelato dall’immunità parlamentare hanno fatto apparire questo tempio come “una spelonca di ladroni”, per usare una metafora evangelica.

È sotto gli occhi di tutti gli italiani il fatto evidente e conclamato che a sedere in Parlamento, oggi, non sono più gli Optimates, e che la candida toga dei Senatores, uomini saggi e illustri, ha ormai da tempo perduto il suo candore. Riterrei appropriato aggiungere che, in non pochi casi, si è perso anche il pudore. Di recente un autorevole (ma solo in virtù dell’incarico) membro del governo e del parlamento ha definito tutti gli italiani un popolo di questuanti affamati, auto proclamandosi loro padre con il compito di sfamare 60 milioni di indigenti figli. Non avevamo mai sentito di un ministro della Repubblica che si assumesse in prima persona l’oneroso compito di sfamare il popolo. Neanche al tempo di Nerone si era arrivati a tanto. Così accade che invece di avere un Pater Patriae, l’ultimo dei quali fu Vittorio Emanuele II, oggi abbiamo “un padre dei figli [affamati] della Patria”. Questo vi è, e tanto altro, a dimostrazione dell’ormai intollerabile livello di demagogia che prospera nel nostro Parlamento e che ricorda tanto l’Argentina dei tempi di Juan Peròn, nella quale fu attribuito alla moglie Evita il titolo di madre dei “descamisados”, la madre dei più umili, degli affamati. Noi, invece, abbiamo il padre degli stessi.

Come si è giunti a un così basso livello del personale politico che oggi regge le sorti di uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea, un paese così fragile che, non credendo più nella rappresentanza parlamentare, affida ogni sua speranza all’«uomo forte» del momento? Come sono lontani i tempi in cui Alcide De Gasperi, il 22 novembre 1947, dopo il voto finale per l’approvazione della Costituzione repubblicana pronunciò queste parole: “A distanza di cento anni mi giunge all’orecchio come l’eco del programma mazziniano, che suonava: «La costituente nazionale, raccolta a Roma, metropoli e città sacra della Nazione, dirà all’Italia e all’Europa il pensiero del Popolo e Dio benedirà il suo lavoro.» Valga tale auspicio anche per questa Assemblea del nuovo Risorgimento, il soffio dello spirito animatore della nostra storia e della nostra civiltà cristiana passi su questa nostra faticosa opera, debole perché umana, ma grande nelle sue aspirazioni ideali, e consacri nel cuore del Popolo questa legge fondamentale di fraternità e giustizia, sicché l’Europa e il mondo riconoscano nell’Italia nuova, nella nuova Repubblica, assisa sulla libertà e sulla democrazia, la degna erede e continuatrice della sua civiltà millenaria e universale”.

Cosa è rimasto di quelle nobili espressioni che Vittorio Emanuele Orlando definì “la consacrazione laica della Costituzione”? A loro, ai parlamentari della Repubblica, è affidato il compito di “custodire il buon deposito”, parafrasando un’espressione paolina. Un “deposito” piuttosto trascurato, se è vero, come dice Susanna Turco, che “questo Parlamento è uno dei più inutili della storia repubblicana”. Un Parlamento molti dei cui componenti ignorano del tutto il significato della parola “dignità”, se è vero che un’ex presidente della Camera ha riscosso grande successo come danzatrice in show televisivi abbigliata da “Drag Queen”, e un ex ministro delle politiche agricole è oggi nota più per le sue doti di show girl che per meriti ministeriali. Niente di nuovo sotto il sole, potrebbe dirsi, se solo si va con la memoria a un recentemente defunto ministro degli esteri che negli “esteri” era noto per i suoi eccessi e la sua assidua frequentazione delle discoteche anziché delle aule parlamentari. Delle Nilde Jotti e delle Tina Anselmi è svanita anche la memoria.

Ci siamo già chiesti a chi addossare la responsabilità di tutto questo, e le risposte non sono né semplici né univoche ma, certamente, se è vero che il Parlamento è eletto dal popolo, è anche a esso che bisogna chiederne conto. Come ha scritto Maurizio Viroli in L’autunno della Repubblica raccogliendo l’opinione di alcuni politologi: “I veri responsabili della morte delle democrazie sono dunque i popoli, che, per invidia o risentimento o ambizione, distruggono con le loro mani quel medesimo sistema che gli dà i diritti politici”. Della medesima opinione, secoli prima, era anche Niccolò Machiavelli che nelle Istorie Fiorentine (III, 5) scrisse: “Veramente nelle città di Italia tutto quello che può essere corrotto e che può corrompere altri si raccozza: i giovani sono oziosi, i vecchi lascivi, e ogni sesso e ogni età è piena di brutti costumi; o che le leggi buone, per essere da le cattive usanze guaste, non rimediano. Di qui nasce quella avarizia che si vede ne’ cittadini, e quello appetito, non di vera gloria, ma di vituperosi onori, dal quale dependono gli odi, le nimicizie, i dispareri, le sette; dalle quali nasce morti, esili, afflizioni de’ buoni, esaltazione de’ tristi”. Le cose non sono poi tanto cambiate dai tempi dell’illustre figlio della città dei fiori se, è sempre Viroli che scrive, “il problema [è quello] della debolezza morale degli italiani, che poi altro non è che il secolare costume di ingannare la coscienza mercé i più astuti sotterfugi … Un popolo composto di individui che credono nei diritti, ma non sanno praticare i doveri, non è una comunità di persone libere ma una moltitudine dove impera la legge del più forte e dove i deboli, quale che sia la ragione della loro debolezza, hanno soltanto il diritto di rassegnarsi a non avere diritti”. Quindi il “popolo”, che sembra provar diletto nell’idolatrare chi lo blandisce, salvo poi rovesciarlo ignominiosamente dal suo piedistallo, dovrebbe guardare sé stesso allo specchio per trovare chi è – anche – il responsabile della profanazione del tempio e della corruzione dei suoi officianti pro tempore. Se in Parlamento non ci sono molte brave persone è a noi stessi che dobbiamo chiedere il perché; perché il Parlamento è fatto a immagine e somiglianza del popolo che lo ha eletto. Un popolo di elettori che, come dice Marco Follini, “vota di qua e di là, cambiando spesso e volentieri il suo voto … Un elettorato cospicuo fatto di persone che hanno creduto nel renzismo, poi nel grillismo, poi ora nel salvinismo … Persone che ovviamente qualche anno prima si erano affidate alla cura del cav e che magari, chissà, si metteranno in cerca di nuovi interpreti”. Questo, come afferma il già citato Viroli nel suo lungimirante saggio, ha come triste conseguenza “l’agonia della nostra Repubblica, che sta morendo di corruzione per la stoltezza intellettuale e morale e la malignità dei suoi governanti, per la superficialità, l’indifferenza, l’ottusità di spirito e l’animo servo di troppi suoi cittadini”.

Questo ondeggiare continuo di un elettorato ormai smarrito non può che produrre governi che, come recitava il titolo di un romanzo di Camilleri, assumono “la forma dell’acqua”, cioè di volta in volta assumono la forma che ritengono li farà premiare dal loro mutevole e ondivago elettorato, salvo poi a cambiarla precipitosamente con il mutare delle circostanze. In ultimo, il risultato finale è quello di un governo Zelig che se al cinema fa ridere, alla fine toglierà il sorriso a tutti gli italiani perché si è realizzata quella che il professor Michelangelo Bovero nel suo saggio Contro il governo dei peggiori, non esiterebbe a definire una Kakistocrazia. Sicché sic stantibus rebus, non ci resta che chiudere con le parole del grande “Ghibellin fuggiasco”: “Chi è cagion del suo mal, pianga se stesso!”

 
 
 
 

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