Alle radici della spiritualità  di Achille Aveta (Pubbl. 30/06/2018)

Da dove nasce la nostra visione del mondo? Va da sé che il fattore principale è il contesto sociale cui ap-parteniamo: fin dalla nascita siamo tendenzialmente indotti a credere in ciò cui credono le persone che ci circondano e ad accettare come vero quello che tali persone ci dicono riguardo alla natura del mondo. Pertanto, il nucleo iniziale della nostra “cultura” proviene principalmente dalla famiglia, dai genitori ed esso si forma non tanto attraverso ciò che i genitori ci narrano sulla natura delle cose, ma mediante il loro esempio: il loro modo di comportarsi l'uno con l'altro, verso i figli e verso coloro che li circondano. In buona sostanza, tutto quello che apprendiamo nell'infanzia sulla natura delle cose è determinato dal tipo di esperienza che facciamo nel microcosmo della nostra famiglia. Prendiamo ad esempio il tema della spiritualità, che ha un significato più ampio della parola “fede” intesa in senso religioso. Gli esperti di igiene mentale fanno rilevare che la nostra prima (e spesso unica) nozione della natura di Dio è una semplice estrapolazione della natura dei nostri genitori, una semplice mistione delle figure materna e paterna. Semplificando molto, se i nostri genitori sono stati indulgenti e amorevoli, tenderemo a credere in un Dio be-nevolo ed indulgente, e se la nostra infanzia è stata serena, da adulti vedremo il mondo come un luogo sicuro e sereno. Al contrario, se abbiamo avuto genitori inflessibili e severi, cresceremo con l'immagine di un Dio crudele e vendicatore e di un mondo ostile o indifferente. Pare che la maggior parte di noi agisca in base a una cornice di riferimento più ristretta di quella che avremmo, se solo riuscissimo a trascendere l'influenza esercitata sulla nostra visione del mondo dal contesto sociale, dall'ambiente familiare e dalle esperienze infantili. La crescita spirituale è sostanzialmente un viaggio dal microcosmo al macrocosmo; per uscire dal microcosmo della nostra esperienza dobbiamo imparare: bisogna ampliare il campo del nostro sapere incorporando sempre nuove informazioni. L'apprendimento di nuove conoscenze comporta spesso la rinuncia al proprio “vecchio” io e l'eliminazione di nozioni superate. Come ha osservato lo psichiatra M. Scott Peck, «dobbiamo innanzi tutto imparare a diffidare di ciò in cui abbiamo sino a ora creduto e a mettere deliberatamente in dubbio la validità di ciò che ci è stato insegnato. La santità si raggiunge attraverso lo scetticismo. ... Non dobbiamo infatti accettare la religione come un'eredità. Per essere vitale la nostra religione deve essere personale, forgiata sulla fiamma del dubbio, nel crogiuolo della nostra esperienza della realtà». Se si osserva, in un'ottica scettica, il fenomeno della fede in Dio, si notano: un grande dogmatismo, responsabile di guerre e persecuzioni; molta ipocrisia tra uomini che in nome della fede uccidono, si arricchiscono a spese altrui e praticano ogni forma di violenza; un'impressionante molteplicità di riti e dogmi; ignoranza, superstizione e intolleranza. Da un siffatto quadro si sarebbe tentati di pensare che l'umanità starebbe assai meglio se non credesse in alcun Dio e si sarebbe portati a concludere che Dio sia un'illusione dannosa e che la fede in Dio sia una diffusa forma di psicopatologia da curare! Allora, la fede in Dio è una malattia della mente? Guerre “sante”, sacrifici umani, crudeltà, caccia alle streghe, conformismo,

senso di colpa sono tutti opera di Dio o non piuttosto degli uomini? Il problema, dunque, risiede non nel credere in Dio, ma nell'essere dogmatici; quindi, invece di liberarci della fede in Dio, dobbiamo sconfiggere il dogmatismo, ateo o fideistico che sia. “Credere” – osserva Hans Kung – significa ben più che ritenere vere determinate affermazioni di fede; implica anche ciò che muove la ragione, il cuore e la mano di una persona, ciò che comprende pensiero, volontà, sentimento e azione. «Il mio sforzo – conclude il noto teologo svizzero – riguarda una fede comprensiva, una fede che possa contare non tanto su dimostrazioni serrate, quanto invece su buone ragioni. In questo senso la mia fede non è né razionalista né irrazionale, ma piuttosto ragionevole».

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