Riceviamo e pubblichiamo

Piccola guida a un uso sensato della parola "razza" di Francesco Piro (Pubbl. 30/01/2018)

Nei giorni scorsi, un candidato presidente regionale, tale Fontana, ha proclamato di volere "difendere la razza bianca". Di fronte all'ovvio scandalo per questa proclamazione da Klu Klux Klan i giornali che lo sostengono hanno ironizzato sul fatto che le persone di sinistra si scandalizzano di fronte a determinate parole (come appunto "razza") e non ne ammettono l'uso. La contro-accusa  è dunque quella di censura.

Ora, si potrebbe in primo luogo rispondere che non è stata la sinistra né tantomeno la discussione americana sulla "correttezza politica" delle parole a inventare il fatto che certe parole, prima usate comunemente, divengono sgradevoli perché iniziano ad apparire insultanti o portatrici di un retropensiero malvagio. Se un vostro superiore si rivolgesse a voi chiamandovi "prezzolato" o "mercenario", ne sareste contenti? Eppure tre secoli fa, erano questi i termini in uso tra i signori per indicare i lavoratori dipendenti. Chiamereste "servo" o "serva" un vostro collaboratore domestico? Fino a un secolo fa, era la norma. Se io chiamassi "minorato" un soggetto "diversamente abile" sarei -giustamente- cacciato dall'Università. Dubito molto che papa Francesco, quando incontra i valdesi, li chiami "miei cari eretici". E' un peccato perché "eretico" è anche una bella parola, significa persona che si forma un'opinione personale. Ma la parola "eretico" porta dietro di sé un brutto odore, quello del rogo. La parola "razza" porta quello delle camere a gas, che è anche peggio.

Eppure, voi direte, non sono le parole a decidere, siamo noi che decidiamo che significato dargli! Come affermava un personaggio di "Alice attraverso lo specchio", le mie parole significano quello che io voglio che significhino. Benissimo, accontentiamo allora coloro che vogliono usare questa parola, dando loro qualche informazione su quale definizione potrebbero fornire a chi chiedesse loro che cosa stanno dicendo. Lo farò alla luce di un pò di esperienza comune oltre che di quello che dicono i genetisti. La parola "razza" indica:

(1) un gruppo interno a una specie accomunato da alcune caratteristiche superficiali. Qui potete pensare ai vostri amici cani. Un barboncino e un alano sono diversi tra loro, più di quanto non lo siano gli esseri umani tra loro. E tuttavia possono intendersi, giocare tra loro, reagire come i cani normalmente fanno, accoppiarsi (con qualche fatica). La "razza" è appunto distinta dalla "specie" perché le razze diverse si accoppiano in modo fecondo, danno alla luce cuccioli vivi e capaci di riprodursi a loro volta. Tigri e leoni possono avere figli, ma non fecondi. Asini e cavalli hanno figli sterili. Nell'uomo, a quanto pare, nessuna divaricazione così radicale si è mai verificata, almeno nelle ultime centinaia di migliaia di anni. Le "razze" sono accomunate da tratti molto superficiali di variazione di un patrimonio genetico comune. Questi tratti, oltre a essere superficiali, sono ingannevoli: un popolo dalla pelle molto scura può essere geneticamente più vicino a un popolo dalla pelle più chiara che a un altro popolo dalla pelle scura. Filippini e neri africani sono lontani tra loro.

(2) la "razza" designa dei gruppi interni a una stessa specie che presentano diversità che sono culturalmente e moralmente insignificanti. Il punto nodale sta proprio qui: dalle caratteristiche fisiche differenti il "razzista" evince la presenza di caratteristiche psicologiche, morali etc. altrettanto differenziate. Ora, torniamo ai nostri amici cani. Voi comprate un cane di una razza che ha fama di essere aggressiva e capace di difendervi (un pit bull, un doberman etc.). Ve ne state andando convinti di avere fatto un buon affare, ma l'allevatore vi avvisa: se volete un cane da guardia, lo dovete fare addestrare. Altrimenti, il vostro ottimo cane avrà pure pulsioni aggressive maggiori di altri cani, ma le sfogherà mordendo giocattoli o magari mordendo la mano del vostro vicino di casa. Nel caso degli uomini, il ruolo dell'educazione, dei modelli culturali, delle esperienze fatte, è evidentemente ancora maggiore. Non vi è nessun comportamento umano che dipenda dalla "razza" a cui si appartiene. Prendiamo come ipotesi che nella dotazione genetica di alcune famiglie di neri africani ci sia una particolare dote, che so io che vi sia una percezione corporea del ritmo più rapida e precisa. Ne deriva che ogni bambino nero diverrà un grande jazzista? Evidentemente no. Ne deriva che nessun bambino bianco può diventarlo? Ancora meno. Dunque, posto che si diano doti innate, esse passano per le singole famiglie e non per le "razze" e non influenzano il comportamento di tutta la "razza". E inoltre nessuna dote predice il comportamento e i successi effettivi della singola persona. Esse dipendono tutte dalla vita della persona stessa e dall'ambiente in cui è esposto. Il resto è puro mito: si sono usate le prestazioni scolastiche per sostenere che i neri sono meno capaci di studi brillanti dei bianchi, ma la stessa differenza si può fare anche tra Sud e Nord Italia (e allora dovremmo ipotizzare che si tratti di "razze" diverse?). Si dovrebbe poi sostenere la superiorità razziale dei "gialli" dal momento che in questo momento negli Stati Uniti sono giovani di famiglie coreane o cinesi a rastrellare il maggior numero di borse di studio. Forse una maggiore attenzione al modo in cui sono strutturate le famiglie, all'investimento che ESSE fanno sui figli, all'esempio che danno i genitori, potrebbero dare qualche spiegazione di queste differenze. La razza proprio no.

(3) Le "razze" permangono stabili solo in presenza di barriere, altrimenti se si vuole mantenere la loro differenza bisogna erigerne di artificiali. Il nostro amico allevatore di cani ci dirà che i cani non hanno alcuna intenzione di formare razze: lasciati liberi a se stessi, essi fanno cucciolate di bastardi. Se volete avere un cane di razza dovete tenere separati i suoi possibili genitori dagli altri cani. La stessa cosa vale per gli uomini. Quando un determinato insieme di famiglie è costretta a sposarsi solo all'interno di una data comunità, si creano statisticamente un certo numero di somiglianze peculiari tra i membri del gruppo e di differenze rispetto all'esterno. Ci sono insomma fenomeni di "razzizzazione": le caratteristiche somatiche del popolo ebreo sono quelle degli altri popoli mediterranei (in particolare, ma non solo, degli arabi, anch'essi di razza "semitica"), ma sono state accentuate nel periodo della chiusura degli ebrei nei ghetti.

Viceversa, se le barriere cadono, le "razze" si mescolano. Nel caso degli esseri umani, la ricombinazione genetica dovuta a matrimoni "misti" è anticipata dalla contaminazione e ricombinazione a livello culturale: è difficile che si possa lavorare insieme o vivere nella stessa città senza che ci si imiti a vicenda e si comunichi, magari che si inizi ad apprezzare gli artisti o il cibo dell'altra "razza". Certo, ci sono anche quelli che rifiutano la contaminazione e la aborrono, chiedono a gran voce maggiore discriminazione. Ma, nella storia umana, i secondi non sono mai riusciti a contare molto se non hanno fatto la scelta di usare la violenza. Senza la violenza, le barriere iniziano a scricchiolare e non solo perché la "razza" discriminata rivendica i suoi diritti, ma perché molti della "razza superiore" iniziano a non capire perché non darglieli. Con l'uso della violenza, il gruppo razzista non solamente spaventa i membri della "razza" discriminata ma  quelli della propria. Mai il Klu Klux Klan è stato così sadico come nel punire bianche o bianchi troppo teneri con i neri. L'uso della violenza  e della crudeltà può poi avere una plusvalenza funesta: nelle fasi critiche della vita sociale, una vasta platea apprezza  chi "agisce" invece di parlare, qualunque cosa faccia in concreto, e quindi la violenza talora crea consenso. Si crea così quel circuito che legittima la violenza in base all'ideologia razziale, ma poi fa aderire molti all'ideologia razziale proprio perché essa dà un capro espiatorio su cui sfogare istinti e frustrazioni diffuse, circuito che portò al potere i nazisti e quasi al potere gli anti-dreyfusards francesi. Ma non intendiamo parlare qui della genesi dei regimi totalitari.

Abbiamo dunque tre elementi per costruire una definizione chiara della parola "razza". Possiamo consigliare a chi voglia usare questa parola di specificarne il significato ricorrendo a questi tre elementi. Si potrebbe immaginare il signor Fontana che ci spieghi: "Cari elettori, io voglio difendere la razza bianca, ovvero voglio tutelare la presenza di alcune caratteristiche fisiche superficiali e moralmente insignificanti che sono presenti mediamente tra di voi e, per farlo, dovrò inevitabilmente usare provvedimenti crudeli, inumani e totalitari non solo verso i nuovi venuti ma anche verso di voi, miei cari elettori". Non so se questo discorso risulterebbe pagante sotto il profilo elettorale. Sicuramente, avrebbe il pregio della chiarezza. Se lo vuole fare, si accomodi pure.

Commento di sfconsulting@gmail.com

Ottimo articolo; piu' che mai opportuno per arginare i sempre piu' numerosi "razzisti-brava gente" di casa nostra. Ci sono evidenze scentifiche ormai assodate da circa un secolo: le razze umane sul piano genetico si differenziano per aspetti solo marginali, e, anche per la tendenza delle persone a mischiarsi continuamente, queste differenze sono graduali. L' articolo cala queste acquisizioni scentifiche nella vita di tutti i giorni con piacevoli considerazioni di ovvio buon senso. E' comprovato che le differenze nella media dei comportamenti tra i diversi popoli e gruppi, dipendono quasi esclusivamente dalle diverse formazioni culturali; e non c'è alcuna evidenza che dipendano da fattori genetici. Infine una storia vera capitata circa un secolo fa nel sud degli Stati Uniti. Un afroamericano era stato condannato in tribunale in primo grado per "contaminazione razziale": per aver avuto un rapporto sessuale con una ragazza bianca. E' stato inutile dimostrare che la ragazza era consenziente, per essere assolto in secondo grado e' bastato dimostrare che la ragazza era italiana: per i "razzisti-brava gente" di allora, tra due razze, entrambe inferiori, non ci poteva essere contaminazione razziale.