Riforma dei beni culturali: troppi dubbi e poche certezze di Gaetano Placido (Pubbl. 28/11/2016)

E’ da quasi 20 anni che i Beni Culturali nel nostro Paese sono oggetto di interventi legislativi. L’ultimo, in ordine di tempo, è targato Dario Franceschini. Una riforma, la sua, attuata in due fasi e che ha radicalmente modificato la geografia del Mibact (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, n.d.r.). A seguito di questo mutamento, si sta affermando tra i fruitori del nostro patrimonio artistico, ma anche tra i cittadini, a volte persino tra alcuni studiosi, una duplice rappresentazione della realtà. Una che potremmo definire meramente virtuale ed un’altra più concreta e reale che afferisce alle pratiche ed ai retroscena lavorativi di quanti contribuiscono quotidianamente, con grande fatica, alla salvaguardia della tutela, alla fruizione ed alla valorizzazione dei siti museali, delle aree archeologiche, delle biblioteche, degli archivi. I messaggi che normalmente passano sui media o sui social appaiono frammentari e fuorvianti. Si tende ad accreditare l’immagine di musei e aree archeologiche ostaggio degli eccessi di burocrazia delle soprintendenze, dipinte come strutture grigie e burocratiche che dovevano essere rinnovate, fortemente ridimensionate, per far girare l’economia. Nell’immaginario collettivo l’attenzione è stata così catturata dalla abilità affabulante di “direttori-manager” e di chi guida la elefantiaca macchina ministeriale e poco o nulla dal lavoro gravoso, spesso oscuro e sottostimato di storici dell’arte, architetti, archeologi, amministrativi, ma anche di lavoratori impegnati quotidianamente nella vigilanza e nella salvaguardia del bene culturale. Costoro, comuni mortali, non hanno finora avuto alcun diritto di audience presso la vasta opinione pubblica e poco hanno importato le ragioni di un disagio legato per lo più ai draconiani tagli economici perpetrati negli anni, ad una pessima organizzazione del lavoro, alla progressiva, quanto insostenibile, riduzione del personale (in parte sostituito da precari senza diritti e senza tutele), ai problemi di sicurezza, all’assenza di percorsi formativi, nonchè di adeguati mezzi strumentali. Uno scenario nel quale si sta verificando un forte indebolimento delle soprintendenze, e dunque dell'attività di tutela del nostro patrimonio, con una irrefrenabile spinta sulla valorizzazione. O quella che si presume essere tale. Chiariamo subito che nulla quaestio sull’auspicabile possibilità di ampliare l’offerta culturale. Ci mancherebbe altro! Tuttavia è fondata la preoccupazione di come le attuali tendenze riformatrici, separando la tutela dalla valorizzazione, ossia svincolando i musei dalle soprintendenze senza aver definito e portato a compimento un adeguato impianto di supporto organizzativo, possano tradursi, come sta accadendo, in terreno di conquista per imprenditori rampanti, di show e kermesse di ogni tipo per affermare una sorta di status symbol. Una fiera delle vanità! Qualcuno in passato diceva che con la cultura non si mangiava. Non vorremmo che oggi si diffondesse in maniera virale un altro principio, quello che con la cultura ci si possa ingozzare fino a scoppiare. Battute a parte, le soprintendenze andavano certo riformate, ma per rafforzare, non certo per limitarne e condizionarne il ruolo di controllo sul rispetto dei vincoli paesaggistici, sulle concessione delle autorizzazioni per lavori di natura edilizia su edifici sottoposti a misure di tutela monumentale. Come non essere preoccupati di quello che potrebbe accadere con l’introduzione del meccanismo del Silenzio-Assenso, qualora non fossero rispettati i tempi previsti dalla legge? Sappiamo bene quanto questa possibilità possa rivelarsi devastante per la salvaguardia di territori come i nostri, da decenni oggetto di una selvaggia cementificazione. Senza trascurare l’incombenza dell’art. 7 della Legge Madia che prevede l’insediamento presso le prefetture di un “punto di contatto unico” nel quale far confluire tutti gli uffici periferici dell’amministrazione dello Stato, comprese le soprintendenze dei beni culturali con competenze territoriali. La subordinazione dei soprintendenti ai prefetti rischia di aumentare, anzicchè semplificare, i gravi meccanismi burocratici tuttora presenti, con l’effetto di ostacolare l’autonomia tecnico scientifica del Mibact, a discapito dell’interesse generale dello Stato. Il Mibact, è bene ricordarlo, è l’unico garante dell’unità storica e culturale del Paese. Questione divenuta ancora più cruciale dopo il tragico terremoto del centro Italia allorchè il Commissario Vasco Errani ha disposto che siano i sindaci a mettere in sicurezza opere d’arte e immobili vincolati. Come a dire, citando le parole di Tomaso Montanari, che: “Siccome il Ministero della Salute è allo sbando- e mancano i medici- gli interventi urgenti su casi disperati siano affidati ai sindaci”. Ricordiamo le denunce pubbliche fatte sull’argomento da “Emergenza Cultura”, che raccoglie un nutrito gruppo di associazioni e di professionisti del settore in disaccordo con le politiche culturali del Governo: “Non possiamo accettare l’idea che l’unica dimensione degna di interesse per la comunità sia quella biecamente economica”. -Dichiarano i promotori-. “La valorizzazione in questo modo diverrebbe solo fonte di ricavi, mentre la tutela rischierebbe di soccombere, assumendo le caratteristiche di una fastidiosa incombenza che va sottratta a chi è titolato a farsene carico”. Per questo sono da respingere affermazioni, come quelle rese ai giornali da qualche neo direttore, che ha assimilato il proprio ruolo a quello di un qualsiasi manager della Ducato o della Lamborghini. Asserzioni (queste sì!) che rischiano di compromettere un’immagine di vera ed autentica modernità, congiunta e mai separata da una storia, la nostra storia, che ha radici millenarie. Un passato del quale il nostro patrimonio artistico e culturale è certamente la più straordinaria e stupefacente testimonianza. Ebbe a dire il filosofo Norberto Bobbio: “Il compito di quelli che hanno a cuore la cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze”. Parole profetiche! Più che mai da sottoscrivere.

 
 

per gentile concessione dell’autore: Alessandra Cardone