Non sono razzista, ma” di Useppe (Pubbl. 26/09/2017)

Dai primi di settembre nelle librerie italiane è possibile trovare il libro “Non sono razzista, ma”, scritto a quattro mani da Luigi Manconi e Federica Resta, edito da Feltrinelli. Manconi, Presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato; Federica Resta  avvocato, ricercatrice universitaria e funzionaria del Garante per la protezione dei dati personali. Queste righe sugli autori dicono poco sull’importante storia politica del primo e sulla qualità della produzione scientifica della seconda. Manconi ha definito il lavoro di Resta e suo un libro militante in appoggio alla campagna per la raccolta di firme per le legge di iniziativa popolare per il superamento della legge Bossi-Fini che ha introdotto nello nostro ordinamento giuridico il reato di immigrazione clandestina rendendo impossibile un ingresso “regolare” nel nostro Paese per qualsiasi straniero. Centocinquanta pagine dense di storia, di riferimenti culturali, di approfondimenti sociologici, filosofici e linguistici. Un’analisi attenta e articolata che non da nulla per scontato. A nostro giudizio il merito di questo testo è duplice. Offre strumenti efficaci e veritieri a chi istintivamente, empaticamente, vorrebbe vivere in una società più accogliente per chi viene da terre dove il terrore, spesso l’orrore, la fame e la disperazione regnano sovrani, ma che è in difficoltà a trovare convincenti motivazioni quando un amico, un parente o un semplice conoscente inveisce e/o si organizza per respingere lo straniero. Altro grande merito, per come è scritto ed articolato, è di poter essere offerto in lettura anche a chi questa naturale e spontanea empatia non la possiede riuscendo a rivolgersi anche a chi ha paura, repulsione, terrore, per chi “invade” le nostre coste, le nostre città offrendo un’occasione concreta di riflessione. Mostrando tutta la loro autonomia, onestà intellettuale e politica, gli autori non risparmiano di critiche l’attuale Governo (in particolare i provvedimenti del ministro Minniti),  per non essersi discostato di molto dai governi di destra che lo hanno preceduto, anzi, in alcuni provvedimenti ha scientificamente innalzato la dose.  Leggendo il testo è necessario fermarsi più volte per non dimenticare che chi scrive, in particolare Manconi, senatore eletto nelle fila del PD, ha votato più volte la fiducia a un Governo così aspramente criticato. Ai tempi della Democrazia Cristiana, alcuni politologi definivano quello un Partito Stato, in grado cioè di accogliere in se tutte le contraddizioni della società del  tempo (presenza nelle organizzazioni di massa dal Sindacato, nell’associazionismo cattolico di base, riuscendo al tempo stesso a rappresentare elemento di continuità e certezza per il mondo imprenditoriale oltre che per le più reazionarie e retrograde componenti culturali del Paese). Era forse questo l’obiettivo dei padri fondatori del Partito Democratico? Certo è che questo meccanismo inclusivo, in assenza di una dinamica culturale e sociale ben organizzata, come esisteva negli anni della D.C., più che garantire l’articolazione del sistema democratico ha nei fatti esautorato dalle sue funzioni istituzionali il Parlamento e la rappresentanza popolare, portando fuori dalle sue stanze la pur necessaria mediazione politica. In ogni riga del testo traspare inoltre una grande sapienza politica, al limite del machiavellismo (il fine giustifica i mezzi) che noi leggiamo nel fatto che si omette di tracciare la storia di quel percorso politico e istituzionale che, a partire dalla fine degli anni ’80 (con più precisione dal 1989  anno di nascita della Lega Nord di Bossi, formazione politica per anni confusamente corteggiata da destra e sinistra), ha portato alla legittimazione del localismo (difesa di presunte ed esclusive identità locali) fino alla riforma del titolo V della Costituzione con il conseguente rafforzamento dei poteri delle Regioni, l’elezione diretta dei Sindaci delle grandi città, la frammentazione del sistema sanitario nazionale fino a giungere ad annacquate versioni di federalismo fiscale.  È stato questo il “prezzo da pagare” dai due autori per scrivere un libro che può essere letto ed accolto senza preclusioni? Odore di machiavellismo lo hanno anche certe affermazioni di Emma Bonino, che con Manconi e Resta è promotrice della campagna per il superamento della Legge Bossi Fini.  In occasione della presentazione del libro al Festival dell’Unità di Roma l’onorevole Emma  Bonino ha giustamente ricordato quanto sia difficile, nella vita e in politica, far coincidere interessi personali con le proprie convinzioni etiche, politiche e culturali. Oggi governare i flussi migratori, organizzarsi per accogliere gli stranieri è una di quelle rare occasioni in cui questo accade. “È nel nostro interesse accogliere manodopera disponibile a fare lavori che gli italiani non vogliono più fare e ciò ci consente al tempo stesso di salvaguardare il principio di eguaglianza tra gli uomini a cui non vogliamo e non possiamo rinunciare”. Sono le parole della Bonino. Chi è meno giovane ricorderà che più volte nella vicinissima Svizzera sono stati chiamati gli elettori alle urne per decidere se cacciare o meno gli italiani dal territorio della Confederazione e come, giustamente, tutti ci sentivamo offesi dalle motivazioni di chi faceva campagna contro l’approvazione di leggi xenofobe. Uno dei tanti manifesti elettorali mostrava infatti i lavoratori italiani  impegnati in lavori considerati degradanti e sotto quell’immagine campeggiava la scritta “Se non vuoi fare questi lavori vota NO”.  Un libro dunque che va letto perché apre un varco di riflessione oltre la contingenza politico elettoralistica. 

Commento di Gennaro Sanges

Attenta e approfondita recensione, fa certamente venire la voglia di leggere il libro.