Politica e letteratura di Elio Mottola (Pubbl. 26/05/2018)

Politica e letteratura si incontrano raramente. È capitato che qualche personaggio storico si sia poi cimentato scrivendo le sue memorie, senza però acquisire meriti letterari presso i postumi. È il caso di Napoleone e di Garibaldi. Solo al “De bello gallico” di Cesare viene riconosciuta qualità artistica. Qualcun altro ha invece messo nero su bianco il proprio programma politico e personale, come Hitler. Velo pietoso. Tra i politici estensori di memorie del ‘900, si annoverano anche Churchill, Kissinger e Nixon ma pare che solo il primo abbia riscosso un certo successo. Poi c’è il caso di Andreotti, finissimo interprete del costume italiano nei suoi libri, e gran conoscitore del malcostume italiano nei comportamenti politici. Esistono peraltro anche i casi inversi di letterati che hanno rivestito cariche politiche, come Pablo Neruda, diplomatico e poi senatore nel parlamento cileno ed il poeta Vaclav Havel, divenuto presidente della repubblica ceca.

L’eccezione più recente alla separazione tra politica e letteratura è rappresentata da Matteo Renzi, il quale, per la verità, riusciva appena a sfogliare i libri di scuola nei ritagli di tempo che gli restavano tra un campo-scout e l’altro: figuriamoci la letteratura! Nel bel mezzo della sua carriera politica ha poi scoperto Dostoevskij ed alle sue opere deve essersi ispirato, non in stretto ordine cronologico ma saltabeccando un po’ avanti e un po’ indietro. Prendiamo, tanto per cominciare, la Riforma costituzionale, sulla quale Renzi ha puntato sconsideratamente, come su un tavolo del Casinò, tutto il suo patrimonio politico: come non pensare ad Aleksej Ivanovich, protagonista del romanzo “Il Giocatore”? Già in precedenza però l’ombra del grande romanziere russo, indagatore dell’inconscio prima di Freud, si era affacciata nella visione politica del buon Matteo: che cos’è la rottamazione del vecchio PD se non la traduzione politica del parricidio dei “Fratelli Karamazov”?

Dopo il disastro elettorale dello scorso 4 marzo Renzi ha dato una ripassata a “Umiliati e offesi”, terminata la quale ha concluso che il PD doveva andare all’opposizione, non si sa di che, ma all’opposizione. Non sappiamo se questa decisione sia stata sofferta fino al punto di togliergli il sonno, come al protagonista di “Le notti bianche”. Forse, chissà, l’umiliazione per una così grave sconfitta gli avrà ispirato, durante quelle notti, propositi eversivi facendogli progettare attentati sanguinosi, come quelli dolorosamente concepiti dai cospiratori de “I Demòni”, fatto sta che, romanzo dopo romanzo, è nato il governo bicipite (nel senso del muscolo, cioè peggio dell’aquila di asburgica memoria) e non è facile prevedere effetti benéfici per la “Povera gente”(primo romanzo di Dostoievskij, che probabilmente Renzi non ha mai sfogliato) del nostro Paese: il delitto ormai è stato commesso, ma Matteo Raskolnikov tenterà di scansare il castigo. Al momento pare si stia dedicando al futuro del PD dopo una partecipata letture di “Da una casa di morti”. Se non dovesse bastare per affossarlo definitivamente, si appresta a dare una rapida scorsa anche alle “Memorie dal sottosuolo” e non se ne parli più. Speriamo soltanto che qualche zombi proveniente dalla defunta sinistra lo induca finalmente a godersi l’altro romanzo che si ostina a non voler leggere, malgrado la sequenza ininterrotta di disastri dei quali è responsabile e di cui forse non si è nemmeno accorto, “L’idiota”.