Le conversazioni  di bouvard e pécuchet (1) (Pubbl. 26/04/2017)

La regina rossa

Bouvard- Ho letto le dichiarazioni della Bindi a Il fatto quotidiano. Grazie per avermi segnalato l’articolo. Ci sarebbe molto da discutere.

Pécuchet- Purtroppo l’intervista è stata sommersa da troppi, inutili e dannosi commenti, disturbando quei singolari spunti di riflessione che le parole della Bindi sollecitano.

B- La decisione di lasciare la politica attiva svolta con i vantaggi di un contesto strutturato mi sembra un segnale che ancora non sappiamo decifrare; può darsi pure che sia semplicemente la scelta di una persona saggia che, alle soglie dell’età pensionabile, da buona cattolica, decide di dedicare il suo tempo ad altre forme di impegno sociale, che tale era per i cattolici la discesa nel campo politico.

P- Ricordo la Bindi come Ministro della Sanità quando, in netto conflitto con le gerarchie ospedaliere sulla questione del doppio lavoro dei medici, disciplinò l’intra moenia, dentro le mura ospedaliere. E proprio dentro quelle mura erano acquartierate le schiatte dei suoi peggiori nemici, una lobby che non le ha mai perdonato le sue prese di posizioni. Quando il Governo cadde e un altro risorse dalle sue ceneri, pur con la stessa maggioranza, la Bindi non era più Ministro.

B- Delle cose che ho letto mi ha colpito in particolare il fatto che annuncia non un suo ritiro dalla politica ma un suo impegno nell’associazionismo. Certo il richiamo a Bergoglio è chiaro ed esplicito. Ricordi le cose che ha detto Padre Alex Zanotelli? Un attivismo cattolico che ormai prende le distanze dai partiti, dalle forme classiche della politica, si rimette in discussione incontrando le persone nei luoghi di lavoro, nelle situazioni dove maggiormente si manifesta il disagio economico, sociale, culturale, un mondo cattolico che decide di destrutturarsi.

P- In questi giorni sto leggendo Lessico famigliare della Ginzburg. Questo libro come il Giardinio dei Fnzi Contini, Il Partigiano Johnny ed altri ancora, si intrecciano, con le dovute differenze, con le storie raccontate dai nostri progenitori. La storia di questo nostro strano Paese possiede un lessico che, come la lingua madre, ci suona naturale come tra fratelli e sorelle, solo che questo lessico purtroppo crea anche chiusure e poca comprensione per quello degli altri.

B- Certo c’è voluta una guerra e le grandi migrazioni interne, dal sud al nord, dalle campagne alle città per rimescolare le carte.

P-Negli anni venti del secolo scorso gli italiani riuscivano a essere monarchici, fascisti e cattolici nello stesso tempo. Poi, dopo solo venticinque anni, si sono ritrovati repubblicani e con il suffragio universale. Poi c’è stata la Democrazia Cristiana, una lingua creola.

B- Esagerata come sempre. La vittoria della DC ha consentito la ricostruzione del Paese, ma con la fatica e il sangue della classe operaia.

P- La vittoria della DC ha consentito che la ricostruzione non fosse bloccata da un’eterna guerra civile. Togliatti lo capì per primo, non te lo scordare.

B-. È vero, ed è quella parte della storia della sinistra italiana che in verità mi piace di meno.

P- L’Italia democristiana è un’Italia che ha avuto il tempo di rimescolarsi, come dicevi tu. Troppi e profondi erano i fossati che dividevano i gruppi sociali. La DC ha costruito i ponti, certo con un PCI machiavellicamente consenziente e con un Partito Socialista che calcolava, come un meteorologo di professione, i tempi propizi per vincere tra i due contendenti. La DC è stata come la Regina Rossa di Lewis Carroll nel libro Alice attraverso lo Specchio.  «Qui, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio!» E noi, non democristiani, abbiamo cercato di correre il doppio ma abbiamo solo perso fiato.

B- Mi sembra un ragionamento contorto il tuo. Spiegati meglio.

P- Non sono io a dirlo ma ricordati che gli agitatori e gli innovatori difendono più di altri lo status quo. Pensa all’ape regina che si muove sempre, che sembra rimettere in discussione l’ordine dell’alveare. Il suo è il modo giusto per salvaguardarlo. Lo stesso le imprese. Chi sono le imprese innovative? Sono quelle leader nel proprio settore che, per mantenere la loro posizione, devono continuare ad innovarsi, a cambiare. In politica e nella società è la stessa cosa. I cambiamenti, le accelerazioni a volte non sono altro che un tentativo per mantenere ferme le cose, quando hai acquisito un vantaggio.

B- Ma questo significa che chi è povero se si muove rischia semplicemente di mantenere la sua condizione di povertà?

P- Perciò non basta muoversi ma, come dicevo prima, devi andare più veloce degli altri, ecco perché abbiamo perso. Una sconfitta epocale. Ai più deboli è stata tolta la possibilità di correre e sorpassare i difensori dello status quo. I partiti erano la palestra per allenarsi a questo esercizio, ma ora non ci sono più.

B- Questo tuo modo di ragionare mi riporta ai miei studi universitari. Negli anni ottanta tra gli storici dominava il paradigma della lunga durata. L’idea, la dico semplificando di molto, è che interpretare e studiare la Storia come una sequenza di avvenimenti, è stato un grande errore. Le società mantengono dei loro caratteri originali e ci vuole molto più di un cambio di governo, o di regime, per scompaginarli. Secondo quell’idea era più importante studiare le abitudini alimentari, l’organizzazione delle famiglie, dei gruppi delle città e dei villaggi.

P- Hai ragione, la lunga durata, i caratteri originari.  I cattolici sono consapevoli di questo, della loro storia millenaria e, tra l'altro, vincente, quella della Chiesa di Roma. La Bindi non ha fretta, il suo orizzonte trascende la vita terrena. Alla sua età ha la forza, l’opportunità, di ricominciare e di ritornare all’associazionismo, quello cattolico. E noi, poveri laici, anzi non credenti, a quale associazionismo possiamo riferirci? Quando provo a guardarmi in giro trovo solo confusione. Triste destino il nostro.

B- Finiamo il nostro bicchiere di vino e torniamo a casa che domani dovremo affrontare capi, capetti e colleghi. Quanta energia sprecata.