Il filosofo Francesco Piro risponde a… Bouvard e Pécuchet (Pubbl. 26/01/2018)

Cari Bouvard e Pécuchet,

è vero che io avevo fatto una domanda mega-galattica chiedendomi come ripensare i compiti (e soprattutto il rapporto con il pubblico) della filosofia  nel XXI secolo. Ma voi mi fate un brutto scherzo, cioè me ne fate di ancor più mega- e mi ponete nell'imbarazzo di questa alternativa: o negare una risposta o impancarmi a maestro su tanti (troppi) problemi universali.

Proverò allora a fare una cosa di mezzo, cioè prenderò uno spunto dei tanti che date e cercherò di servirmene per perimetrare l'ambito della discussione tra noi.

La questione che mi ponete è se esista un tratto  della cultura umana che ne costituisca il nucleo essenziale da difendere e tramandare ai posteri. Si potrebbero dare infinite risposte: dalla bellezza al gusto del comico, dalla coltivazione dei fiori alle biblioteche. Ma Bouvard poi si risponde da solo: il metodo scientifico. E qui mi offre uno spunto, perché Galilei - che di scienza ne sapeva abbastanza - alla domanda di quale sia la più meravigliosa delle invenzioni umane non risponde come Bouvard. Cito:

"Io sono molte volte andato meco medesimo considerando, in proposito che di questo che di presente dite, quanto grande sia l'acutezza dell'ingegno umano; e mentre io discorro per tante e meravigliose invenzioni trovate da gli uomini, sì nelle arti come nelle lettere e poi fo reflessione sopra il saper mio, tanto lontano dal sapersi promettere non solo di ritrovarne alcuna di nuovo, ma anco di apprendere delle già ritrovate, confuso dallo stupore e afflitto dalla disperazione, mi reputo poco meno che infelice. S'io guardo alcuna statua delle eccellenti, dico a me medesimo: "E quando sapresti levare il soverchio da un pezzo di marmo, e scoprire sì bella figura che vi era nascosa? quando mescolare e distendere sopra una tela o parete colori diversi, e con essi rappresentare tutti gli oggetti visibili, come un Michelagnolo, un Raffaello, un Tiziano?" S'io guardo quel che hanno ritrovato gli uomini nel compartire gli'intervalli musici, nello stabilir precetti e regole per potergli maneggiar con diletto mirabile dell'udito, quando potrò io finir di stupire? Che dirò de' tanti e sì diversi strumenti? La lettura dei poeti eccellenti di qual meraviglia riempie chi attentamente considera l'invenzion dei concetti e la spiegatura loro? Che diremo dell'architettura? che dell'arte navigatoria? Ma sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza di mente fu quella di colui che s'immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? parlare con quelli che sono nell'Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno, se non di qua a mille e dieci mila anni? e con quale facilità? con i vari accostamenti di venti caratteruzzi sopra una carta. Sia questo il sigillo di tutte le ammirande invenzioni umane, e la chiusa dei nostri ragionamenti di questo giorno...." (Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, 1632, conclusione della prima giornata)

Ora, il fatto che Galilei citi la scrittura (le lettere) prima che la scienza come centralissima invenzione umana non deriva solo dal fatto che egli era, nonostante tutto, un uomo del Rinascimento come mostra la sua ammirazione per "Michelagnolo" e Raffaello. Egli nomina i "venti caratteruzzi sopra una carta" come metonimia di una situazione in cui la curiosità e la propensione a saperne di più incontrano un medium che permette di soddisfarli oltre ogni misura (la scrittura alfabetica), che permette di violare le barriere di spazio e tempo tra gli uomini, di conservare un'enorme massa di informazione ma anche di ricombinarla in modi sempre nuovi. E' appunto la situazione che era caratteristica della "Repubblica delle Lettere" tra Cinquecento e Seicento. E qui Galilei parla proprio come uomo di quella "Repubblica delle Lettere" perché sa che quello è il brodo di coltura della scienza moderna, se con la parola "scienza" intendiamo non un insieme di tecniche, ma piuttosto una ricerca che è esposta in ogni momento al giudizio altrui e la cui procedura è fatta apposta per sollecitare ogni sorta di controllo pertinente.

Perché noto questo fatto? Perché mi sembra che un paradosso del nostro tempo stia proprio nel fatto che una comunicazione sempre più intensa, con media sempre più capaci di violare ogni barriera di spazio e tempo, stia producendo semmai una crisi della curiosità, vale  dire la diffusa percezione di un  rumore universale in cui nulla è sensato e tutto assume l'aspetto di una fantasmagoria. Creare spazi dove si rifletta sulle gerarchie di rilevanza delle questioni e sui modi giusti per affrontarle - cioè modi per ricreare comunicazione effettiva dove ve ne è tanta di inutile - questo è a mio avviso un compito filosoficamente primario oggi.  Il termine "filosofia" è inteso qui in un senso non professionistico, è inteso come impegno a capire. Che insomma comunicare serva a saperne di più e che saperne di più serva a cambiare le cose - questo è l'auspicio e questo considererei essenziale.

Per chiarire meglio che cosa intendo per "inflazione della comunicazione", pensiamo alla percezione che oggi abbiamo della società globale o planetaria. Qualche decennio fa, eravamo molto meno connessi, ma molti tra noi erano "internazionalisti" e sentivano ciò che accadeva su questo martoriato pianeta come una cosa sola, si interessavano, magari maldestramente,  del Vietnam o di Praga o del Cile.  Oggi non vedo gente in piazza per i curdi. Eppure che si formi una nazione la cui identità (una volta tanto) non sia religiosa, sarebbe un fatto sano in Medio Oriente.

Invece, proprio perché ogni angolo del pianeta si è fatto familiare e possiamo anche guardarlo con Google, il nostro sguardo politico si è ristretto. Al più guardiamo all'Europa, ma molti rivorrebbero una piccola patria proprio per proteggersi da un'esposizione indesiderabile a un mondo incomprensibile. Non se ne esce a colpi di prediche. Se ne esce forse dando notizie migliori e discutendole, cioè prendendoci da soli  il ruolo di  cittadini, e non solo di vittime, della società globale. Discutiamo molto dei migranti che arrivano. Ma chi si stia spartendo le risorse dei paesi da cui fuggono, non lo sappiamo o non lo discutiamo. Eppure bisognerebbe partire proprio da lì per capire dove stia andando il pianeta.

"zonagrigia.it" ha il grande merito di dare notizie e riflessioni che sfuggono alla grande stampa. Spero che continui a farlo e, per questa solidarietà, risponderò anche alle domande di  Bouvard e Pécuchet. Che non sono facili.