Viviani, genio impopolare di Elio Mottola  (Pubbl. 24/04/2018)

Dopo aver invitato i lettori di Zonagrigia.it a riscoprire i pregi del Guarracino, avverto la necessità di segnalare un secondo caso di trascuratezza generale nei confronti di un altro e ben più grande lascito della cultura partenopea: i versi e la musica di Raffaele Viviani. Sull’autorevolezza di questo grandissimo autore e attore teatrale basterà citare due testimonianze, tra le tante, riportate nel volume edito a Napoli nel 1975 sotto il patrocinio della Presidenza della Repubblica dal titolo “Raffaele Viviani a venticinque anni dalla morte”. La prima, di Vittorio De Sica: «Era un artista completo. Passava dal grottesco al tragico con una facilità che è raro trovare in un attore. Univa ai toni buffoneschi una forza tragica che si imponeva all’attenzione di tutte le platee ... Egli rimarrà l’artista più completo, più nobile, più umano che abbia avuto il teatro italiano». La seconda è l’epicedio di Eduardo De Filippo, non certo prodigo di elogi nei confronti dei colleghi, vivi o defunti che fossero: «Pietra lavica di Napoli, cantucci bui e maleodoranti d’ogni angusto vicolo; antri squallidi e “vinelle” ingombri di rifiuti resi ancora utili dal filosofico e geniale senso di adattamento della nostra povera gente; muri di tufo massiccio e salmastro, che vi chiudeste a scatola intorno alle campane di vetro coi santi, agli opachi letti di ottone, alle rose di carta velina, ai bicchieri dispari, alle forchette di stagno, alle sedie malferme al palissandro tarlato dei comò traballanti: è morto Raffaele Viviani!...Io? Io, Raffaele mio, sono rimasto per continuare ad onorarti sulle tavole, fino a quando avrò sangue e fiato. Qualche volta mi vedrai camminare lentamente lungo Corso Vittorio Emanuele sotto casa tua, stringendoti sottobraccio (ricordi quante volte lo abbiamo fatto?), per aprire il mio al tuo pensiero, raccontandoti la trama di una nuova commedia. Tu mi ascolterai e mi farai udire la tua voce (ricordi?): Eduà, quant’è bella! Ora Raffaele mio, Amico e Maestro, incontrerai il più dolente e santo degli Scugnizzi. Tu sai come si chiama. Egli ti verrà incontro con il braccio teso per imprimere con il pollice ferreo l’ultimo tocco alla tua grande maschera tragica.» Sono dunque numerose le testimonianze autorevoli che collocano nel dovuto rilievo nazionale l’arte di Viviani, il quale non era peraltro alieno dal conoscere quanto avveniva oltre confine: non a caso la prima versione della poi celebre “Bammenella e copp’e Quartieri” fu composta sul tema da “La valse brune”, un valzer francese in voga alla fine del secolo precedente (link) al quale il testo aderisce perfettamente. Ma c’è un aspetto ulteriore che espande la figura di Viviani ad una dimensione europea ed è l’aver preceduto di una buona decina di anni gli esiti, poi riconosciuti su scala mondiale, del binomio tedesco costituito da Bertold Brecht e Kurt Weill autori, rispettivamente dei testi e delle musiche, nei pochi lustri intercorsi tra le due guerre mondiali, di almeno due capolavori del teatro musicale di tutti i tempi, “L’opera da tre soldi” e “Ascesa e caduta della citta di Mahagonny”. Ad accostare per primi, apertamente, sulla scena verso la fine degli anni '70 l' estro partenopeo di Raffaele Viviani e il cabaret tedesco di Kurt Weill e Bertolt Brecht furono, a Napoli, Gennaro Vitiello e Leopoldo Mastelloni “en travesti“, con un collage di testi e brani musicali presi da Brecht, Viviani e Weill dal titolo “Da Piedigrotta a Mahagonny”. Il ponte tra la cultura apparentemente solare di Napoli e le atmosfere livide dell’espressionismo tedesco era stato, sia pure in maniera non esplicita, già intravisto nello spettacolo del 1970 “Io Raffaele Viviani” di Antonio Ghirelli ed Achille Millo, sottolineato dal tono decisamente cabarettistico degli accompagnamenti strumentali curati da Roberto De Simone. La realtà storica è che “Bammenella e copp’e Quartieri”(link), la cui protagonista viene da molti paragonata alla “Jenny dei pirati” dell’Opera da tre soldi (link), assume la sua forma definitiva già nel 1912, una quindicina d’anni prima della creazione del personaggio brechtiano. Le similitudini tra le due donne sono evidenti: entrambe esercitano la “professione”, con orgogliosa e appassionata dedizione ai rispettivi protettori,(link) vivendo in ambienti urbani posti ai margini della società e più o meno contigui alla malavita se non addirittura ad essa organici. Ed è proprio la partecipazione umana al mondo dei diseredati, del sottoproletariato e della delinquenza, rintracciabile in tutta la loro produzione, che accomuna Viviani e Brecht nella denuncia e nella condanna della società borghese, anche se nel primo manca la dimensione politica presente nel secondo. Denuncia e condanna di cui si alimenterà negli stessi anni anche il cinema espressionista tedesco nel quale il volto di Raffaele Viviani, così come ce lo rappresentano alcune foto dell’epoca (link) e lo stesso busto in terracotta di Vincenzo Gemito (link), avrebbe ben figurato: è facile immaginarselo in un film di Murnau, di Lang o di Pabst. Ma questa è una semplice suggestione, priva di ogni concreto fondamento. Altrettanto suggestiva, e forse mirata unicamente a spingere ancora più in alto la figura artistica di Viviani, è l’analogia con l’idea di teatro musicale enunciata e messa in pratica da Richard Wagner, il quale proclamò che ciascuna opera d’arte doveva scaturire da un'unica mente creativa e quindi scrisse i libretti delle opere che lui stesso musicava. Cosa che fece, mezzo secolo dopo, in un contesto storico e culturale totalmente diverso e forse inconsapevolmente, anche Viviani, autore di tutte le musiche che compaiono nel suo teatro, anche se in veste di semplice “melodista non trascrittore”, espressione in uso per designare autori che, non conoscendo la notazione musicale, devono rivolgersi ad un musicista “vero” perché trascriva sul pentagramma le idee melodiche che gli vengono in mente. In questa particolare veste di “autore unico” Viviani ci ha lasciato molte bellissime canzoni, alcune giustamente note e tuttora in repertorio, come la già citata “Bammenella” e la “Rumba degli scugnizzi” (link). Molte altre invece non hanno mai superato la soglia della popolarità, pur essendo altrettanto belle ed ispirate. Tra queste credo vadano segnalati almeno due brani che, a mio parere, sono veri e propri gioielli e che testimoniano della grandezza di Viviani “autore unico” di versi e musica. Il primo è la “Canzone ‘e sott’o carcere” (link), tratta dal lavoro del 1922 “Circo Equestre Sgueglia” e l’altro dura poco più di un minuto (e resta quindi un frammento) “Comm’a fronna” (link), che appartiene invece a “Tuledo ‘e notte”, risalente al 1918. Si tratta di poesia pura, la cui perfezione nasce dalla totale aderenza tra i versi e la musica e che spero i lettori colgano già al primo ascolto. Il perché del mancato successo di gran parte delle musiche di Viviani, che pure hanno poco da invidiare alle più celebrate canzoni della tradizione napoletana, è estensibile a tutta la sua produzione teatrale e poetica e va probabilmente ricercato nel rifiuto dei napoletani a riconoscersi nel pessimismo, nella disperazione e nella rassegnazione dei personaggi che la popolano, tanto diversi dal cliché solare, esuberante ed appassionato del “napoletano modello esportazione”. Insomma la grandezza di Viviani non è arrivata al popolo, così come avvenne anche a Brecht per “Opera da tre soldi”: il suo pubblico ideale doveva essere il proletariato, cioè gli operai dell'industria (ed infatti il titolo indicava provocatoriamente il prezzo del biglietto d'entrata), ma paradossalmente gli operai disertarono le rappresentazioni, mentre il pubblico borghese, invece, ne decretò il successo, con sorpresa e disappunto dell'autore.

Per la biografia di Viviani rinvio a quanto reperibile su google ed, in particolare, su Wikipedia segnalando tra i tanti giudizi ivi riportati quelli encomiastici di due autorità nazionali della critica teatrale, non sospettabili di campanilismo, quali furono Silvio D’Amico e Vito Pandolfi. Per ammirare Viviani in veste di attore non credo esistano altre testimonianze oltre al film, non indimenticabile, che Alessandro Blasetti trasse nel 1932 dall’omonimo pezzo teatrale di Viviani “La tavola dei poveri”, scaricabile da Emule, ed alla sua poesia “ ’O vico”, proposta dallo stesso Viviani in forma peraltro “contratta” (manca il pezzo centrale, non so se per motivi tecnici, di censura o di autocensura – si era nel Ventennio!) ma memorabile (link). La versione integrale è invece disponibile nell’interpretazione di Gianni Caputo (link).

Commento di  giuseppe.pigar@gmail.com

Articolo molto interessante, ben documentato e argomentato, con spunti ironici molto apprezzabili. Ho scoperto qualcosa che non conoscevo. Grazie a Elio Mottola e a Zonagrigia. Pino