Meglio la Costituzione! di Giuseppe Capuano  (Pubbl. 23/03/2018)

Il 20 marzo scorso, nel centro storico di Napoli, aula magna del liceo Genovesi, nell’ambito del ciclo di conferenze Meglio essere felici, il poliedrico storico dell’arte Tomaso Montanari è stato invitato a tenere una conferenza dal titolo: Il governo dei beni comuni come strumento nella costruzione della felicità pubblica. Promotori dell’iniziativa sono state tre diverse organizzazioni, Iocisto, la libreria di tutti-Centro Bio Edile e Fare decrescita Napoli.

Il Filosofo Giovanni Lamagna, introducendo la serata, ha spiegato il riferimento del ciclo di conferenze a Bauman, il sociologo della società liquida, interprete della contemporaneità. “I riferimenti teorici del nostro gruppo (Fare decrescita Napoli, n.d.r.) sono chiari: proviamo a applicare i principi esposti da Serge Latouche nelle tesi sulla decrescita felice”. In sala tantissima gente: gli studenti della professoressa Maria Filippone, dirigente scolastico del Genovesi, esponenti di svariati gruppi e associazioni presenti in città, semplici cittadini. Il prof. Montanari ha esordito citando il lavoro di Piero Bevilacqua Felicità d'Italia. “Bevilacqua individua quattro felicità italiane: l’alimentazione, le città, la musica e la canzone napoletana, la tradizione cooperativa, prodotti di un saper fare comune”. Nel corso del dibattito le differenze dall’impostazione data da Lamagna e il discorso di Montanari si sono fatti evidenti. Quella di Montanari è una narrazione il cui filo conduttore parte dai principi scritti nella Costituzione italiana. “È oggi insopportabile assistere all’affermarsi e al diffondersi sempre più del divario tra ricchi e poveri. Nella e con la diseguaglianza è impossibile anche solo immaginare cosa possa essere la felicità”.La sua però, ha subito chiarito, non è una presa d’atto ma il punto da cui ripartire per costruire un nuovo senso di comune appartenenza, di serena e civile convivenza cosa di cui questa Italia e questo pianeta mostrano di avere un urgente bisogno. “Nelle strade delle nostre città, nelle nostre campagne, nelle migliaia di piccoli e piccolissimi centri e borghi di cui è disseminata la penisola, nel paesaggio italiano che anche quando ci appare incontaminato e del tutto naturale porta forte i segni della presenza umana è indicata la strada per uscire da questa situazione”. Montanari ha continuato riproponendo un discorso che è anche la traccia di un suo spettacolo teatrale scritto e realizzato in collaborazione con Nino Criscenti, L’aria della libertà- L'Italia di Piero Calamandrei. “Meglio di chiunque questa strada maestra l’ha individuata Piero Camalandrei, deputato eletto all'Assemblea Costituente, ispiratore dell’articolo 9 che recita: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Lo storico dell’arte ha letto parti del discorso che Calamandrei tenne ai suoi studenti verso la fine degli anni ’50 del secolo scorso: “Voi avete visto qual è stato, in tutta Italia, il prezzo di questa libertà. Io ricordo che negli anni pesanti e grigi nei quali si sentiva avvicinarsi la catastrofe, facevo parte di un gruppo di amici che, non potendo sopportare l’afa morale delle città piene di falso tripudio e di funebri adunate coatte, fuggivamo ogni domenica a respirare su per i monti l’aria della libertà, e consolarci tra noi coll’amicizia, a ricercare in questi profili di orizzonti familiari il vero volto della patria...Da anni mi batto – ha ripreso diretto Montanari- contro la barbarica pratica di trasformare il nostro comune patrimonio in una merce da offrire al pari di un qualsiasi prodotto industriale, sradicando le opere d’arte dal loro contesto. L’Italia per secoli è stata esempio di sovrapposizione tra passato e presente e il luogo dove le persone in fuga da altri territori hanno trovato rifugio e pace. È Raffaello che chiede al suo Papa la grazia per un edificio antico che si sarebbe dovuto abbattere per far posto ad una sua nuova opera. In Italia profughi da tutto il mondo hanno lasciato meravigliose tracce della loro presenza. Tutto ciò è racchiuso e rappresentato nelle nostre opere d’arte, nei nostri edifici storici il più delle volte edificati sulle macerie di edifici preesistenti, non per dispregio ma come affermazione di continuità”. Secondo Montanari, l’opera d’arte deve continuare a vivere nel contesto fisico che l’ha prodotta, e le persone, gli abitanti di ogni luogo devono recuperare il rapporto con il territorio che li circonda. “È triste scoprire che tra i giovani iscritti a un mio corso di storia dell’arte solo i più ricchi avevano visto da vicino le opere di Donatello e solo in occasione di qualche costosa mostra tenutasi lontana dal territorio dove vivono. Nessuno sapeva che a pochi passi dall’Università, nella chiesa di Sant'Angelo a Nilo, sulla tomba di Brancaccio c’è un’opera realizzata dal grande scultore.” Il tono polemico del suo discorso si è così rinvigorito: “Credere che aumentando i biglietti dei musei o incentivando la concorrenza tra i diversi siti monumentali tra chi fa più cassa possa servire a salvaguardare il nostro patrimonio culturale è falso, così si rischia semmai di metterlo in pericolo, di depredarlo di senso... Veronelli e Petrini - ha continuato- con le loro battaglie per ricostruire l’antico rapporto degli abitanti con il loro territorio si sono mostrati più saggi di molti miei colleghi storici dell’arte”. Tra il pubblico c’è stato chi ha riproposto l’idea che incentivare il volontariato possa essere la strada giusta per riaffermare il concetto di bene culturale come bene comune. “Attenzione a non scambiare il precariato come volontariato. –Ha replicato secco Montanari-. Una cosa è chi fa tutt’altro nella vita e per suo personale diletto vuole dedicarsi alla cura di un bene culturale, altro è chi ha studiato per acquisire le professionalità utili alla cura ed alla valorizzazione dei beni culturali per poi essere costretto a farlo gratis perché lo Stato non assume e non investe, venendo meno a quanto stabilito dalla Costituzione”.

Una degenerazione che viene da lontano, dalla legge Ronchey che ha aperto alla commercializzazione selvaggia dei luoghi e delle cose di alto pregio culturale, introducendo la possibilità di sfruttare i giovani con l’alibi del volontariato.