A Napoli, la storia in…Mostra di Guido Tarantino (Pubbl. 20/02/2018)

La Mostra sulle leggi razziali, emanate in forma di Regi decreti e promulgate da Vittorio Emanuele III, organizzata nella sede della Camera di Commercio di Napoli dal 22 gennaio al 23 febbraio di quest'anno, ha aperto il suo percorso ai visitatori mediante l'offerta di due filmati di presentazione che riportano testimonianze e riflessioni di alcuni nostri concittadini che subirono sulla propria pelle i fatti di quel periodo e la “tematica” razziale insita nel fascismo. Evento drammatico che anche a Napoli fu definitivamente inaugurato dalle Leggi che si susseguirono dal 1938. In quegli anni a Napoli la comunità ebraica si componeva di quasi mille persone, serenamente inserite nel tessuto della società civile della città. Partendo dai filmati, la Mostra si snoda in una parte perimetrale che offre delle bacheche e degli espositori ricolmi sia di alcuni oggetti dell'epoca, sia di moltissimi documenti, giornali e foto. Tra le tante testimonianze spiccano quelle che mostrano l’asservimento dei giornali del tempo alla ferocia nazifascista. Nel grande "salone delle grida", la parte che occupa il centro sala è costituita, invece, da pannelli che precisano le modalità di applicazione e gli esiti nefasti sulla popolazione napoletana di religione ebraica delle vergognose norme. Al termine dell'oscuro periodo fascista a Napoli erano presenti circa 200 concittadini di religione ebraica. Fu solo grazie alla sollevazione delle 4 giornate che si evitò la deportazione degli ebrei napoletani nei campi di sterminio. Una delle testimoniqanze più significative vive che trasparedalla visita è la constatazione dell'inesistenzadi documenti provenienti da Tribunali e da Preture. Tra tutte le carte del tempo esposte nelle vetrine, non vi è infatti una sola ordinanza o una sentenza di un giudice. Eppure le Leggi, specialmente quelle di così rilevante impatto nell'ordinamento giudiziario, sono sempre oggetto di interpretazioni giuridiche, di applicazioni, di ricorsi. Il fatto è che il potere giurisdizionale fu interdetto. L'interpretazione delle norme liberticide fu assegnato alle Prefetture, organismi del governo che le aveva emanate. Chi era ebreo? Un figlio di madre e padre ebreo? Da quante generazioni? La dottrina giuridica sarebbe intervenuta su queste domande e su altro. Avrebbe consentito un'attuazione probabilmente modulata, mediata dalla coscienza civile e politica dei magistrati, degli avvocati, della società civile. Ma così non fu. Quelle leggi, in realtà,mascheravano una strategia ancora più subdola e drammatica: l’affossamento definitivo della divisione dei poteri. Non furono solo leggi omicide nei confronti dei nostri concittadini di religione ebraica, vi è di più, rappresentarono la via per formalizzare e instaurare il pieno totalitarismo in Italia. Non ebbero effetti soltanto nei confronti del nemico inventato dal Regime (gli ebrei o gli omosessuali, oppositori, ecc.), ma segnarono la fine dei principi cardini del costituzionalismo liberale.