“La pelle di Napoli”, voci di una città senza tempo 

a cura di Achille Aveta (Pubbl. 18/11/2016)

È fresco di stampa un libro di Pietro Treccagnoli, intitolato “La pelle di Napoli – Voci di una città senza tempo” (Cairo Editore, 2016); si tratta di un’esplorazione di Napoli, fatta a piedi, per meglio scoprire i mille volti della città attraverso le sue molteplici sfumature, anche quelle più nascoste. È, quindi, la Napoli di tutti i giorni, lazzara e aristocratica, pronta a parlare di sé come una commedia di Eduardo De Filippo o un film di Luciano De Crescenzo. I 43 brevi capitoli, di cui si compone il testo, descrivono viaggi nella Napoli che neanche chi vi è sempre vissuto conosce, e che tutti credono di conoscere, ma che nasconde segreti millenari. In occasione della presentazione del libro, avvenuta il 15 novembre ad Acerra nei locali dell’Associazione teatrale “Gli Istrioni”, abbiamo rivolto qualche domanda all’Autore, giornalista de “Il Mattino” di Napoli.

Com’è nata l’idea del libro?

«In realtà, questo libro raccoglie 43 miei reportage pubblicati sul “Mattino” tra il 2014 e il 2015. La scelta di fare delle inchieste su Napoli da napoletano è nata dall’esigenza di descrivere questa città conoscendola, però fingendo di non conoscerla. Sono andato in luoghi in cui la gente non va e pensa di conoscere molto bene. È venuto fuori un racconto di voci insolite di Napoli, ma molto realistico. L’idea di metterle insieme, per dare un’immagine abbastanza inedita, ha fatto venire fuori un libro che tiene insieme vari luoghi della città, con un senso di lettura molto di pelle, di contatto diretto con le persone».

A cosa si è ispirato nella scelta del titolo?

«Il titolo è un doppio omaggio a Matilde Serao (Il ventre di Napoli) e a Curzio Malaparte (La pelle). Infatti, come scrivo nella conclusione: Napoli ha un ventre, uno stomaco, un cuore, un cervello. Tutto in disordine, tutto apparentemente al posto sbagliato. Sopra questa anatomia sballata, a ricoprire come un velo c’è la pelle di Napoli, lo schermo dove tutto il bene e tutto il male scivolano e si riflettono, come uno specchio deformante. Napoli vanta mille colori, ma dopo duemilacinquecento anni resistono solo il grigio sporco delle antiche pietre, l’oro appannato del tufo che l’ha innalzata e l’altro oro, quello della pazienza che spinge a rialzarsi dopo ogni caduta.»

Perché dice che dal suo scritto emerge una "fotografia mossa, ma mai sfocata" della città di Napoli?

«In realtà mi sono limitato a tratteggiare sprazzi della storia millenaria di Napoli, evidenziando spesso l’antico contrasto tra la voglia di riscatto e l’autocommiserazione dei suoi abitanti. Infatti, nel libro c’è la Napoli dalle mille anime, sconosciuta anche quando ci sembra di conoscerla, e sempre da riscoprire andando al di là degli stereotipi; e la descrivo dal punto di vista della gente qualunque, che vive nei suoi vicoli esercitando arti e mestieri sconosciuti ai più, alcuni dei quali generati dall’arte di arrangiarsi tutta partenopea. Parlo di antichi mestieri raccontati dagli stessi protagonisti: luoghi e persone si uniscono in un’unica voce per raccontare una realtà suggestiva come una leggenda. Tutto è raccontato attraverso la voce dei napoletani che ci mettono il nome, la faccia, il dolore e l’allegria.»

Nel libro c’è la Napoli che si arrangia di Eduardo e Totò, e quella colta di Benedetto Croce e Salvatore Di Giacomo. Infatti, sotto gli occhi del lettore scorrono le immagini di una città sofferta e sensibile, scanzonata e ironica, una Napoli che proprio per la sua unicità e assurdità continua, comunque, a suggestionare e incantare. L’Autore presenta al lettore la Napoli odierna, fatta non solo da napoletani, ma anche da africani e cingalesi, da studenti fuori sede e da quella varia umanità che, nel XXI secolo, vive negli storici bassi napoletani. E le descrizioni dei quartieri, delle chiese e dei monumenti sono strettamente intrecciate a godibili cenni alla storia della cultura, della gastronomia, della toponomastica e dell’arte napoletana. Il tratto letterario della scrittura di Treccagnoli è evidente nel costante richiamo, più o meno diretto, a scrittori non solo napoletani e italiani – come Domenico Rea o Anna Maria Ortese – ma anche stranieri, come Dostoevskij. Confesso che, mentre leggevo il libro, ho avuto la sensazione di avere tra le mani una guida “lonely planet” che, per le grandi città, ha un capitolo intitolato “itinerari a piedi”, perché il modo migliore per conoscere un luogo è visitarlo a piedi, sull’esempio del flâneur, reso famoso da Baudelaire: il gentiluomo che vaga per le vie cittadine, provando emozioni nell'osservare il paesaggio.