Domini cognitivi e libertà 

di Achille Aveta (Pubbl. 18/07/2016)

Una fonte permanente di conflitti fra gli uomini sono proprio le operazioni che hanno a che fare con la distinzione (ovvero con la creazione) e con l'omologazione (ovvero con la distruzione) dei domini cognitivi. Un esempio lo ricaviamo dalla politica; in più di una circostanza, indagini giudiziarie hanno avuto per oggetto personalità di governo e sedi di partiti e, di conseguenza, diversi segmenti della cosiddetta “società civile” si sono cimentati in “processi ai giudici”. Questa situazione ha un valore performativo: la discussione sulla fiducia alle personalità di governo indagate si trasforma in una discussione sulla fiducia ai giudici che indagano su uomini di governo e su politici che appoggiano il governo. Ancora una volta, in queste circostanze, si tenta di connettere due domini cognitivi (quello giudiziario e quello politico). È un po' come se due forze opposte, l'una (gli indagati e i loro sostenitori) e l'altra (i fautori della legittimità dell’operato della magistratura) tentassero di chiudere e di aprire contemporaneamente una stessa porta. In linea generale, la distinzione crea libertà mentre l'omologazione la riduce: più noi distinguiamo i domini cognitivi, più siamo liberi di agire. In questo caso i domini cognitivi appaiono come dèi di un pantheon politeista. Avendone molti a disposizione, possiamo sempre giustificare il mancato servizio reso a uno di essi con quello invece reso all'altro. L'omologazione dei differenti domini cognitivi trasforma molte storie separate in una sola storia e riduce, quindi, gli ambiti di libertà sia di chi vive le storie sia di chi le osserva, sia dell'attore sia del lettore. Gli intolleranti vedono tutto di un solo colore e con loro è piuttosto difficile circoscrivere l'argomento di riflessione, ogni piccola storia è incastrata in un’altra storia, tanto che esse spesso perdono la propria autonomia e diventano solo capitoli di un’unica storia che tutto avviluppa e spiega. Spesso, infatti, attraverso connessioni più o meno stringenti, costoro arrivano comunque ai massimi sistemi. Se la polizia arresta il segretario del partito “x” con l'accusa di furto, anziché parlare del furto, si tenterà di dire che si vuol mettere in galera gli ideali di cui è portatore tale partito. Se questa manovra riesce, si saranno unificati due domini cognitivi: quello empirico, dove agiscono le persone, e quello astratto, dove combattono le idee. Vale anche l'esempio opposto. Un capo di governo autoritario, che si senta minacciato dallo sviluppo del movimento “y”, per debellarlo potrebbe accusare i suoi fautori di delitti comuni. Riduce la libertà, ad esempio, chi con riferimento alla Carta fondamentale del nostro ordinamento politico e giuridico parla di costituzione materiale. Per quanto si possa ipotizzare e possa in effetti accadere che il precetto della Carta costituzionale trovi parziale applicazione ed a volte sia interpretato nella prassi in modo restrittivo, l'interpretazione e la prassi non possono essere confusi con la Costituzione, la quale resta nella sua integrità un ideale regolativo che nessuna pratica contingente potrà modificare. Quindi costituzione materiale è, nel migliore dei casi, un ossimoro, nel peggiore una truffa intellettuale. D'altronde i giudici che nel passato hanno interpretato e nel futuro interpreteranno la legge in modo, per così dire, progressista operano esattamente questa distinzione tra dominio cognitivo del precetto e dominio cognitivo della prassi e difendono il primo dall’invasione della seconda. È ovvio che chi, invece, nella prassi ha il potere, tende a far contaminare il precetto da quella pratica nella quale egli ha il potere. La distinzione tra precetto e prassi è una distinzione non conservatrice, mentre è conservatrice la confusione. I potenti vogliono trasformare lo stato di fatto in stato di diritto, ovvero unificare due domini cognitivi e ridurre gli spazi di manovra intellettuali e materiali ai possibili oppositori.

3. fine