IL CORACINO di Elio Mottola (Pubbl. 18/03/2018)

Coracino o còrvolo o castagnòla nera è la traduzione italiana del napoletano guarracino, pesce che dà il titolo, oltre ad esserne protagonista, ad una celebre canzone della seconda metà del ‘700. Quanti napoletani conoscono questa canzone e quanti italiani? A mio avviso pochi degli uni e pochissimi degli altri. Eppure questa straordinaria composizione meriterebbe di essere accolta nella Lista del patrimonio mondiale UNESCO, soprattutto per il testo, essendo la musica (una godibilissima tarantella non molto diversa dall’altrettanto godibile “Cecerenella”) un mero supporto alla narrazione verbale. E tuttavia anche la parte musicale del “Guarracino” godette giustamente di notevole rinomanza all’estero: il poeta tedesco Wilhelm Muller, cui si devono i versi di due dei più celebri cicli di lieder (canzoni) di Schubert (“La bella mugnaia” e “Il viaggio d’inverno”) aveva raccolto nel corso di un viaggio in Italia una trentina di canzoni e canti popolari che la morte prematura gli impedì di pubblicare. La pubblicazione del “Guarracino”, che faceva parte della raccolta, in un adattamento per canto e pianoforte curato da Bernhard Wolff, avvenne nel 1829 e cominciò a circolare anche negli ambienti austro-tedeschi con un certo successo, tant’è che ne ritroviamo il tema musicale, insieme a quello di un’altra celebre canzone del primo ‘800, “Fenesta vascia”, nel brano per pianoforte solo di Liszt “Vénice et Naples” (link), incluso nella raccolta “Années de Pélerinage”.

Molto maggiore fu l’interesse suscitato dal testo della composizione, tra gli intellettuali partenopei, a partire dalla stesura che conosciamo, realizzata, elaborando le versioni popolari preesistenti, nel 1829 da Guglielmo Cottrau, un francese innamorato di Napoli, capostipite del ramo napoletano della famiglia e padre di Teodoro, autore della celeberrima “Santa Lucia” (Sul mare luccica l’astro d’argento ecc.).

L’attenzione del mondo culturale napoletano è poi documentata dagli studi dedicati al “Guarracino” da Gino Doria, giornalista, scrittore e storiografo napoletano che la classificò "fra le cose più fresche, più festive, più colorite, più saporose e sarei a dire più odorose, della poesia semipopolare o semidotta che dir si voglia", scrivendo inoltre che: “Per me è poesia dottissima perché dietro alla voluta semplicità e ingenuità del dettato io non stento a raffigurarmi il viso arguto e malizioso del finissimo letterato che si divertì a comporla o a rielaborarla”. Ma già in precedenza Benedetto Croce, ponendosi anche il problema della traduzione dell’esorbitante numero di abitanti marini elencati nel testo, la definì "una singolare fantasia, capricciosa e graziosa e di un brio indiavolato". In epoca più recente è documentato il vivo ed operativo interesse di Roberto De Simone che si è, tra l’altro, occupato di trovare e catalogare le numerose versioni alternative rintracciate in Campania.

Sorprendente è, invece, la vicenda legata proprio alla individuazione delle varie specie ittiche enumerate nel testo: nel 1982 il professor Arturo Palombi pubblicò uno studio in cui riferiva di avere individuato “tutti gli 82 organismi citati nella canzone”. Un ulteriore contributo fu offerto nel 1990 dalla biologa Maria Cristina Gambi, che nel notiziario ufficiale della Società di Biologia Marina comunicava di essere arrivata a identificare “51 organismi dei 72 citati nella canzone” fornendo inoltre l’esatta denominazione scientifica di ciascun pesce o mollusco, la sua denominazione latina e la determinazione della famiglia e della specie.

Per completare il quadro storico e culturale nel quale si vuole inserire questo mio appello, non mi resta che segnalare come l’autore (o gli autori) abbia sicuramente guardato ad Omero, cui la leggenda attribuisce la paternità della famosa “Batracomiomachìa” (La guerra delle rane e dei topi), data la comune ambientazione zoologica, ma non escluderei neppure il riferimento all' "Iliade" essendo l' "aspra contesa" causata in entrambe le opere da motivi passionali (Elena come la Sardella?).

C’è poi da evidenziare, tra le qualità letterarie del testo, il frequente ricorso a ricche enumerazioni (armi, percosse ed, infine, creature marine, in esse comprese alcune non mediterranee oltre che fluviali e lacustri) che fanno pensare alla ridondanza barocca, ma forse ancor più allo spirito enciclopedistico illuminista. E poi, come non sottolineare l’ironia che circola in tutta la narrazione e la leggerezza dissacrante, così tipicamente napoletana, di parenti e amici che partecipano alla contesa non con le armi ma con i generi di consumo voluttuario propri delle feste popolari dell’epoca?

Propongo quindi, in conclusione, la modesta traduzione riportata nella scheda a fianco e che si è resa necessaria in considerazione delle manchevolezze riscontrate in quelle reperibili su Google: per una traduzione sicuramente più degna rinvio a quella di Fausto Nicolini, scrittore e storiografo napoletano, cui è tuttora intestata una scuola pubblica cittadina, che la diede alle stampe nel lontano 1924, ma che non ho potuto rintracciare.

Una volta letto e compreso il testo, invito il lettore ad ascoltare la versione di Roberto Murolo (link), che brilla per chiarezza ed eleganza e poi quella selvaggia ed irrefrenabile della Nuova Compagnia di Canto Popolare (link), inserita nel loro primo LP (Barkley) perché quella contenuta nell’LP EMI “Li saracini adorano lu sole” è diversa, trattandosi evidentemente di una delle versioni alternative raccolte da Roberto De Simone.