Conversazioni- di bouvard e pécuchet (6) (Pubbl. 18/02/2018)

Visionari e predicatori

Bouvard- Combattere la corruzione e la mafia con la cultura.

PécuchetCosa leggi?

Bouvard- È il sottotitolo dell’ultimo lavoro di Vittorio V. Alberti, Pane sporco, presentato qui a Napoli come ho letto su zonagrigia.it.

P- Vedo che c’è qualcosa che non ti persuade.

B-. Cambiare con la cultura. Il nuovo mantra. Mi capita sempre più spesso di imbattermi in questi appelli: una maggiore diffusione della cultura come panacea di ogni male. Siamo corrotti? Il problema è culturale. La pubblica amministrazione e i servizi non funzionano? Bisogna cambiare la mentalità ossia la cultura.

P- Se ci rivolgiamo alle persone di qualunque ceto ed età spronandoli a curare la propria formazione intellettuale e morale è sempre un fatto positivo, si parla tanto di analfabetismo di ritorno anche perché non possediamo le competenze adeguate, a cominciare da quelle linguistiche, per comprendere le trasformazioni in atto.

B – Ma questi appelli sono sufficienti a scalfire la cultura nella sua accezione antropologica? Considera che per noi italiani la cultura che “condividiamo” è quella antistatuale e familistica che non ci fa apprezzare il valore del bene comune ma il facile arricchimento personale.

P - Un humus dove il tarlo della corruzione prolifera e si diffonde senza troppi ostacoli e le innovazioni affidate a logiche clientelari perdono il loro vigore. Non basta quindi una buona scuola dell’obbligo, ma c’è da intraprendere una “battaglia culturale” a tutto campo che è cosa ben diversa e più impegnativa.

B- Coltivare il proprio spirito, approfondire e fare ricerca richiede, talvolta, maggiore libertà e intraprendenza, e spesso l’ambito personale e quello istituzionale stridono, provocando tensioni e malfunzionamento organizzativo, talvolta sofferenza individuale, e infine servizi pubblici e privati inefficaci e inefficienti.

P- Come può questo provocare addirittura sofferenza?

B- Faccio un esempio. Immaginiamo una persona che, dopo il suo percorso di formazione obbligatoria, per una serie di occasionali situazioni, decide di continuare gli studi per passione e senza altri calcoli. Un giorno s’iscrive all’Università e inizia il suo “disincanto”. In seguito, se è anche fortunata, trova lavoro e qui si assommano altre disillusioni.

P- Quest’esempio non è molto lontano dall’esperienza di tante persone ma è già “datato” perché molti, forse la maggioranza dei giovani, non hanno più questo desiderio di affrancamento che ha caratterizzato l’entrata in massa all’Università o lo spirito di emancipazione dalle relazioni gerarchiche nel lavoro, i canali selettivi intercettano altre qualità, per usare un eufemismo.

B- Questo è ciò che direbbe un predicatore ma non spiega perché lo spazio e gli interessi comuni, compreso il sapere, hanno preso questa deriva e perché i “Livelli di guardia” rischiano di inondare le stesse istituzioni.

P- Quindi i tuoi dubbi e le tue perplessità non sono nei confronti della cultura ma nell’ambiguità con cui si fa appello a essa.

B- Si è proprio così. Uno spunto di riflessione, persuasivo e seducente, su comela cultura può livellare e abbassare il senso critico, ci arriva da Mark Fisher. Nel suo breve libro “Realismo capitalista”, tradotto in italiano e disponibile da poche settimane in libreria, tra le tante antinomie proposte per descrivere il sistema capitalistico c’è anche quella sui meccanismi di controllo e valutazione che la classe dirigente, superficialmente e maldestramente, assimila nel suo agire provocando risultati contrari agli obiettivi proclamati. Si pensa che la valutazione debba servire a potenziare le migliori pratiche e a premiare i comportamenti virtuosi e invece è adottata per fidelizzare il ceto burocratico a quello politico. Un sistema geniale.

P- Da buon marxista quindi è consapevole che il cambiamento non s’innesca senza svelare la “natura dell’avversario”.

B- E soprattutto non può avviarsi senza una nuova soggettività politica che con rinnovati slanci sia in grado di incunearsi nelle “lesioni” del sistema e determinare nuovi percorsi.

P- Insomma è un visionario.Nell’attesa che questo nuovo soggetto politico si formi, chi ha il coraggio di affrontare le sfide e opporsi alle malversazioni alle quali a volte si è sottoposti?

B- Ti ricordi quando abbiamo letto il libro di Stajano “Un eroe borghese”? La commozione e l’ammirazione per Giorgio Ambrosoli o per il Maresciallo Novembre hanno superato il senso di frustrante impotenza che queste e altre storie provocano: l’esempio e la testimonianza che tante persone hanno lasciato ci obbligano a non rassegnarci.

P- Non si può dire che a Giorgio Ambrosoli e ad altri sparuti eroi facesse difetto la cultura.Quel che faceva difetto allora come oggi è che erano soli proprio nelle situazioni che chiedono di agire in nome del bene comune ma dove paradossalmente proliferano gli interessi di parte. Non è un sentirsi soli tra la folla ma isolati e accerchiati nei luoghi che impongono un impegno collettivo per un’azione civile e incisiva. Questo è il “livello di guardia” che un’istituzione non può sostenere. C’è una cosa che la cultura può fare bene?

B- Aiutarci a smettere di essere sempre più realisti del re. Imparare a riconoscere e sostenere i giusti. Una buona lettura crea visioni e orizzonti paralleli che ti rendono più sensibile e meno rassegnato allo stato delle cose, mi ricorda, per certi versi, il percorso analitico in psicologia, junghiano freudiano adleriano non importa quale: succede qualcosa ma non si sa cosa, e il più delle volte è sempre una buona cosa.

P-Un brindisi alle nostre visioni.

B- Cin CinPécuchet.