… e non ci indurre in tentazione di Alfonso Coppola (Pubbl. 17/12/2018)      

«Papa Bergoglio cambia la preghiera del Padre Nostro». È questa la notizia che qualche tempo fa è rimbalzata su moltissimi notiziari, quotidiani e siti web. E, in effetti, era stato proprio Francesco che in una precisa occasione aveva ribadito tale concetto: «Nella preghiera del Padre Nostro c’è una richiesta: “Non ci indurre in tentazione”. Questa traduzione italiana recentemente è stata aggiustata alla precisa traduzione del testo originale, perché poteva suonare equivoca. Può Dio Padre “indurci” in tentazione? Può ingannare i suoi figli? Certo che no. E per questo, la vera traduzione è: “Non abbandonarci alla tentazione”». Dopo questa dichiarazione abbiamo assistito alla proliferazione, su tale argomento, di un’infinita sequela di articoli. Molti, spesso stilati da autori con evidente scarsa familiarità in materia, si preoccupavano di definire quale fosse in realtà la corretta traduzione della preghiera insegnata da Gesù; altri si premuravano di ricordarci quanto l’idea di un Dio così poco misericordioso fosse estranea alla Sacra Scrittura.

Occorre a questo punto fare alcune precisazioni. Intanto, l’argomento che la LXXII Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana ha affrontato è l’approvazione complessiva della traduzione della terza edizione italiana dell’intero Messale Romano (non solo, quindi, del Padre Nostro) nel quadro globale di un rinnovamento di vita delle comunità ecclesiali e di conseguenza di una riforma liturgica. La prima traduzione del Messale Romano in lingua italiana fu pubblicata nel 1973, mentre la seconda, ancora oggi in vigore, fu pubblicata dieci anni dopo, nel 1983. Anche l’inizio del “Gloria”, ad esempio, ha subito modifiche introducendo la versione “pace in terra agli uomini amati dal Signore”.

Riguardo al Padre Nostro, giunto a noi tra l’altro in due versioni differenti, nei Vangeli di Matteo e di Luca, la necessità di una sua migliore traduzione non è certamente una questione emersa oggi. Risale, infatti, al 1988. In seguito, nel 2007, i vescovi italiani votarono all’unanimità la modifica che oggi papa Francesco ha voluto estendere anche nell’uso liturgico.

Per quanto attiene al problema sull’idea di Dio presente nella Scrittura, sulla quale l’opinione pubblica sembra essersi soffermata, focalizzandosi esclusivamente sull’unica frase presente all’interno del Padre Nostro, è utile ribadire alcuni concetti. Stabilito che il compito di dichiarare quale sia la corretta traduzione dei libri neotestamentari resta esclusivo di chi si occupa in maniera professionale di critica testuale, e stabilito che la teologia ha tutto il diritto di evolversi per non risultare inadeguata, prigioniera di una relatività storica, legata ad un particolare pensiero umano storicizzato (e quindi delimitato in una determinata epoca del passato) diciamo che, nel Nuovo Testamento, l’idea di un Dio che presenta in sé aspetti ambigui, e che è allo stesso tempo origine sia del bene che del male, non è per niente estranea, anzi, è del tutto in linea con il Dio spesso collerico, geloso e impetuoso dell’Antico Testamento. «Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco il male», scriveva il Deutero-Isaia (Isaia 45,7), mentre il profeta Amos sosteneva: «Avviene forse nella città una sventura, che non sia causata dal Signore?» (Amos 3,6). Nella medesima prospettiva l’apostolo Paolo poteva quindi insegnare: «Dio perciò manda loro una forza di seduzione, perché essi credano alla menzogna» (2 Tessalonicesi 2,11), sottolineando così l’idea secondo cui sia proprio la tentazione a provenire da Dio: «insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere» (1 Corinzi 10,13). Un’idea, quella proposta da Paolo, praticamente sulla stessa linea dell’affermazione presente nel Padre Nostro: “Non ci indurre in tentazione”. Tale espressione, anche se fosse stata pronunciata in questo preciso modo da Gesù, sarebbe, quindi, del tutto conforme al pensiero dell’epoca, in grado di presentare un concetto di Dio come causa del male e, contemporaneamente, come puro bene. Infatti, in palese contraddizione con quanto sopra espresso da Paolo, l’apostolo Giacomo scriveva: «Nessuno, quando è tentato, dica: «sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno» (Giacomo 1,13).

Chi ha ragione? I testi che attribuiscono a Dio la tentazione o quelli che escludono ogni suo coinvolgimento al riguardo? È chiaro che voler a tutti i costi pretendere che le Sacre Scritture rispecchino il nostro attuale pensiero, tralasciando le circostanze concrete del tempo in cui furono elaborate e del loro ambiente storico, porterebbe molto lontano dalla realtà. Quindi, se oggi concepiamo Dio come amore e come luce, non ci possono essere dubbi: decidiamo che sia Giacomo a rappresentare la teologia corretta; per cui è giusto considerare un pensiero che si evolve, ma questo non deve significare stravolgere il passato. Allo stesso tempo è ragionevole comprendere il desiderio dei teologi di voler evitare una teologia, oggi eticamente inaccettabile, di un Dio che manda egli stesso la tentazione in cui far incorrere i suoi, e proporre invece una verità di Dio che sia al di là di ogni definizione, anche di quelle dogmatiche, e che per questo possa, anzi debba, continuamente, essere sottoposta a un processo di revisione.

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