Disabilità: per una nuova sfida culturale! 

di Raffaele Puzio* (Pubbl. 16/09/2016)

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO

C’è una bella vignetta di Vauro, intitolata “Politically correct”, che descrive in chiave ironica il tema della disabilità a partire dalle terminologie che spesso vengono utilizzate. La vignetta raffigura due persone, una in piedi e una seduta sulla carrozzina. La persona in piedi ha un volto pensoso e cerca di trovare la parola giusta per definire con un termine, “politicamente corretto” appunto, la persona su carrozzina, e quindi giù con denominazioni quali “handicappato, disabile, diversamente abile, non deambulante…ecc”. La persona su carrozzina con il dito alzato (come per interrompere il pensiero dell’altro e chiedere la parola) sbotta con un “veramente mi chiamo Filippo!” La vignetta riassume efficacemente i principi sui quali ruotano le più avanzate conquiste delle lotte del movimento mondiale delle persone con disabilità, come ad esempio la ratifica della Convenzione Onu sui loro diritti. Principi che sono tutti orientati a quello che le persone con disabilità nel mondo cercano di ottenere, ovvero un cambiamento di paradigma: imparare a ragionare ed a guardare all’uomo come ad un essere vivente che si relaziona con l’ambiente circostante. Un capovolgimento culturale che in qualche modo ci suggerisce anche l’evento delle “paraolimpiadi”. Tutti osserviamo, tra curiosità ed ammirazione, competizioni sportive che vedono coinvolti tanti atleti con caratteristiche che ci fanno pensare a prestazioni al limite dell’umanamente possibile. Come si fa a correre senza gambe? A lanciare il peso senza vedere? A nuotare senza braccia?... e via dicendo! Accade così che non notiamo più, a volte anche inconsapevomente, le disabilità ma ci interroghiamo sulle caratteristiche e sulle tecniche che consentono a questi straordinari atleti di poter svolgere una determinata disciplina. In parole brevi, “proiettiamo” la persona nel suo rapporto con l’ambiente che lo circonda, con le sue caratteristiche e soprattutto con la sua caparbia volontà di raggiungere un determinato scopo. Scopriamo, di fatto, che siamo tutti uguali nel voler vivere il nostro ambiente, nel mantenere le nostre soggettive abilità (ad esempio in una determinata disciplina sportiva piuttosto che in un’altra). In sostanza, quello che conta, è la nostra volontà e la nostra determinazione, pur nella diversità di ciascuno. Quella diversità, che ci distingue gli uni dagli altri, diventa perciò un valore, una ricchezza. Come si potrà notare, il filo rosso che accomuna queste brevi riflessioni è che ognuno di noi è una persona con caratteristiche proprie che lo rendono cittadino del mondo; non a caso la citata Convenzione Onu utilizza il termine persona con disabilità non tanto per essere il più “politicamente corretto” ma perché rispetta un principio insito nel diritto di ognuno alla salvaguardia della propria dignità. Parlare di dignità equivale anche a sostenere che ciascuna persona sceglie di vivere la vita in base alle personali capacità e si rapporta con la società accettando i propri limiti ed affermando la propria sovranità nelle scelte da compiere, incluso il delicato tema del “fine vita”. Ovvio, a questo punto, che ogni decisione assunta dal consesso sociale non può prescindere dalla partecipazione alle stesse delle persone con disabilità. Di questo e di tanto altro, come lavoro,  scuola, accessibilità,  vita indipendente… è in discussione in una “due giorni” a Firenze (alla presenza di sindacati, associazioni, famiglie, disabili) finalizzata all’attuazione dei principi che dovrebbero sostenere il difficile percorso di autonomia e indipendenza delle persone con disabilità nel nostro paese. Solo così, il “Filippo” della vignetta, potrà un giorno incontrare persone interessate e disponibili a vivere insieme in una società più giusta, più solidale, più equa.

*Responsabile uff. H Cgil Campania