Le conversazioni di bouvard e pécuchet (2) (Pubbl. 26/04/2017)

Testamento biologico e libertà individuale

Pécuchet-- Il 20 aprile, tra i banchi del Parlamento, soffiava lo spirito di Epicuro che ha soggiogato la maggioranza dei parlamentari. “Quando noi viviamo, la morte non c’è. Quando c’è lei, non ci siamo noi”. Un ipotetico spazio/tempo dove regna  il principio di non contraddizione, o ci siamo noi o c’è la morte. Ardita la proposta di legge sul testamento biologico approvata alla Camera. Si azzarda a regolamentare, partendo dal consenso informato, la possibilità di poter disporre, quando sei cosciente, quali trattamenti sanitari a fini diagnostici e terapeutici “in caso di sopravvenuta incapacità di intendere e di volere” sei disposto ad accettare o rifiutare.

Bouvard- Si rimuove un altro ostacolo all’esercizio della libertà individuale includendo tra le decisioni personali una sfera considerata sacra e inviolabile. È il modo più semplice e laico che sottrae la questione dal dibattito pubblico, sia pure filosofico o religioso. Si spuntano le armi dei censori di turno. Come affrontare la malattia e la propria fine torna ad essere questione personalissima,  quindi psicologica.

P- Sei però solo e lo sforzo da compiere non è di poco conto. Immaginare, prefigurare un futuro prossimo o remoto funesto non appartiene alla contemporanea cultura occidentale. In altre culture, come quell’indiana (induismo), la nascita e la morte sono un  passaggio da uno stato ad un altro, e il prolungamento della vita è apprezzato solo  come occasione per migliorare il proprio Karma.

B- Un tempo, neanche troppo lontano, da noi ci si preoccupava della propria vecchiaia e si programmava anche il destino delle proprie spoglie. Nelle famiglie era prevista la cura  dei più piccoli e quella degli anziani. La nonna avrebbe accudito i nipoti e i genitori i nonni e i vecchi erano tenuti in grande considerazione proprio per questa loro funzione. Quando arrivava il momento della dipartita tutti si raccoglievano  attorno al loro letto di morte.

P- Il nostro modo di vivere sembra ignorare che la vita possa finire. Mi viene in mente un passaggio del romanzo di Saramago “Le intermittenze della morte” in cui un alto rappresentante della Chiesa richiama all’ordine  il Primo Ministro per aver manifestato entusiasmo sul  fatto che in quel paese non si muore più. Le dichiarazioni del Ministro rischiavano di determinare una condizione di  ingovernabilità assoluta. “Se non c’è morte non c’è resurrezione” e quindi non c’è potere sulle coscienze.

B- Certo è strano, il diritto testamentario si è sempre preoccupato di garantire il rispetto delle disposizioni del de cuius in merito al conferimento dei suoi beni, ponendo altresì dei limiti con le quote “indisponibili” che vanno per legge ai legittimi successori e questo per un senso di equità. Con il testamento biologico non c’è altra volontà al di fuori della mia che possa disporre del mio corpo in caso di eventuali tragici eventi. In questo caso non ci sono rischi di iniquità. Si rischia di urtare solo le “anime” dispotiche. Cosa è giusto o cosa non è giusto fare riguarda solo me.   

P- Il mio testamento sarà semplice: se mi trovassi nella condizione di non poter più esprimere la mia volontà, smettete di curarmi, magari addormentatemi profondamente e lasciate fare al mio organismo.  Perdere la ragione, la memoria, essere incapace di badare a se stessi in modo autonomo, non è la vita che voglio vivere. Perciò, appena possibile, scriverò: nel caso in cui… non curatemi, neanche per un raffreddore, lasciatemi morire. Non voglio far parte  di “un mondo di vivi non morti”. Ancora Saramago.

B- La possibilità di tenerti in vita per anni attaccato alle macchine non è irrilevante sul nuovo senso che vogliamo dare alla vita. Io non saprei cosa scrivere nel mio testamento biologico, ma non capisco perché altri debbano precludermi la possibilità di prendere decisioni. Non è un obbligo ma una possibilità. La paura non c’è stata sempre nemica, anzi a volte ci ha salvato. Sottoscrivere un testamento ci rende familiare con la nostra finitezza e  può rinvigorire una visione del mondo che oggi ci appare angusta e inafferrabile.

P- Un contributo dalla cultura umanistica sarebbe essenziale per soccorrere non solo le persone ma anche gli stessi medici che hanno problemi deontologici da non sottovalutare. Infatti, l’aspetto più positivo della legge è proprio nella nuova “relazione terapeutica” che si instaura tra paziente e medico.

B- L’ossessione dalla morte ci ha portati ad una eccessiva ospedalizzazione, declinando la cura a semplice assistenza. Questo ha distrutto ogni rituale rendendo la malattia e la morte un asettico bollettino sanitario. Mi ricorda un poco gli effetti della scolarizzazione di massa, tutti sanno leggere ma non sempre intendono il significato poliedrico delle parole che se isolate dal contesto di una frase diventa asfittico. Se un malato viene isolato dal contesto delle sue relazioni è già morto.

P- Ti rendi conto che le bizzarre conseguenze della democrazia porteranno anche l’onorevole Razzi ad esprimersi su questa proposta?

B- Si lo so, “La vita è una cosa meravigliosa. Ma si poteva fare di meglio”, diceva Augusto Farinetti in “Tutto sommato”, un libro ormai difficile da reperire.

Commento di Rosaria Guidotti

Il mio testamento biologico sarà molto semplice non curatemi solo per l'egoismo di tenermi in vita ,ma lasciatemi andare e se ancora qualcosa di buono sarà rimasto nel mio corpo donatelo a che ne ha bisogno.

Commento di  antoruss51

È un dialogo molto forte che tocca in modo particolare e profondo le proprie coscienze. Pensare che si possa soffrire in modo indicibile e stare inermi ad aspettare che tutto finisca naturalmente o chiedere che tutto finisca per mano umana non so rispondere perché entrano in gioco diversi fattori. Vedere un proprio caro soffrire e decidere di aiutarlo a non soffrire più, in quest'ultimo caso entra in gioco la speranza di vederlo riprendersi. Magari miracolosamente. Non so cosa pensare né cosa dire.