Separatismo e identità di Elio Mottola (Pubbl. 13/12/2018)                                                                                                                                                                     

Tutte le forme di separatismo geopolitico andrebbero combattute. Le spinte autonomiste poggiano puntualmente sulla pretesa di preservare l’identità di un popolo o di una qualunque comunità, dando per scontato che l’inclusione in un contesto più ampio con altri popoli o altre comunità comporti automaticamente la perdita o, comunque, la limitazione o la rinuncia all’identità originaria. Il che non è affatto dimostrato ed è, anzi, facile provare che è infondato. Basti pensare alle comunità italiane all’estero, quasi sempre orgogliose sia dell’identità originaria che di quella acquisita, custodi delle proprie tradizioni e, al tempo stesso, motivate a conquistarne di nuove. E ciò in quanto l’identità di un gruppo sociale non si costituisce per sostituzione ma per stratificazione dell’appartenenza a sempre più ampie comunità.

Appartenere significa far parte e la prima e più elementare forma di appartenenza si rivolge a sé stesso. Chi si sente estraneo a sé stesso è palesemente un dissociato, uno che vive un senso di alienazione. Non è il caso di parlarne in questa sede perché la cosa rientra più nella patologia che nella formazione culturale.

Il secondo passaggio è quello dell’appartenenza alla famiglia di origine. Se la vita familiare è vissuta senza condivisione di valori, di memorie, di esperienze comuni, ci si ritrova privi della più elementare forma di radicazione in una cellula sociale.

In senso stretto seguirebbe poi l’appartenenza alla comunità del posto in cui abbiamo casa e dove viviamo la maggior parte della nostra vita: sarà un paese piccolo, oppure un quartiere di una cittadina più grande, o anche un semplice rione di una metropoli. Né è da trascurare l’appartenenza al condominio in cui si vive. Cosa significa appartenenza al condominio? Significa innanzitutto conoscere gli altri condòmini, capire che i problemi comuni vanno risolti insieme, rispettando la volontà della maggioranza ma anche il dissenso delle minoranze. Significa anche sforzarsi di mediare in caso di contrasto tra singoli condòmini, riconoscendo che i buoni rapporti sono una ricchezza per tutti, mentre il mugugno spinge alla divisione e all’isolamento. Il condominio dovrebbe essere la prima aggregazione sociale più allargata della famiglia e, quindi, la prima e più importante palestra di convivenza tra estranei, perché capace di sviluppare la nostra capacità relazionale. Ma la cosa è ormai da tempo caduta in disuso: i vicini di casa si scambiano, nella migliore delle ipotesi, qualche saluto o qualche parola di circostanza.

Nel percorso cronologico di acquisizione delle appartenenze è fondamentale il passaggio relativo alla classe scolastica ed alla scuola che si frequenta. Dopo quella scolastica, l’appartenenza successiva può essere l’iscrizione ad un circolo sportivo o culturale, mentre lo sarà certamente quella che nasce nel posto di lavoro e tramite l’adesione a un sindacato, a un movimento o a un partito politico.

Tutte le appartenenze comportano, se vissute con interesse e partecipazione, un arricchimento in termini di conoscenze, relazioni sociali ed esperienze e non si escludono ma piuttosto si sommano, creando una stratificazione culturale che cresce con l’aumentare delle appartenenze. Chi sente di far parte della comunità degli italiani non cessa di essere napoletano, così come chi è italiano troverà utile e stimolante sentirsi “anche” europeo e, meglio ancora, cittadino del mondo, cioè cosmopolita, se riesce ad abbattere tutte le barriere etniche. Ma il livello più alto di appartenenza è quello che, attraverso lo studio della storia, delle arti e di tutte le massime espressioni dell’attività e del pensiero umani, ci unisce all’umanità intera, non solo nello spazio ma anche nel tempo, dandoci la consapevolezza di essere un anello della catena evolutiva del genere umano. In questa dimensione non può trovare spazio alcuna forma di intolleranza, né tantomeno sentimenti di vendetta nei confronti di quelle persone che si sono rese responsabili delle peggiori atrocità. L’ampliamento delle appartenenze va, dunque, di pari passo con l’accrescimento culturale di un popolo, mentre il separatismo ne rappresenta l’impoverimento. In realtà, ovunque e comunque si manifesti, il separatismo nasconde dietro lo sbandierato timore della perdita di identità, interessi strettamente economici e di potere, valutati peraltro in termini miseramente immediati e non di prospettiva. Questo vale sia per lo scissionismo leghista della prima ora, gradito forse all’imprenditoria lombardo-veneta, sia per il separatismo catalano, nonché per le cosiddette guerre di religione. Sorprendono invece gli attentati all’Unione Europea condotti da partiti politici particolarmente forti proprio in Paesi che avrebbero tutto da perdere dalla sua dissoluzione, a meno che non si illudano di ottenere vantaggi economici dal possibile ingresso nell’orbita russa: diversamente questi attentati non possono che imputarsi all’ambizione di singoli leader irresponsabili o in malafede, che ingannano scientemente la parte più sprovveduta dell’elettorato per realizzare progetti esclusivamente personali. Ma su questo argomento gli scenari che si aprono sono molteplici.

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