Con-vivere: sfida dei nostri tempi di Giuseppe Capuano (Pubbl. 12/06/2017)

Tra il 5 e il 7 giugno si è tenuto a Napoli, nella splendida cornice dello storico Museo di Minerologia dell’Università di Napoli Federico II, il 13° incontro annuale del Seminario permanente Etica Bioetica Cittadinanza. Animato da Emilia D’Antuono, docente di Filosofia Morale, il Seminario è ormai un’istituzione di riferimento per chi prova ad addentrarsi in ambiti disciplinari al confine tra scienza, tecnica e filosofia. L’incontro si è incentrato su una tematica strettamente connessa all’attualità politico sociale: Convivere, la Parola della scienza, le Ragioni dell’Etica, le Regole del Diritto. La prima sessione è stata dedicata a una discussione intorno a “l’umano al tempo del disumano, antidoti all’ossessione identitaria”. Tema controverso e drammaticamente all’ordine del giorno. La sala era gremita di studenti di corsi di studi anche molto diversi e di docenti delle più disparate università italiane. “Le parole dell’etica, della bioetica, della scienza, del diritto, pronunciate in maniera diversa secondo grammatiche e semantiche peculiari ai vari ambiti disciplinari, sono costitutive del «vivere-con», del convivere. Esse chiamano in causa individui e collettività, filosofia e storia, rappresentazioni “dell’identità dell’umano”, in un contesto, il nostro travagliato presente, che in tanti percepiamo come il tempo di un mondo incerto”. Sono parole di Emilia D’Antuono. “Parlare di convivenza, interrogandosi su umano, inumano, disumano significa innanzitutto farsi carico dei «dannati senza terra», per parafrasare il noto titolo di Fanon, espulsi dall’umanità e considerati come se fossero barbari e assalitori da chi ritiene di essere legittimamente in grembo all’unica umanità saldamente ancorata in parti specifiche del globo terrestre”. Forte è stato il richiamo ai “tempi bui” che hanno segnato la storia dell’Europa per tutta la prima metà del secolo scorso. La prima e la seconda guerra mondiale, con al centro la tragedia nazifascista. Quali le origini di questo male oscuro che porta di continuo l’umanità a rasentare la sua definitiva scomparsa? Per Francesco Remotti, non ci sono dubbi: “l’ossessione della ricerca di una identità, individuale e/o collettiva è il germe nefasto. Identità presuppone alterità”. Più si cerca di individuare specifiche e uniche caratteristiche, più si creano steccati, barriere che non possono che portare alla guerra, all’opposizione tra individui, gruppi, fazioni, stati. “Abbiamo creduto di poter coniugare la con-vivenza, con la co-esistenza, ma è stato un errore”. Spiega Remotti: “Co-esistere significa tollerare, significa concedere il diritto alla sopravvivenza. Tolleranza e coesistenza, possono essere pacifiche solo per un tempo determinato, ma in esse cova l’odio, il disprezzo, il desiderio di sopraffazione e cancellazione dell’altro diverso da me”. Parole forti che obbligano ad una approfondita riflessione. “Dobbiamo imparare a sostituire la nostra idea di identità con un’idea di somiglianza”. Possiamo somigliare a noi stessi, magari a quando eravamo più giovani, o anche a qualche giorno fa, ma non abbiamo una identità unica e permanente. Se questo è vero per l’individuo, lo è ancor di più per i gruppi. Non sono mancate le immediate reazioni dei presenti. Lorenzo Chieffi, costituzionalista, esprime il suo sconcerto. “Eravamo convinti che la coesistenza costituisse il punto più alto della civiltà giuridica, l’unica strada possibile per garantire la pace e la sopravvivenza dell’umanità. Politica e diritto fanno i conti con la realtà, e nei casi migliori assorbono il meglio dell’esperienza concreta degli individui. L’ambizione utopica della convivenza coniugata con la somiglianza non ci esime dal ricercare la necessaria coesistenza”. Identità e somiglianza concetti non solo filosofici ma oggi parte della ricerca biogenetica. A ricordarlo è Franco Salvatore, illustre genetista. “Con-vivenza oggi non può essere coniugata solo in termini di rapporti tra uomini ma tra uomini e natura nel suo insieme”. Franco Salvatore nel suo breve intervento sfiora alcune problematiche affrontate oggi dalla biogenetica. L’individuo è sempre meno scindibile dal suo ampio contesto biologico, al limite della riconoscibilità. L’impostazione di Remotti mette a dura prova la resistenza di chi ha fatto dell’affermazione della identità di genere una occasione per affermare diritti violati. E a chi lo contesta Remotti risponde. “Ma se la vostra idea è quella di una identità aperta, permeabile ai contesti, chiamiamola allora somiglianza”. L’insieme delle questioni trattate, la metodologia utilizzata, il continuo intersecarsi tra categorie politiche, economiche, filosofiche e biologiche, ha offerto un barlume di luce a un discutere inconcludente tipico dei nostri tempi bui. Le due principali relazioni della prima giornata, e l’intensa discussione che ne è seguita, ha fatto riferimento ai grandi pensatori europei dei secoli scorsi. Una notazione a margine. Le grandi idee si sono sviluppate in tempi in cui donne e uomini erano considerati strutturalmente diversi, al punto da negare quasi la natura umana alle donne. La schiavitù è stata cancellata dal sistema giuridico degli Stati uniti solo nella seconda metà dell’ottocento e il sistema dell’apartheid solo qualche decennio fa è stato abolito nel Sud Africa. Tutte le considerazioni, i ricordi e le rimembranze delle follie umane, e l’attenzione alla barbarie oggi incombente non può non tener conto di quanto il vivere sociale si sia profondamente modificato grazie alla capacità di alcune grandi donne e uomini ed ai movimenti politici che essi hanno costruito.