Libertà vo’ cercando … di Sergio Pollina (Pubbl. 10/02/2019)      

Non a caso nel noto motto della Rivoluzione francese, fra le tre parole che lo compongono, Liberté è la prima. Da sempre si è vagheggiato sulla libertà: la libertà è stata ambìta, bramata, perseguita, invocata, si è combattuto per essa che, appropriatamente, è stata considerata il bene supremo cui l’uomo deve aspirare. La libertà, in tutte le sue declinazioni, distingue gli esseri umani dagli altri esseri viventi, i quali, comunque, anch’essi lottano per essa quando ne vengono privati. Quella dell’uomo si esprime a un livello superiore; mentre, infatti, un animale in gabbia non è libero, un essere umano può esserlo anche se in catene, perché nessuno può privarlo della libertà di pensiero, ma solo di quella di manifestarlo. Nel nostro tempo privilegiato, nel mondo occidentale in particolare, da tempo ormai libero dai regimi assolutisti, sia monarchici che dittatoriali, la libertà è ritenuta un diritto ormai acquisito e, pertanto, ci si occupa sempre meno di essa. Ciò costituisce un errore gravissimo, perché mentre riteniamo d’esser liberi, pian piano veniamo privati della libertà. Certo, siamo liberi dalle catene, godiamo della libertà di movimento, possiamo esprimere a voce e per iscritto pensieri dissenzienti e perfino aspre critiche nei confronti del potere in carica; tutto questo è vero e siamo fortunati a godere di queste libertà, per ottenere le quali altri hanno lottato e perso la vita. Ma la libertà è tutta qui? No, certo che no!

La libertà ha una sorella gemella, si chiama Verità, ed essa cammina di pari passo con la Conoscenza. Per cui ci chiediamo: Può esistere libertà senza verità? Può esistere libertà senza conoscenza? Ma, cos’è, infine, la libertà? Questa parola richiama alla mia mente due personaggi del passato, entrambi amanti della libertà. Il primo è Gesù di Nazaret al quale nel Vangelo di Giovanni (8, 32) viene attribuita la celeberrima frase: “Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi”. L’altro è nostro padre Dante che nel primo canto del Purgatorio fa dire a Virgilio queste parole, rivolte a Catone l’Uticense: “Libertà vo’ cercando ch’è sì cara”. Quindi, a sentire Gesù Cristo, la libertà e la verità non possono essere separate l’una dall’altra. Ed è sempre all’uomo di Nazaret che un governante del suo tempo pose la cruciale domanda, rimasta non esaudita: “Che cos’è la verità?”. Noi qui non ci occupiamo di verità teologiche o metafisiche ma, più banalmente, delle verità che scaturiscono dalla nostra conoscenza, dallo sviluppo e dal progresso scientifico, grazie ai quali non crediamo più che le malattie siano opera degli spiriti maligni, ma dei germi; che la terra non è piatta ma rotonda; che i nostri primi genitori non si chiamavano Adamo ed Eva, e che la luna non è fatta di formaggio.

La verità e la conoscenza, ingredienti essenziali della libertà, però non ci vengono servite su un piatto d’argento: bisogna faticare per ottenerle, bisogna adoprarsi, scavare, cercare, come faremmo se cercassimo un tesoro, perché soltanto gli uomini consapevoli e informati sono realmente liberi; le loro scelte non sono frutto dell’ignoranza, della superstizione, ma sono basate sulla conoscenza dei fatti che fa loro scegliere in piena consapevolezza e non sull’onda delle emozioni, dei sentimenti pilotati dalla disinformazione di massa, la cosiddetta “pancia”, che è oggi uno dei problemi più gravi che affliggono la generazione contemporanea, e che ci fanno credere di aver maturato delle idee tutte nostre, senza renderci conto che sono le idee di altri che, così facendo e senza che ce ne rendiamo conto, ci privano della nostra libertà. Uno dei sintomi che caratterizza la perdita della libertà è il conformismo. Come spiegò Alexis De Tocqueville, “la protezione dalla tirannide del magistrato non è sufficiente: è necessario anche proteggersi dalla tirannia dell’opinione e del sentimento predominanti, dalla tendenza della società a imporre come norme di condotta, con mezzi diversi dalle pene legali, le proprie idee e usanze a chi dissente, a ostacolare lo sviluppo – e a prevenire, se possibile, la formazione di qualsiasi individualità discordante, a costringere tutti i caratteri a conformarsi al suo modello”. Questo sviluppo pervasivo delle forze che contribuiscono a plasmare e a indirizzare le scelte delle masse è ciò che con felice intuizione, già nel Cinquecento, portò Etienne de La Boétie a parlare di “servitù volontaria” in un suo saggio dallo stesso titolo. In un periodo nel quale erano al potere le tirannie, egli scrisse: “Chi ci toglie la libertà ha solo due occhi, due mani, un corpo, non ha niente di diverso […] eccetto il vantaggio che voi gli fornite per distruggervi. Da dove prenderebbe tanti occhi con cui vi spia se voi non glieli forniste? Come farebbe ad avere tante mani per colpirvi, se non le prendesse da voi? Ha forse un potere su di voi che non sia il vostro?” Ecco, quindi, il consenso. La volontà e la voluttà di servire. La servitù volontaria. E secondo quell’illuminato giovane filosofo, lo strumento con il quale si è radicata la volontà di servire non sono “le alabarde”, né “gli squadroni a cavallo”, ma l’abitudine, l’ignoranza, i “circenses”, la religione.

Oggi, una generazione dopo la caduta del Muro, la servitù volontaria, passa soprattutto attraverso i media. Non solo la disinformazione, ma l’infotainment e l’etica comune modellata attraverso reality e trasmissioni di evasione ne sono le armi. La lotta contro la servitù volontaria oggi deve mirare a ogni misura che favorisca un illuminismo di massa, a tutto ciò che promuova il dissidente e penalizzi il conforme.

Purtroppo nel nostro tempo nonostante il trascorrere dei secoli, sembra ancora vincente il modello stigmatizzato da de La Boétie il quale, parlando di Creso, re di Lidia, scrisse che: “concepì un espediente straordinario per assicurarsene il possesso [della città di Sardi]: fece aprire bordelli, taverne e sale da gioco, e fece pubblicare un’ordinanza che autorizzava i cittadini a servirsene … Per la verità la plebaglia, che nelle città è sempre la più numerosa, è naturalmente portata a diffidare di chi l’ama e a fidarsi di chi l’inganna … Ed è davvero strabiliante quanto [i popoli] rapidamente vi cedano, per poco che li si alletti. Teatri, giochi, commedie, spettacoli, gladiatori, bestie feroci e consimili droghe, erano per i popoli antichi l’esca della servitù, il prezzo della loro libertà, gli strumenti della tirannide … In tal modo i popoli istupiditi, invaghiti da tali passatempi, divertiti da un vano piacere che abbagliava la vita, s’abituavano a servire pedissequamente, ancor peggio di come i bambini imparano a leggere guardando le immagini luccicanti dei libri miniati”.

Basta sostituire – come fece con felice intuizione il grande tycoon dell’intrattenimento televisivo, sceso in politica un quarto di secolo fa – gli strumenti descritti da de La Boétie con la telecrazia da lui inventata, con i suoi spettacoli di ventiquattr’ore su ventiquattro, con lo sdoganamento della volgarità e dell’eros patinato, così brillantemente descritti da Filippo Ceccarelli in Invano; basta aggiungere le massicce dosi di social di ogni tipo di cui fanno un uso spregiudicato e soffocante i suoi giovani e attuali successori, e avremo lo stesso risultato: la servitù volontaria. E questo perché “quell’eterogenea massa di pochi saggi e molti stupidi chiamata pubblico” (John Stuart Mill, Saggio sulla libertà) è indotta a credere non alla verità che reca libertà, ma alle affascinanti promesse di chi prospetta mirabilia a un prezzo veramente alla portata di tutte le tasche e che non richiede fatica: basta credere all’imbonitore di turno, perché è perfettamente vero, anzi, come aggiunge Mill: “È sentimentalismo inutile pensare che la verità semplicemente in quanto tale abbia un qualche potere intrinseco, negato all’errore, di prevalere … Gli uomini non hanno più zelo per la verità di quanto non ne abbiano spesso per l’errore”, e aggiunge, parlando degli “opportunisti della verità”, che sono persone “le cui argomentazioni su ogni questione importante sono quelle che giudicano più adatte al loro pubblico, non quelle che li hanno convinti”. Per rendersi conto della veridicità di questo assioma basta assistere a uno dei tanti talk show che quotidianamente infestano tutti i programmi televisivi, nei quali urlatori si sovrappongono a urlatori, mentre un pubblico prezzolato e belante applaude entusiasticamente tutto e il contrario di tutto, e nei quali ex segretarie si improvvisano economisti, ex bibitari diventano magicamente sommi esperti di politiche del lavoro, ed ex paninari assurgono al rango di Talleyrand e di Metternich, con il risultato che al termine di ogni dibattito la vittima sul campo è invariabilmente la verità e con essa la libertà.

Se, per descrivere gli effetti nefasti di tutto questo abbiamo dovuto citare due menti brillanti del XVI e del XVIII secolo – senza trascurare il profetico 1984 di George Orwell con il suo “ministero della verità” -, ciò vuol dire che il trascorrere dei secoli ancora non ha avuto, e forse non avrà mai, l’effetto di fare innamorare gli uomini del sapore aspro ma vivificante della libertà!

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