La Verità di Alfonso Coppola (Pubbl. 09/01/2019)      

“Un maestro chiede a un bambino dinanzi a tutta la classe se è vero che suo padre spesso torni a casa ubriaco. È vero, ma il bambino nega... Nel rispondere negativamente alla domanda del maestro, egli dice effettivamente il falso, ma in pari tempo esprime una verità, cioè che la famiglia è un’istituzione sui generis nella quale il maestro non ha diritto di immischiarsi. Si può dire che la risposta del bambino è una bugia, ma è una bugia che contiene più verità, ossia che è più conforme alla verità che non una risposta in cui egli avesse ammesso davanti a tutta la classe la debolezza paterna”. Il brano riportato è tratto da un saggio di Dietrich Bonhoeffer, dal titolo Che cosa significa dire la verità?, che si inserisce in una più ampia prospettiva di ricerca sull’etica, alla quale il pastore protestante stava lavorando prima di essere arrestato dalla Gestapo, per poi essere impiccato nel lager di Flossenbürg, la mattina del 9 aprile 1945, con l’accusa di cospirazione. Il teologo Vito Mancuso commenta così il brano citato: “Bonhoeffer dice che una bugia, un’esplicita negazione della verità e come tale un’affermazione falsa (mio padre non è un ubriacone), può contenere più verità di un’affermazione in sé vera (mio padre è un ubriacone). Con ciò egli profila una concezione della verità a più dimensioni, per illustrare la quale mi permetto di proseguire l’esempio. In quella classe ci sono due ragazzi che abitano vicino all’interrogato e sanno perfettamente come stanno le cose. Uno di loro, per amore di precisione, si alza in piedi e dice di conoscere benissimo qual è la realtà dei fatti, ossia che il padre torna spesso ubriaco. L’altro, però, interviene dicendo che non è per nulla così, che il ragazzo che ha appena parlato si sbaglia perché confonde il padre del ragazzo interrogato con un altro uomo, e che lui, che abita proprio lì accanto, può garantire che le cose stanno effettivamente così. Chi tra questi due ragazzi dice la verità? Il primo ricorda la figura di «colui che pretende di dire la verità dappertutto, in ogni momento e a chiunque», ma chi agisce così «è un cinico che esibisce soltanto un morto simulacro della verità». Il secondo personifica una concezione secondo la quale il rapporto umano è più importante della descrizione oggettiva di come stanno effettivamente le cose, una concezione della vita al vertice della quale c’è la relazionalità dell’essere e che individua il criterio decisivo nell’incremento della qualità delle relazioni. Nel primo caso la verità è qualcosa di statico, è un dato di fatto: il padre è ubriaco punto e basta, poche chiacchiere. Nel secondo caso la verità è qualcosa di dinamico… che sa collocare il dato di fatto dell’ubriachezza del padre nel contesto più ampio di un figlio costretto a riconoscerla pubblicamente di fronte al maestro e ai compagni di classe e che per questo, negandola a un primo livello (quello dell’esattezza), la serve a un livello più alto (quello della relazione)”.

La verità è qualcosa che si muove, così come si muove la vita, e questo vale non solo sul piano etico, che abbiamo appena esposto, ma per tutti i settori della conoscenza, inclusa la scienza. Negli Analitici secondi, ad esempio, Aristotele aveva definito la conoscenza scientifica come sapere basato sulla dimostrazione, vale a dire su una forma di conoscenza molto più rigorosa rispetto ad una semplice constatazione dei fatti, basata sul sillogismo, strumento logico fondamentale che ci consente di comprendere le ragioni per cui un fatto esaminato possa essere definito vero. Ma un elemento imprescindibile di questa dottrina, come lo stesso Aristotele enuncia nella Metafisica, è la struttura stessa della dimostrazione. Ogni dimostrazione, infatti, per quanto rigorosa, parte necessariamente da principi primi, ipotesi e assiomi accettati ma non dimostrati, rendendo in maniera inesorabile il risultato materia di dóxa (opinione, conoscenza relativa) e non di sophía (saggezza, sapienza, scienza). Non è possibile agire diversamente, altrimenti avremmo un regresso all’infinito, perché nessun punto di partenza del ragionamento sarebbe possibile dovendo a sua volta essere dimostrato. Per cui tutto ciò che sappiamo attraverso l’uso della logica e delle dimostrazioni, per quanto vero, dipende dagli assunti accettati come premesse ed è quindi un giudizio necessariamente parziale, relativo e provvisorio, ipotetico e congetturale. Questo, naturalmente, non vuole inficiare assolutamente il metodo scientifico, ma solo dimostrare che il mondo è più grande di qualsiasi teoria che cerchi di interpretarlo. Quello che noi abbiamo della realtà, quello che definiamo come verità, sono solo informazioni prodotte dalle osservazioni che la nostra mente, attraverso il cervello, organizza in interpretazioni e modelli e la paura di perdere le certezze acquisite porta inesorabilmente a negare a priori l’esistenza di ciò che sembra incompatibile con il modello di mondo che ci siamo costruiti. Per cui, quando ci troveremo di fronte l’ennesimo “venditore di Verità”, dovremmo ricordargli che la sensazione di possedere tale “Verità” non è che illusoria e che dovrebbe essere sempre temperata dall’umiltà e dalla consapevolezza che la conoscenza intellettuale, inclusa quella etica, scientifica, politica o religiosa che sia, è per sua natura relativa, quindi parziale, fallibile e in gran parte destinata a essere prima o poi superata….

Riprendo Mancuso (La vita autentica, ed. Raffaello Cortina): “Un maestro chiede a un bambino davanti a tutta la classe se suo padre è alcolizzato. La verità è che lo è, ma il bambino risponde di no. La sua affermazione però non è una menzogna, ma una custodia a un livello superiore della verità, della verità che non è riducibile all’esattezza, ma che è anche misura, giustizia, bene, bellezza, decoro… La verità è molto più che esattezza, perché l’esattezza dice solo un aspetto particolare della realtà. La verità invece è l’intero delle relazioni, e in essa si può entrare solo mediante l’adeguazione della nostra intelligenza e della nostra volontà alla totalità del reale, un’adeguazione che richiede grande intelligenza emotiva e grande umiltà”.

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