La luna di Einstein di Vito R. Ferrone (Pubbl. 08/05/2019)      

Appena nomini Einstein, tutti sanno di chi si tratta. O pensano di sapere di chi si tratti. E tutti sanno di cosa si tratta. O pensano di sapere di cosa si tratti. Se dici Bohr, i più ti guardano perplessi. Chi è questo Bohr? Eppure stiamo parlando di uno dei più grandi scienziati del Novecento. Il principale ispiratore, qualcuno potrebbe dire il “padre”, della meccanica quantistica. Di quella parte della fisica, cioè, che ha sconvolto il modo di pensare e, prima ancora, di affrontare i problemi della fisica dell’infinitamente piccolo. Che ha messo in discussione anche il nostro modo di pensare e di guardare la realtà.

Einstein non si poteva fare capace. Ma non riuscì a scalzare Bohr dai suoi convincimenti né a metterlo in reale difficoltà. Tranne forse una volta, e lì pare proprio che Bohr “barò”, utilizzando, diciamo così, a modo suo, la relatività del suo amico Albert. Ma questa è un’altra storia.

Albert Einstein ha avuto il grande merito di farci capire come funziona l’universo. Ha dovuto mettere da parte sir Isaac Newton, al quale ha chiesto ufficialmente scusa - “Non si sa mai”, ci piace pensare, abbia con prudenza ponderato il buon Albert, considerato che sir Isaac aveva un carattere pessimo, ed era un notorio vendicativo - per avere demolito la sua, di Newton, teoria della gravitazione. Sostituendola con la relatività generale. Che ci dice esattamente come è l’universo.

Niels Bohr, invece, ha dedicato la sua vita a capire come funzionano gli elettroni e tutto ciò che ad essi si rifà. In questo sforzo non è stato da solo, per la verità. Quelli che di queste cose sanno, dicono sempre che la relatività, quella generale, perché di quella ristretta o speciale non gliene frega niente a nessuno in questo contesto, è stato lo sforzo enorme, per certi versi disumano, di una sola persona - non è proprio esattamente così, perché Albert per non impazzire con la matematica in un numero spropositato di dimensioni chiese aiuto ad un suo carissimo - mentre la fisica quantistica è il prodotto di tante menti. Di una pletora di splendidi uomini di scienza. È vero. Ma, lo stesso, la grandezza di Bohr è fuori discussione. Era l’unico in grado di tenere testa ad Einstein e, magari, di metterlo in difficoltà.

La relatività generale e la meccanica quantistica non vanno affatto d’accordo. È una vita che scienziati di tutti tipi e di tutte le latitudini stanno cercando di farle andare d’accordo, ma almeno al momento tutti gli sforzi sono stati vani.

Io credo, meglio, spero, che non ci riescano. Perché tengo per Einstein. Precisiamo. Sono il primo a sostenere, perché pienamente convinto, che la meccanica dei quanti, arricchita dalla teoria ondulatoria, funziona, e funziona benissimo. Che ci ha permesso di capire fenomeni che mai avremmo spiegato e che ha contribuito, e lo ha fatto in maniera determinante, allo sviluppo di tecnologie di altissima qualità.

Lo stesso. Tifo per Albert. Per la sua cocciuta convinzione che in quella benedetta teoria c’è qualcosa che non va. E non c’è bisogno di andare troppo per il sottile. A quale persona sana di mente verrebbe in mente che un gatto possa essere vivo e morto? Contemporaneamente. Il malefico gatto di Schrödinger in quella maledetta scatola. Alle prese con una fiala di cianuro. Che si rompe e non si rompe. In funzione di un martelletto. Controllato da … emissioni radioattive. Un disastro. Mentale.

In che condizioni è quel gatto? Non lo sai. Non lo puoi sapere. Cosa succede nella scatola. Per quanto ne sai, il gatto può essere vivo e morto. Se apri la scatola lo sai.

Bella cosa direte voi. Già. Collasso delle funzioni d’onda, direbbero loro. Tra i vari strati sovrapposti possibili, finalmente una, diciamo così, si materializza.

Einstein che tutto sommato aveva un buon carattere, si imbufaliva, quando sentiva queste cose. Perché, in fondo, ciò che accadeva, era - avrebbe voluto che fosse, per la verità: si rendeva perfettamente conto, oltre alla sua sincera personale stima, che Bohr e i suoi, dal punto di vista scientifico, erano un osso veramente duro - di una banalità sconcertante. Basta guardare. Proprio.

Il punto è proprio questo. Se guardi, quella realtà esiste. E dipende da come guardi.

Per quegli scienziati, che erano veramente una cosa pestifera, le risposte, degli esperimenti, dipendono da come metti su l’esperimento. La risposta, cioè, dipende da come domandi.

Non è cosa. Limitiamoci al facile, si fa per dire.

Se guardi, la realtà fisica ti si appalesa. Riusciamo finalmente a sapere che fine ha fatto quel gatto. Se salta su perché è contento e magari ha fame, è vivo. Se non si muove da dove sta, è morto.

Il povero Albert, non riusciva a capacitarsene.

Una volta si chiese, e chiese: “Ma allora se io non la guardo, la luna non esiste?”

commenti sul blog forniti da Disqus