Racconto sacro e mito di Achille Aveta  (Pubbl. 08/04/2018)

Nella cristianità l’evento pasquale ha una centralità che trova il proprio fondamento nella narrazione evangelica della morte e resurrezione del Cristo. Questa constatazione induce ad una riflessione sul modo di approcciare i testi sacri, nello specifico la Bibbia. Nella stesura dei testi scritturistici si presentano caratteristiche proprie di epoche e ambienti differenti dai nostri, che ricadono nella più ampia definizione di “genere letterario”. Va, comunque, precisato che i generi letterari riscontrati nella letteratura classica e moderna non sempre sono utili per la comprensione dei testi biblici per la semplice ragione che il criterio prevalentemente estetico non è generalmente quello più interessante, proprio a causa della “sacralità” attribuita a questi testi. In altre parole, il genere letterario adoperato interessa solo in quanto mezzo di trasmissione del pensiero dell’autore, cioè di quella “verità” che il Dio ispiratore ha voluto affidare al libro sacro. Invece, il punto di vista della “verità” entra solo parzialmente nella classificazione in uso nella nostra letteratura; infatti, non rientra nella ordinaria prassi di studio di un’opera letteraria la necessità di specificare se il suo contenuto sia “vero” o “non vero”. Consideriamo, ad esempio, il genere letterario della favola classica – per intenderci quella di Esopo e Fedro – e pensiamo alla famosissima composizione intitolata “Il lupo e l’agnello”; istintivamente saremmo tentati di etichettarne il contenuto come “non vero”. Tuttavia, con questa valutazione faremmo torto alla verità morale espressa con tanta semplice chiarezza in quella favola: la vicenda fittizia dei due animali non è né vera né falsa, ma è il mezzo per esprimere una verità; al mezzo espressivo del pensiero non si possono attribuire né la verità né la falsità. Il mezzo sarà semplicemente più o meno adatto a comunicare il pensiero e, come tale, non potrà essere vero o falso. D’altra parte, nessun lettore di romanzi li scambia per racconti autenticamente storici, nonostante in essi siano descritte circostanze relative a persone, tempi e luoghi. Questo ci fa capire l’importanza del linguaggio, della filologia biblica: leggendo la Bibbia non dobbiamo confondere le nostre categorie con quelle antiche. Quando si parla di “mito”, bisogna prendere questa parola come indicazione del genere letterario e non nel senso di “storia favolosa o leggendaria”: un “mito” è semplicemente un’antica tradizione popolare che racconta le origini del mondo e dell’uomo o avvenimenti, per esempio il diluvio universale, che sarebbero accaduti all’origine dell’umanità. Un “mito” è un racconto fatto in modo immaginifico e simbolico; l’autore del racconto biblico ha ripreso l’una o l’altra tradizione dal proprio ambiente, perché era funzionale al suo disegno didattico. Quindi, bisogna inquadrare le espressioni e i concetti usati nel loro contesto storico, se si vuole capire appieno il messaggio che gli agiografi ci hanno lasciato nella Bibbia, per determinare in chiave moderna concetti antichi. Infatti, l’ambiente in cui sono nati i testi biblici è il Medio Oriente, che differisce profondamente dalla nostra cultura classica, erede dello spirito greco-romano; di conseguenza non possiamo applicare semplicisticamente i criteri caratteristici della nostra mentalità e della nostra tradizione letteraria per intendere correttamente le produzioni culturali di mondi spirituali tanto diversi dal nostro. In definitiva, occorre sempre tener presente che, nel caso dei testi biblici, ci sarà spesso una parte della realtà oggettiva che sfugge all’autore, o che viene da lui trascurata; la verità risiede nella conformità di ciò che l’agiografo ha effettivamente espresso con quella parte della realtà oggettiva che egli intendeva esprimere.