STORIA DI ANTONIA di Vincenza D’Esculapio (Pubbl. 10712/2017)

Il 27 ottobre scorso, nella suggestiva cornice dell’antico Monastero della Concezione, sede ormai dismessa di uno tra gli Ospedali Psichiatrici  Giudiziari di Napoli, ha avuto luogo la presentazione del libro Storia di Antonia, scritto da Dario Stefano Dell’Aquila e Antonio Esposito per le Edizioni “Sensibile alle foglie”. I due Autori, ricercatori e saggisti, hanno dedicato gran parte della loro produzione a problematiche e tematiche di esclusione sociale. Quest’ultimo lavoro, strutturato tra romanzo e saggio, narra di una storia vera, documentata nei minimi particolari con materiale d’archivio inedito. È la storia di Antonia Bernardini; il sottotitolo del libro Viaggio al termine di un manicomio già ci introduce in un tema delicato e ancora scottante. 12 settembre 1973, stazione Termini di Roma. Antonia, 39 anni l’indomani, è in fila alla biglietteria, quando un banale diverbio con l’uomo che le è alle spalle sfocia in una lite. In fila c’è anche un giovane carabiniere in borghese che si fa riconoscere e interviene per sedare gli animi, ma per qualche parola di troppo e forse offensiva nei confronti del milite la donna viene portata al locale presidio dei carabinieri. Nel giro di poche ore vien arrestata per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale e viene tradotta nel carcere femminile di Rebibbia. Dopo due settimane viene trasferita nel manicomio criminale di Pozzuoli, perché giudicata pericolosa. Ma Antonia non è una criminale. Non ha commesso alcun misfatto. Perché relegarla in un carcere giudiziario? Antonia ha avuto, sì, una difficilissima vita infantile e adolescenziale, che l’ha resa molto fragile emotivamente e psichicamente, motivo che l’aveva più volte condotta in diverse strutture manicomiali. Ma non è una criminale.  Nei tanti andirivieni per ospedali, quanta cura le avevano dedicato? Nel carcere puteolano vivrà gli ultimi infernali quindici mesi della sua vita, fino al momento in cui muore a causa delle ustioni riportate nell’incendio del materasso del letto di contenzione cui era legata da quarantatré lunghi e ininterrotti giorni. L’atroce fine di Antonia rimbalzò su tutti i giornali e le televisioni, il dibattito pubblico sui manicomi criminali si accese più forte che mai. L’Istituto di Pozzuoli venne chiuso. Nel tempo la burocrazia fece il suo lento corso. Imputati vari. Colpevoli? Nessuno. Poi silenzio totale. Ora dopo quarant’anni la storia torna alla luce per ragionare, riflettere sulla vita di Antonia, Nina, Teresa e di tante altre donne e uomini che nel tempo hanno vissuto storie simili, che hanno subito offese nel corpo e nello spirito, che hanno visto annullata la propria dignità da logiche e prassi manicomiali di tempi e modi di un passato che rimanda ad ancor più lontani e tristi retaggi culturali.