Dove si nasconde la poesia? di Elio Mottola (Pubbl. 03/06/2019)      

Ho letto con grande interesse l’articolo dedicato da Concetta Russo alla poesia condividendone ed apprezzandone numerose, illuminate intuizioni. Bellissima, in particolare, la definizione della poesia come “il luogo e il tempo delle cose piccole che incontrano quelle grandi”.

Confesso di non aver mai amato la poesia come genere letterario: rime, quartine, sestine, figure retoriche hanno sempre suscitato la mia perplessità, perché le ho viste come condizionamenti alla libertà della creatività. Non che le arti, tutte le arti, debbano essere libere da ogni regola, anzi, se non ci fossero regole, la totale libertà condurrebbe al caos e non ci sarebbe alcuna evoluzione perché le arti si sviluppano proprio infrangendo di tempo in tempo le vecchie regole ed introducendone di nuove. La poesia non sempre l’ho capita, forse perché richiede uno sforzo di concentrazione maggiore di quello necessario a comprendere la prosa o perché a volte è difficile entrare in sintonia con l’autore. E poi, fatta eccezione per la sincerità che pervade le cose migliori di Dante, Petrarca, Foscolo, Carducci e quasi tutti i versi di Leopardi, non mi ha mai abbandonato il sospetto che nella poesia, anche in quella moderna e contemporanea libere dall’ossessione della metrica e della rima, prevalga la ricerca di parole ed espressioni volte ad affascinare il lettore o l’ascoltatore ed a mostrargli un bagliore di originalità. “M’illumino d’immenso”; “Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”; “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”; sono versi bellissimi, frutto di un’idea ispiratrice, forse di una vera e propria folgorazione, e nella loro semplicità li ho capiti e li amo anch’io, ma non dissipano il sospetto di essere nati da una meticolosa, ragionata e razionale scelta dei vocaboli più appropriati, alla ricerca di quella musicalità che è da sempre componente essenziale della poesia. Non parliamo poi della poesia in lingua straniera dove, alla possibile artificiosità dell’autore si sovrappone inevitabilmente quella del traduttore, che si trova nell’imbarazzante condizione di doversi barcamenare tra la fedeltà al testo e la ricerca di una nuova e diversa musicalità. Insomma, un bel problema.

Per questo, da semplice lettore consapevole di essere privo di qualsivoglia autorevolezza in materia, preferisco la prosa, nella quale trovo spesso tanta poesia. Mancheranno forse lo squarcio, la sintesi presenti in Quasimodo e Ungaretti, ma nella prosa c’è spazio per tante intuizioni ed espressioni poetiche, come può forse dimostrare il manzoniano “Addio ai monti” che, isolato dal resto del romanzo e fornito di un bel titolo, ci facevano imparare a memoria da adolescenti. Quanta poesia si incontra nella prosa di Proust, di Kafka, di Thomas Mann, di Pessoa e di tanti altri autori, ancorché tradotta da una lingua straniera? In realtà, per me la poesia è quanto di più volatile si possa immaginare, qualcosa di impalpabile, forse occasionale e magari involontario, che sfugge ad ogni definizione. Ciascuno può vederla dove vuole, dove la sua sensibilità la scopre e quasi la indovina, perché la poesia si risolve, in definitiva, in una emozione sottile, a volte ambigua e comunque personalissima. In quanto tale può essere presente in ogni manifestazione dichiaratamente artistica così come nelle più disimpegnate espressioni del pensiero: una barzelletta racconta, ad esempio, di una cicogna che viaggia in cielo con al becco il suo bravo fagotto annodato, nel quale trasporta un vecchietto. Ad un certo punto il vecchietto chiede rassegnato alla cicogna: “Dimmi la verità, ci siamo perduti?”. Si può cogliere una vena malinconica in questa sintetica rappresentazione umoristica? E quanta poesia si nasconde nella pittura, nella musica, nel cinema. Cosa, in tanti dipinti, affascina anche i non esperti se non la sensazione magari indistinta della poesia? Come non riconoscere valore poetico a tanta pittura del rinascimento o dell’impressionismo? Ma lo si può trovare anche in una miriade di dipinti estranei alle grandi correnti artistiche, come la “Veduta di Delft” di Jan Vermeer, che ha ispirato intere pagine di Proust, o il “Monaco in riva al mare” di Caspar David Friedrich, in cui un cielo cupo sembra soffocarci, o come i dipinti di William Turner, che dispensano turbini e nebbie dorate, o i tanti quadri di Van Gogh, che respirano di un’inquietudine cosmica, o quelli onirici di Chagall, o ancora quelli di De Chirico, che ci trasmettono il silenzioso fluire della Storia. Cosa dire poi della musica, dalla quale pare sia nata la poesia nell’antica Grecia? Anche quando non si accompagna ad un testo, tanta musica ha in sé stessa una dimensione poetica, come, solo per fare dei semplici esempi, le Gymnopédies n. 1 e n. 3  di Erik Satie o la mesta “Pavane pour une infante defunte” di Ravel, per non parlare del prezioso e gigantesco contributo offerto dai grandissimi Bach, Mozart, Beethoven e poi da Schubert, Schumann, Chopin, Brahms, dei quali richiamo solo alcuni degli innumerevoli capolavori. Anche nel cinema e non solo in quello impegnato ma spesso proprio in quello commerciale si possono trovare delle gemme insospettate, come l’indimenticabile scena finale di “Tempi moderni” di Chaplin, in cui una coppia di derelitti si incammina verso un futuro che difficilmente sarà luminoso come l’inquadratura lascerebbe intendere. O come la grazia suprema che accompagna in due celebri accenni di danza Stanlio ed Ollio, entrambi recentemente ripescati dal cinema ("Euforia" e, ultimamente, il celebrativo "Stanlio e Ollio", tuttora in programmazione). E la poesia si insinua anche in alcuni film del nostro Totò, che si abbandona ad un’inconsueta ma ammiccante dolcezza mentre canticchia, insieme agli altri, “Carmè Carmè” nel “Turco Napoletano”. O, ancora, nel finale del “Dottor Stranamore” di Kubrick, nel quale si condanna l’irresponsabile scatenamento della guerra nucleare accompagnando l’esplosione atomica con una canzone inglese del 1939 che dice: “Noi ci incontreremo di nuovo non so dove non so quando, ma so che ci incontreremo in un giorno di sole”. Il cinema di animazione offre anch’esso spunti poetici, come nel caso dell’episodio costruito sul “Valzer Triste” di Sibelius nel film italiano di Bruno Bozzetto “Allegro non troppo” e soprattutto nel più recente “Appuntamento a Belleville”, nel quale gli spunti sono numerosissimi, come in tanti film di Fellini, dove la poesia è di casa, e dei quali mi limito al solo episodio dell’attesa del passaggio del Rex, pervaso di grande poesia, come quasi tutto “Amarcord”. Naturalmente anche nel cinema occorrerebbe poter distinguere tra la poesia cercata e quella scaturita per circostanze misteriose. Ma per alcuni film, un po’ come per alcune poesie, possiamo tranquillamente rinunciare ad ogni indagine e goderci l’incanto che irradiano: si pensi a “La vita è bella” di Benigni o a “Nuovo cinema Paradiso” di Tornatore. Solo adesso mi accorgo di essermi contraddetto malamente tentando di dare dei suggerimenti interpretativi a ciò che io stesso ho qualificato come indefinibile. E però credo che alla fine fosse necessario per descrivere il mio personale rapporto con la poesia. Ciascuno d’altronde trova la poesia sempre e solo in corrispondenza della propria individuale disposizione ad emozionarsi.

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