Viva la poesia! di Concetta Russo (Pubbl. 08/04/2019)      

Il 21 marzo, giornata europea della musica antica e giornata mondiale della poesia, il palinsesto di Radio 3 ci ha deliziato per l’intera giornata: un profluvio squillante di interpretazioni dell’Infinito di Leopardi e musica di J. S. Bach. Una celebrazione appropriata per l’inizio della primavera.

Le litanie e gli annunci di morte, che ciclicamente e ossessivamente investono l’arte, poco importano: tra svariati vizi e cattive abitudine, quello di leggere poesie, una volta che ne siamo afflitti, è il vizio più difficile ostinato ed esilarante da cui affrancarsi. La poesia - con poche altre arti - ci preserva dal pericolo che incombe quando abusiamo dell’ipostatizzazione, responsabile dell’attitudine dell’intelletto a chiudere tra le quattro mura della nostra mente la spassosa visione di una realtà rutilante, poliedrica e multiforme: la poesia è il luogo e il tempo delle cose piccole che incontrano quelle grandi.

Ai poeti non importa estrapolare concetti dai loro pensieri, o trasformare il loro sentire in una caratteristica generale. Un poeta è un visionario, non uno scienziato mancato o un filosofo dilettante: un poeta è un poeta, non si lascia ridurre a schemi, il riduzionismo lasciamolo ad altri campi, dove è richiesto e applicato con successo. La sua ostinata e caparbia condizione solitaria gli garantisce una realizzata libertà di “spirito”, requisito essenziale per incontri sinceri. Un patire primordiale, una nostalgia dell’assenza e delle cose perdute, una morsa che attanaglia le viscere, questo proviamo quando leggiamo poesie. In Conversazioni, I. Brodskij scrive che “la vita tende al cliché. Nell’arte lo possiamo evitare. L’opera rigetta il cliché. È per questo che scriviamo”, e noi leggiamo.

Con l’enjambement il poeta altera l’unità del verso e l’unità sintattica: leggendolo ci sentiamo storditi, attoniti e disorientati, ma al timore della dissoluzione dell’io, “ove per poco Il cor non si spaura”, Leopardi con il suo laico animismo ci dona il suo dolce naufragare nell’infinito.

Avvolti nei nostri irretiti e fascinosi misteri, che spesso si rivelano stereotipi, il poeta ci disincanta, con caparbia e ostinata sensibilità finisce quasi sempre per snidare le nostre sterili solitudini. “Il poeta è un minatore: va giù nelle viscere dell’io e, miracolosamente, torna alla superficie con poche, lucenti pepite”, è questo che Giorgio Caproni ci racconta di se stesso (discorso tenuto all’Università di Urbino nel 1984).

A dispetto di chi rivendica o è a caccia di nuove sintesi totalitarie e totalizzanti, la poesia ci insegna ad essere liberi, nomadi del pensiero, ci rende la vita, o pezzetti di essa, magari non più felice, ma più inquieta e soddisfacente. Immaginate come sarebbe divertente organizzare in uno stadio una poetry slam - una competizione in cui i poeti recitano in versi, sciolti o liberi - e noi lì a seguire il loro palleggiare con le strofe, accompagnandoli con grida e fragori roboanti all’altezza di un genuino tifare, ora per l’uno ora per l’altro poeta. Non dobbiamo sempre temere la società di massa, non sempre è necessario mortificare la moltitudine delle persone, temere uno scadere dei gusti e dello stile, confondersi nell’indifferenziato incombere massiccio e massivo di prodotti scadenti. Non confondiamo le esigenze di cassetta dell’imprenditoria editoriale con la nostra smania di continua ricerca del bello, per stanarlo a volte ci tocca incappare nel brutto, ma poi s’impara e veniamo sempre ricompensati per la grazia e pazienza mostrate con la nostra perseveranza. La poesia solca sentieri, dove la mente, la pancia e tutto l’ambaradan del nostro essere si sgretola, annichilisce e smarrisce “la dritta via”, suscita in noi lo stupore, la meraviglia di attraversare luoghi e logos dove alla gravità del mondo scopriamo la levità degli inconciliabili e dei contrari, sia pure immaginati come possibilità, questa è la bellezza dell’arte: scomporre e ricomporre tracciando sentieri inesplorati dalla nostra afflitta percezione. La poesia non esorta - tranne rare eccezioni come quella del poeta Ferlinghetti con la sua esplicita “La poesia come arte ribelle”- e ancor meno si limita ad evocare, essa crea, suscita e promuove un nuovo sentire: una via di transito dall’emozione al sublime sentimento.

Di fronte al nostro vacillare c’è la parola e la visione del poeta. In “Disattenzione” la poetessa polacca Wisława Szymborska rivolge a se stessa un rimprovero:

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente
”.

Un ammonimento poetico che possiamo senza indugio accogliere.

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