Save people… di Lorenzo Paolo Di Chiara (Pubbl. 06/09/2019)

Il rapporto tra Europa e migrazioni è innegabilmente articolato. Ragioni di ordine politico, etico, giuridico, economico, sociale, storico e culturale rendono complicata la relazione tra lo spazio europeo e chi ci arriva, provenendo da altri contesti. Il confine tra chi parte e noi che rappresentiamo un punto di approdo è separato da una linea immaginaria di colore blu, luogo dove molti hanno cessato di vivere, luogo di tutti e di nessuno, di cui ognuno, invisibilmente è parte: è la frontiera del Mediterraneo che separa il Nord e il Sud del mondo. Dal novembre del 2014, in contemporanea con l’inizio dell’operazione Triton, voluta da Bruxelles e approvata dall’Italia, sostituendo di fatto Mare Nostrum, diverse Organizzazioni non governative (Ong) hanno deciso di aiutare concretamente i salvataggi dei migranti in mare, i quali tentano di arrivare sulle nostre coste. Nel 2018 erano otto le navi facenti capo ad altrettante Ong presenti nel Mediterraneo, con soltanto una di esse battente bandiera italiana. Ad oggi abbiamo operanti nel Mediterraneo le navi: Sea Watch 3, Sea-Eye, ProActiva Open Arms, Mare Jonio della rete di associazioni italiane Mediterranea Saving Humans. Pilotes Volontaires invece è una Ong francese, nata nel gennaio del 2018, che sorvola il tratto di mare fra Italia e Libia con un piccolo aereo monomotore, il Colibrì, per segnalare eventuali imbarcazioni in difficoltà. Per compiere le missioni di salvataggio queste Ong sono sostenute in prevalenza dalle donazioni di privati e dal lavoro svolto dai volontari. Tratto distintivo quindi è la natura privata dell’organizzazione e l’assenza della ricerca del profitto. Negli anni nonostante tutto è cresciuta la polemica e le accuse anche gravi talvolta da parte dell’ala destra della politica di etichettare le Ong a “taxi del mediterraneo”, di essere finanche in accordo con i trafficanti di esseri umani. Questo continuo mettere alla sbarra, accusare di favoreggiare l’immigrazione clandestina ha vanificato il loro operato e i numeri reali tra gli sbarchi effettivi e gli approdi di queste navi Ong sulle coste italiane. Matteo Villa ha elaborato un rapporto tramite i dati dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) e della Guardia Costiera italiana, concludendo che, dei 3073 migranti sbarcati dal primo gennaio 2019 all’8 luglio 2019, solo 248 persone sono approdate grazie al soccorso da parte di una nave Ong, cioè l’8% del totale. In questa fase siamo tutti focalizzati sull’analisi di un’immagine pressocché simbolica. Nel fotogramma riportato dai telegiornali è immortalato l’incontro tra gli operatori delle imbarcazioni che salvano le vite in mare e i migranti che per l’appunto vengono tratti in salvo. Chi accusa le Ong, chi ne difende l’operato e i media sono molto spesso impegnati esclusivamente nell’analisi dettagliata degli aspetti operativi di questo incontro. In quale frammento del Mediterraneo è avvenuto? Chi ha chiamato i soccorsi? Chi ha autorizzato l’intervento?

Una visuale così ravvicinata - e al contempo così rimpicciolita - che il fronte della polemica sta imponendo al dibattito pubblico, delimitando quello di cui si discute, tiene quasi sempre fuori il contesto - i paesi di origine, i luoghi del transito, l’accoglienza in Europa - e le notevolissime implicazioni politiche che decidono le partenze, omogeneizzando, semplificando e stereotipando la complessità delle vite e delle soggettività migranti. I migranti finiscono per diventare - nella migliore delle ipotesi - corpi da salvare. Non è una circostanza priva di risvolti e pericolose conseguenze. Al contrario, l’appiattimento della dimensione storica, politica e soggettiva dei percorsi migratori e delle soggettività migranti sull’immagine della vittima da trarre in salvo - spesso involontariamente rafforzata anche dalle parole, dai discorsi, dalle retoriche sviluppati da una parte del fronte di solidarietà in difesa delle Ong - contribuisce a consolidare una certa narrazione umanitaria vittimizzante. L’immaginario del salvataggio è stereotipato: salvagenti, coperte, abbracci. Rappresenta una costante nella descrizione dell’immigrazione nel nostro Paese. La potenza metaforica è evidente, e per questa ragione va maneggiata con molta più cura e attenzione. L’immaginario quindi del salvataggio che ne esce può involontariamente contribuire a irrobustire una vittimizzazione diffusa e generalizzata delle e dei migranti. Bisogna urgentemente riflettere sulle parole, le immagini e i discorsi che stiamo organizzando per difendere la legittimità delle operazioni di salvataggio in mare. La partita in corso per definire chi è un migrante è assolutamente decisiva. L’immaginario che accompagna i flussi migratori determina, a cascata, quale tipologia di accoglienza, quali procedure, quale posizione nel mercato del lavoro e nella società spettano a chi migra.

Le donne e gli uomini che solcano il Mediterraneo per trarre in salvo donne, uomini e bambini sono probabilmente una parte del volto migliore dell’Europa di oggi e di domani. Cogliere l’occasione, dentro e contro la barbarie dell’attuale dibattito pubblico, per allenarci ad osservare, raccontare ed accogliere tutta la complessità e la molteplicità delle vite migranti, le quali non sono nient’altro che i nostri fratelli, è un imperativo etico. Un articolato, variegato insieme di persone con desideri, necessità e sogni che li accompagnano; un’irrinunciabile opportunità per trasformare i nostri sguardi e, con essi, l’Europa e le nostre società, dando finalmente il giusto spazio agli eterogenei, ambivalenti e straordinari mondi che ci circondano e ci attraversano quotidianamente.

 
 
 
 

commenti sul blog forniti da Disqus