La Città dei ragazzi di Lorenzo Paolo Di Chiara (Pubbl. 15/07/2019)

Nell’Italia del secondo dopoguerra miseria, fame, disoccupazione e tanti lutti erano una realtà quotidiana. Lo sfacelo era segno tangibile non solo osservando i ruderi delle case e dei palazzi miseramente sopravvissuti alla guerra, si presentava in maniera più subdola nel tessuto economico e sociale. Prima dello sbarco degli angloamericani in Sicilia, Mussolini aveva dichiarato la resistenza del popolo italiano alla radio:“saranno fermati sul bagnasciuga”. La popolazione stanca era sulla spiaggia, con l’unico intento di acclamare quell’esercito che conquistava, per liberare l’Italia da vent’anni di prevaricazioni. Quei soldati, quei carri armati di tutto punto, non facevano paura, erano una scintilla di speranza. Quei giovanotti inglesi e soprattutto americani, alti, robusti, pieni di salute, con la divisa pulita e l’elmetto lucido sotto il sole di luglio, il tascapane pieno di cioccolata e altri dolciumi made in USA, sigarette e gomma da masticare, lanciati alla folla ai lati delle strade impolverate ed asciutte sono l’immagine di un Paese che voleva ripartire. Una moltitudine di bambini e bambine con vestiti stracciati e scalzi, magri da far paura riempivano nuovamente le strade delle città, le piazze e i vicoli.

In questa Italia piena di sfollati, esuli e bisognosi, un prete di origini irlandesi, monsignor Carroll-Abbing, presente nella sede dello Stato Vaticano dal 1940, era il cappellano volontario presso l’Ospedale di Guerra “Principe di Piemonte” del Sovrano Militare Ordine di Malta. Con l’inizio dell’occupazione in Italia da parte dell’esercito germanico, inizia ad assistere anche fuori dal nosocomio le persone così creando mense, centri di assistenza sanitaria per i feriti e i mutilati di guerra, dispensari per la distribuzione gratuita di medicine e centri diurni provvisori di accoglienza per i giovani senza famiglia. L’indomito parroco sentì il bisogno di fare qualcosa in più, per i giovani orfani di guerra trovati nelle strade. Così si adoperò per attrezzare, in uno scantinato piccolissimo, vicino alla Stazione Termini, un alloggio per i ragazzi di strada orfani di entrambi i genitori ed offriva inizialmente un lettuccio, una zuppa calda per ripararsi dalle nottate all’addiaccio. Durante la giornata i ragazzi erano liberi di girovagare per la città, moltissimi si adoperavano per raggranellare qualche lira lucidando scarpe e all’occorrenza aiutando i viaggiatori scaricando i bagagli dai treni nella stazione ferroviaria.

Da quel nucleo inziale, da quella esperienza gestita con pochi mezzi, lentamente prende vita la fondazione Opera per il Ragazzo della Strada, oggi conosciuta come Opera Nazionale per la Città dei Ragazzi. Da decenni, ormai, in un grande spazio a pochi passi dal centro di Roma, in via della Pisana, dove le strade uniscono la campagna alla città, la Fondazione ha realizzato una grande città giardino, dove quel metodo di accoglienza e assistenza sperimentato nel sottoscala vicino alla stazione Termini, si è perfezionato e arricchito, dando risposte tangibili a moltissimi ragazzi in situazioni di disagio. La struttura può ospitare fino ad un massimo di settanta persone tra ragazzi e ragazze. Con il passare del tempo, grazie all’attivazione di un esteso e diffuso sistema di welfare, e per l’oggettivo miglioramento delle condizioni economiche e sociali del Paese, gli ospiti italiani della struttura sono sempre meno e oggi viene utilizzata per ospitare i minori stranieri giunti in Italia non accompagnati. Nel corso degli anni, il fenomeno dei minori stranieri, sognatori di un destino diverso, hanno assunto dimensione e realtà importante in Italia e in Europa in confronto ai loro coetanei nostrani, non avendo un domicilio e figure adulte di riferimento hanno necessità di una protezione assoluta. La maggior parte degli attuali ospiti ha una età compresa tra i dodici e sedici anni. La struttura è divisa in due grandi complessi “città giardino” e “città industriale”. Nella prima ci sono i ragazzi dai 10 ai 14 anni, nella seconda dai 15 ai 20, ma le regole sono uguali per tutti. Sono presenti numerosi laboratori che rilasciano attestati di qualificazione professionale di falegname, ceramista, meccanico e le varie qualifiche previste per i lavori nelle cucine professionali. Gli ospiti hanno a disposizione degli alloggi indipendenti con servizi, cosicché possono sperimentare livelli di autonomia importanti. La Fondazione, il cui socio fondatore e maggioritario è la Congregazione della Santa Sede, riceve per ogni ospite un finanziamento a carico dei Comuni che fanno richiesta di un alloggio per i ragazzi inviati in questa struttura. Gli equilibri interni dei giovani residenti sono possibili grazie ad un sistema chiamato autogoverno. Il metodo educativo, nato dalle numerose intuizioni del fondatore il quale, tornando nello scantinato assieme ai suoi ragazzi, cominciò a commissionare a ognuno di loro un preciso compito da svolgere durante l’arco della giornata, così da soddisfare il vitale mantenimento di quel microscopico sistema di assistenza e mutuo soccorso, per il quale venne istituita una ricompensa denominata inizialmente meriti, rappresentata da noccioli di pesche e albicocche, questa era la base per la creazione dell’autogoverno.

Dentro la Città dei ragazzi troviamo un vero e proprio piccolo comune, con il suo sistema governativo. Punto centrale è l’Assemblea cittadina, organo essenziale per discutere e risolvere i dilemmi della vita cittadina dei ragazzi ed eleggere ogni due mesi il Sindaco. La Costituzione è un altro elemento peculiare di tutto il sistema.La giunta comunale è formata da quattro assessori divisi in Igiene, Finanze, Sport e Tempo Libero, Ristorazione. Il Sindaco elegge il Giudice del Tribunale, unico organo per amministrare la giustizia della cittadella. Esiste la moneta locale oggi chiamata Scudo. Questo gettone lo ottengono i ragazzi/cittadini al termine di un laboratorio o di un’attività extrascolastica svolta con successo e possono andare al Bazar per acquistare bevande, merendine e piccole scorte di cibo. È presente una banca che gestisce i risparmi.

Il problema di questo quadro idillico nel servizio di integrazione e accoglienza sorge quando i ragazzi compiono i diciotto anni, diventando maggiorenni ed avendo un altro tipo di permesso con maglie molto strette. In rari casi, possono restare fino al compimento dei ventuno anni, perché il limite di legge è i diciotto anni. La legge prevede difatti che, diventati maggiorenni, i ragazzi debbano lasciare le strutture di accoglienza e facciano convertire il proprio permesso di soggiorno per minore età in un permesso di studio o di lavoro. Ciò è possibile solamente se sono residenti in Italia da almeno tre anni, se hanno seguito un percorso di integrazione sociale di minimo due anni all’interno di una struttura pubblica o privata regolarmente riconosciuta e se hanno la disponibilità di un nuovo alloggio. Malauguratamente, in mancanza di solamente uno di questi requisiti, se i ragazzi non riescono a trovare un lavoro in tempi utili, saltano velocemente dentro il bacino dell’irregolarità. È qui che il sistema si blocca mandando a gambe all’aria tutto ciò che di positivo si è fatto nel percorso di integrazione, un vero e proprio buco nero dell’apparato statale, che involontariamente fa dissolvere nell’oblio le buone prassi del terzo settore.

 
 
 
 

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