Italiani, brava gente? di Giuseppe Capuano (Pubbl. 30/01/2019) 

Gino Strada, fondatore di Emergency - “un’associazione italiana indipendente e neutrale, nata nel 1994 per offrire cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà” -, si è detto indignato per il comportamento che da anni le istituzioni italiane hanno sulla questione migranti e con il suo stile diretto e indipendente ha dichiarato: "Credo che gli italiani non siano questi mostri che vengono dipinti, ma siano sempre stato un popolo molto solidale e aperto. Sarebbe ora di farsi sentire. Mi rifiuto di credere che in Italia ci sia stato questo cambiamento antropologico in pochi anni". Nel merito, sulla critica delle politiche italiane sui migranti, politiche che hanno radici vecchie di anni, iniziate dai governi di centrodestra ma proseguite anche dall’ultimo governo di centrosinistra, le posizioni di Gino Strada sono chiare, inequivocabili e pienamente condivisibili. Il dubbio sorge quando afferma che gli italiani “siano sempre stati un popolo molto solidale e aperto”. Il problema è il riferimento al “popolo”. Popolo è termine generico, il popolo può essere forcaiolo, massa informe. Il popolo spesso non ha un’identità propria, il popolo è sciame, è branco, è luoghi comuni, è superficialità. Oggi in Italia il problema è l’inerzia e l’indegnità di una buona fetta di classe dirigente nazionale, in gran parte informe o corrotta, dimostratasi in grado di superare in negatività quella napoletana, che Raffaele la Capria definì classe digerente più che dirigente; oggi al governo ci sono esponenti di due gruppi politici che, grazie alle loro qualità di furbi ed esperti imbonitori, danno al “popolo” la sensazione di avere ormai un governo che tuteli i suoi interessi. Ecco perché oggi bisogna imparare a riferirsi alla “massa” informe, per scardinare luoghi comuni e sconfiggere paure e insicurezze che ci stanno portando verso un futuro oscuro. Si tratta di impresa ardua e faticosa, ma è l’unica strada da percorrere.

Sono quasi 61 milioni gli iscritti all’anagrafe dei 7.982 Comuni dello Stato italiano, i quali come cittadini di un Paese aderente all’Unione Europea possono liberamente circolare in tutte le 28 Nazioni dell’UE, trasportando liberamente merci senza dover pagare dazio. Essere cittadini italiani, quindi, significa essere cittadini europei e potersi sentire a casa in un territorio vasto e ricco di diversità. Possiamo sentirci a casa sulle coste atlantiche del Portogallo, nel Mare del Nord, nel Mediterraneo da Gibilterra al Peloponneso. Abbiamo il privilegio di poter passare dai ghiacciai e dalle foreste del profondo nord fino alle calde e meravigliose acque della Grecia e della Sicilia. Noi italiani, tutti, nessuno escluso, dobbiamo chiederci: perché siamo così creduloni e così facilmente influenzabili? perché siamo così volubili? perché un giorno siam pronti ad alzar forche e forconi e il giorno dopo a portare in trionfo il primo uomo pronto ad urlare di più, pronto a mostrare muscoli e divise militari? Il così tanto vantato nostro genio italico dove lo nascondiamo? Dal punto di vista storico, per noi è stato difficile sentirci parte di uno stato unitario, figuriamoci come debba esserlo sentirci parte di un continente. Ognuno dei 7.982 Comuni ha il proprio Santo patrono, e non c’è Comune disposto a privarsi della sua chiesa e del suo campanile. Sono almeno 7.982 le ricette tipiche, fosse anche il pane del proprio fornaio. Tra monti, colline, grandi pianure e il mare siamo diversi nei colori della pelle, dei capelli, degli occhi, nelle intonazioni del nostro parlare, e in tanti casi i nostri dialetti sono vere e proprie lingue. In secoli di storia abbiamo conquistato, depredato e ucciso e siamo stati conquistati depredati e uccisi migliaia di volte. Pur nelle nostre marcate differenze siamo, però, riconoscibili nel mondo. Dalla preistoria alla storia antica, fino alle cronache di qualche decennio fa siamo stati e siamo un crogiolo di genti in movimento, frutto di tanti incontri tra storie, esperienze, culture diverse. E non sempre abbiamo portato con noi buone intenzioni e grandi capacità lavorative e creatività. Molti di quelli che son partiti per il mondo sono stati magliari, imbroglioni, ladri e delinquenti, mafiosi e camorristi. Probabilmente tutto ciò è evidenza di un carattere originario: essere il frutto di una straordinaria mescolanza, rappresentiamo l’elogio delle diversità. Siamo stati poveri e contadini, che hanno partorito imperi e che accolgono da 2000 anni la più grande organizzazione statuale esistente al mondo, la Chiesa Cattolica che proprio nella nostra capitale, Roma, scelse di edificare il proprio centro di governo. La nostra non è una storia semplice e lineare, anzi a volte è contraddittoria e oscura. Negli ultimi 70 anni siamo riusciti, grazie al sacrificio fisico di milioni di lavoratori, grazie alla lungimiranza di imprenditori e uomini politici di opposte fazioni, a conquistarci un posto di tutto rispetto in un mondo industrializzato, ricco, opulento. Molti di noi vivono ancora un forte disagio economico e sociale, mentre sempre meno persone sono ricche e lo sono in un modo inimmaginabile e crescente. Non siamo una nazione debole e in Europa e nel Mondo contiamo molto di più di quanto gli altri vogliono farci credere.

Se anche solo una minima parte di quanto abbiamo scritto è vero, c’è da chiedersi: perché abbiamo così tanta paura di alcune migliaia di persone, che vorrebbero venire a vivere nel nostro Paese? perché anche tra noi sta crescendo l’indifferenza verso chi sta peggio, verso chi pur di raggiungere le nostre terre è pronto a rischiare la vita sua e quella dei propri figli, mogli, padri e madri? perché anche noi, che siamo un coacervo di storie di dominazione e di sudditanza, sentiamo così forte il desiderio di erigere muri e confini contro gli stranieri? Non c’è nessun cambiamento antropologico in corso, è che forse abbiamo perso la fiducia nelle nostre stesse forze al punto che stiamo diventando autolesionisti. Purtroppo, il quadro politico attuale non è roseo. Possiamo contare solo sulle nostre forze e, come cittadini, possiamo e dobbiamo zittire la nostra parte peggiore, sapendo che è quella che potrebbe portarci alla rovina. Non si tratta di ritornare ad essere altruisti, perché nessun popolo lo è mai stato, ma si tratta di ritornare a far funzionare la ragione. L’Italia e l’Europa sono naturalmente territori multietnici e multiculturali. Su questo abbiamo fondato la nostra fortuna. Si tratta di ricominciare a crederci, zittendo i cialtroni che voglio alzare muri sull’acqua chiudendo i nostri porti ai migranti o delegittimando chi ha lavorato intensamente in questi anni per salvare le proprie comunità dall’estinzione come a Riace e in tanti oscuri Comuni a sud, a nord, a est come a ovest del nostro Belpaese. Imitiamo la condotta della signora Maria Rosaria, che con poche, inequivocabili parole (“tu non sei razzista, sei solo stronzo” e “preferisco che l’Italia sia la sua non la tua”) ha preso le difese di un lavoratore immigrato contro le ingiurie di un intollerante, in un pomeriggio del novembre scorso in un vagone della ferrovia Circumvesuviana a Napoli.

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