Settembre…è tempo di tornare di Giuseppe Capuano (Pubbl. 24/09/2018)

Chi per necessità, chi per scelta o per un qualsiasi altro motivo ha passato il mese di agosto in città, a Napoli, avrà avuto il piacere di godere del silenzio, del canto degli uccelli, di strade percorribili e di una città quasi pulita perché non c’era chi la sporcava. Ha goduto della presenza numerosa di persone provenienti dai quattro capi del mondo che, incantati, quasi frastornati dalle bellezze che li circondavano, hanno sfidato caldo, sole e pioggia per godersi ogni singolo minuto della loro permanenza. Una sera, in compagnia di amici, ci siamo divertiti a contare gli aerei che arrivavano all’aeroporto attraversando la città da ovest a est. Erano decine in una sequenza tanto ravvicinata che eravamo portati ad immaginare il gran trambusto all’aeroporto per smaltire i passeggeri.

È giunto settembre. I negozi lentamente hanno riaperto, gli uffici pubblici e privati tornati agli orari normali, le scuole hanno ricominciato a riempirsi dei clamori degli alunni e della disperazione degli insegnanti. È ricominciata la solita routine. Tra quelli che questa città non l’hanno lasciata neanche un minuto, i venditori di illusione e di morte, gli spacciatori, hanno presidiato le loro postazioni, nelle piazze nei vicoli nei loro bassi per non perdere il rapporto con la loro affezionata clientela. Vivendo il godimento di una città deserta, non abbiamo non potuto pensare a quelle spiagge, a quei lidi, a quelle isole e colline e piazze dei tanti piccoli incantevoli luoghi d’Italia dove il peggio di Napoli si era riversato portando urla, smodatezza, volgarità, violenza. Sono tornati tutti ad infestare la città lasciando allo loro pace molti luoghi. Sono ricominciati i caroselli dei motorini guidati da ragazzini arroganti e instupiditi che senza casco, senza nessun rispetto per le cose e le persone che incrociano, scorrazzano a tutto gas per le strade, sui marciapiedi, nelle piazzette. Dai vicoli dei Quartieri Spagnoli riparte la sera lo sciame di giovani incolti, abbrutiti e abbruttiti dalle loro mode. Cosi a Materdei come lungo via Foria, nella Sanità e in tanti altri luoghi. Eppure il Vomero ha continuato a vivere la sua vita di sempre, anche ad agosto, con vegliarde signore imbellettate, donne giovani e meno giovani che fanno sfoggio della loro disponibilità economiche e della loro bellezza autentica o abilmente simulata, sedute ai mille tavolini dei bar, che ormai invadono la pubblica via, a consumare aperitivi, caffè gelati. Gli uomini, stanchi, avviliti, nervosi e noiosamente scontati, insieme o attorno a quei corpi femminili profumati, abbronzati, coperti per lo più solo da ninnoli. A tutto ciò fanno da contraltare i volti e i corpi avvolti dalla stanchezza delle ragazze e dei ragazzi al servizio dei bar e ristoranti pronti a servire, con un occhio al padrone, persone che consumano distrattamente in un tempo brevissimo più di quanto loro guadagneranno in una massacrante giornata di lavoro. Per caso c’è capitato tra le mani il racconto “La sonata a Kreutzer” di Lev Tolstoj che abbiamo avidamente letto. Il rapporto tra uomo e donna, il mercimonio, vero o simulato, delle passioni e degli affetti nella Russia di fine ottocento. Osservando ciò che ci circonda diventa difficile non considerarlo ancora imperante. Tanto è cambiato ma nella sostanza tutto pare drammaticamente simile. Le chiacchiere son tante e indistinte ma poco importa. Sono i corpi e i luoghi che urlano. Nel frattempo son caduti ponti, i Ministri non hanno mai smesso di fare i loro annunci mirabolanti, i migranti sono stati e saranno respinti o bloccati nei porti, un TIR ha preso fuoco sull’autostrada e tanti altri continueranno a minacciare le nostre vite su strade e autostrade, in molti son morti sul lavoro per fatalità, per colpevole imperizia dei loro datori di lavoro o per la vigliacca sete di guadagno dei loro aguzzini, veri e propri schiavisti. Tante bombe sono scoppiate, tanti colpi sparati, tante persone uccise sotto le macerie delle loro misere case, ma questo un poco più distante da noi. Occasioni ghiotte per riempire la serata di chiacchiere, ma la realtà degli altri appare sui volti come una fastidiosa e affamata zanzara che ci distrae dalle cose nostre: esserci e marcare il territorio come i nostri amici cani, occupare il tavolino al bar di turno, guadagnarsi onestamente e faticosamente la giornata, provare a sopravvivere con un reddito piccolo, variabile e discontinuo. Qualcuno riaprirà libri e andrà a lezione, a sostenerla o a seguirla. Molte mamme vivranno il primo giorno di scuola del proprio figlio come se fosse il primo al mondo a vivere quell’esperienza. Siamo in tanti, in tantissimi su questa terra, con alcuni che si illudono di governarci mentre il vero governo sta nella nostra indifferenza allo stato delle cose, al rumore assordante che ci circonda, alla puzza dei nostri rifiuti, alla gioia o alla sofferenza anche del più prossimo a noi. Avevi forse ragione tu, caro Luigi Pintor: è possibile confidare in qualcuno ma non nell’umanità? Qualcosa è comunque cambiato ma forse non ne abbiamo la giusta percezione. Dobbiamo provare a modificare il  ritmo. La vita è una sola, canta Vinícius de Moraes, il grande poeta brasiliano, ma non per questo va ridotta all’attimo fuggente. Ricominciare a pensare con lo sguardo rivolto al domani è una possibilità necessaria.

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