I rifiuti della discordia di Francesco Mennitto  (Pubbl. 22/11/2018)

L'apparente lite fra Salvini e Di Maio, finalizzata a marcare ognuno il proprio elettorato di riferimento accontentando sia gli inceneritoristi che quelli contrari a nuovi bruciatori di monnezza, ha riportato in questi giorni l’attenzione sul ciclo dei rifiuti in Campania. Un ciclo rimasto inconcluso perché privo degli impianti collaterali all’unico mega inceneritore costruito in regione: quello di Acerra. Mancano infatti impianti di compostaggio per la frazione umida (il primo dei quali, avversato dai 5 Stelle, dovrebbe nascere a Pomigliano), così come pure mancano gli altri impianti di trattamento del rifiuto differenziato. E gli ex impianti di CDR, che nel piano originario avrebbero dovuto produrre combustibile da rifiuti, sono stati trasformati in impianti di tritovagliatura e imballaggio dei rifiuti e ciò mentre la raccolta differenziata è al palo, soprattutto a Napoli città che da sola produce più di un terzo dei rifiuti dell’intera provincia.

Questo ciclo incompleto, e precario, vacilla ogni qual volta l’inceneritore di Acerra chiude una linea, delle tre funzionanti, per manutenzione o per guasti. Ciò ad ulteriore conferma che, al di là del bruciatore di Acerra, poco o niente si è fatto in Campania.

Ma può la soluzione del problema rifiuti essere individuata nella costruzione di nuovi inceneritori, magari uno per provincia, come indica Matteo Salvini? Possono questi impianti salvarci dai numerosi roghi criminali che hanno fatto della nostra terra la “Terra dei fuochi”?

Innanzitutto dovremmo distinguere tra rifiuti urbani, la classica sacchetta di monnezza domestica, e quelli industriali e pericolosi. Sono soprattutto questi ultimi che vengono dati alle fiamme e abbandonati da ditte compiacenti in combutta con industriali criminali sotto l’egida della camorra. Per anni si è lucrato su questo traffico, avvelenando terre e falde idriche, nel silenzio omertoso e colluso della politica e delle istituzioni dello Stato chiamate a vigilare. E, certamente, la soluzione non può essere un inceneritore in più, ma un maggiore controllo sulle ditte, sulle aziende, sul lavoro nero. E’ necessario, cioè, che le istituzioni preposte tornino a fare il proprio mestiere con onestà e oculatezza. Così come non sarebbe male un maggior impegno della magistratura nel perseguire i reati ambientali. Ma veniamo al problema dei rifiuti urbani e alle soluzioni proposte.

Innanzitutto dovremmo uscire dalla logica secondo la quale i rifiuti costituiscono un problema, qualcosa di cui disfarsi in fretta senza stare troppo a ragionarci sopra. I rifiuti dovrebbero, perché lo sono, essere considerati una risorsa, materie da riutilizzare abbandonando la logica “produzione-consumo-smaltimento” e avviandosi verso un’economia cosiddetta “circolare”. Non un problema, quindi, ma una opportunità. Innanzitutto per le aziende, perché con l’idea della durata, del riutilizzo, della riparazione, della ricostruzione e del riciclaggio è possibile progettare in modo diverso i prodotti. Paul Connett, professore emerito di chimica e tossicologia alla St. Lawrence University e fra i teorici della strategia “Rifiuti Zero”, afferma che il rifiuto altro non è che un “errore di progettazione” e porta ad esempio una serie di aziende che, progettando in modo diverso e prevedendo il riciclo e il riutilizzo dei materiali utilizzati, a volte anche al 100%, hanno aumentato il proprio fatturato. E l’Unione Europea ha calcolato che una migliore progettazione ecocompatibile può generare risparmi netti per le imprese per oltre 600 miliardi di euro, ovvero l’8% del fatturato annuo, riducendo al tempo stesso le emissioni totali annue di gas a effetto serra.

La transizione verso un’economia circolare investe non solo il rapporto capitale – lavoro e le imprese, ma la comunità nella sua interezza, dalla politica chiamata a prendere decisioni ai cittadini consumatori.

Gli inceneritori, quindi, non sono solo grossi impianti inquinanti, dove spesso coincidono i controllori e i controllati, ma sono soprattutto impianti che distruggono materie prime che possono essere riutilizzate e riciclate, uno spreco di risorse e denaro che paga l’intera collettività chiamata a farsi carico dei costi. Dove chi ci guadagna sono i soli gestori che incassano i contributi delle comunità per il conferimento e i contributi dello Stato, in caso di produzione di energia, per la vendita e commercializzazione della stessa. Come si vede, allora, gli inceneritori appartengono al passato, e non solo di questa Regione. Un passato fatto di scelte tragiche e antidemocratiche che hanno mortificato interi territori e città. Per anni, un’emergenza rifiuti artatamente creata, nella quale la camorra si è ingrassata con la complicità delle istituzioni e la politica ha lucrato consensi e compensi, ha posto i cittadini davanti a un bivio innaturale e illogico: roghi e cumuli di monnezza o inceneritori?

E’ un bivio infernale davanti al quale non vogliamo e dobbiamo più ritrovarci. Per questo le liti finte e il parlare a vanvera di questi giorni, lo strumentalizzare demagogicamente una situazione, piuttosto che risolverla, fare passerelle firmando improbabili protocolli d’intesa, l’evocare “emergenze rifiuti” all’orizzonte di un territorio già offeso e vilipeso rischia di portarci indietro negli anni.

Ma se un effetto benefico questa lunga crisi ha avuto nella nostra Regione è la crescita di una forte coscienza ambientalista, di movimenti e mobilitazioni che hanno prodotto non solo proteste ma anche proposte e conoscenze dal basso. Oggi a parlare di ciclo dei rifiuti, con competenza, sono ampie fette di società civile che certo non si faranno ammaliare né strumentalizzare dalle mirabolanti soluzioni dall’ennesimo “gallo ‘ncoppa ‘a munnezza”, ma nemmeno da promesse di un’inversione di tendenza non mantenute.

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