I nani son caduti dalle spalle dei giganti: Sergio Piro tra passato e futuro di Giuseppe Capuano (Pubbl. 21/01/2019) 

15 gennaio 2019, Biblioteca Nazionale di Napoli, sala Libri Rari. La sala è piena e tra tanti anziani spuntano anche i volti di un gruppo di giovanissimi studenti del liceo musicale di Napoli. Tra gli oratori il sindaco di Napoli e della Città Metropolitana, il presidente dell’Istituto Italiano di Studi Filosofici, Massimiliano Marotta. Occasione dell’incontro è il ricordo di Sergio Piro a dieci anni dalla morte, organizzato dalla Biblioteca Nazionale di Napoli in collaborazione con l’Associazione Sergio Piro. Un anniversario che, a una distanza di pochi mesi, si è accavallato con una serie di iniziative messe in piedi in città per ricordare i 40 anni trascorsi dall’emanazione della legge 180, nota anche come “legge Basaglia”, che nel 1978 chiuse con i manicomi una storia di orrori e di soprusi perpetuata in nome della scienza e in particolare della psichiatria. L’incontro è stato moderato e diretto dallo psichiatra Antonio Mancini, uno degli allievi di Sergio Piro. Francesco Piro, figlio di Sergio, filosofo, docente di Storia della filosofia all’Università di Salerno, nel suo intervento introduttivo, ha lanciato una sfida a tutti i presenti: “Esistono le condizioni perché l’esperienza che a Napoli e in Campania, negli anni tra il 1965 e il 1978, riuscì a rimescolare le carte nel mondo non solo della psichiatria ma in tutto il sistema scientifico, economico, amministrativo, burocratico della sanità pubblica e privata, possa oggi rinascere offrendo nuovi spunti per affrontare il complesso mondo della cura, del prendersi cura di chi sta peggio,di chi vive un disagio da parte della società e dello Stato?” Nessuno degli interlocutori presenti è riuscito anche solo ad abbozzare una risposta a quest’interrogativo. Nel tentativo di esaltare il ricordo di uomo che ha lasciato un profondo segno nell’esperienza di vita, professionale e politica, di molti dei presenti si è corso il rischio di offuscarne l’originalità scientifica, i mille distinguo che proprio in quella vicenda Sergio Piro era riuscito a segnare ponendosi sempre il problema del dopo, di che fine avrebbero fatto i malati liberati dalla reclusione psichiatrica, che fine avrebbero fatto la scienza e lo studio del disagio mentale una volta che lo stigma di “pazzo” non avrebbe più implicato una automatica discesa negli inferi della reclusione ospedaliera. Qualcuno ha avuto il coraggio di ricordare come proprio nell’ultimo periodo della sua vita Sergio Piro avesse mostrato tutta la sua preoccupazione, per certi versi la sua delusione, per i risultati raggiunti da una rivoluzione mancata. Certo il mondo, anche quello del disagio mentale, non assume più gli stessi toni drammatici della reclusione e dell’abbandono in luoghi infernali, ma non per questo la sofferenza è scomparsa, non per questo è riconosciuta, curata, non solo nel senso medico, ma come assunzione, presa in carico dall’intera comunità. Importanti spunti ci sono stati per aprire una discussione in tal senso. Adriano Coluccia del comitato di lotta dei Banchi Nuovi ha ricordato la nascita di un rapporto particolare che il suo comitato di disoccupati ha costruito negli anni con certi psichiatri. “Ci accorgemmo che nel quartiere, tra i disoccupati, i precari, i proletari sfruttati, l’uso di psicofarmaci, in particolare di antidepressivi, era diffusissimo. I medici di base producevano cascate di ricette mediche, senza averne neanche la dovuta competenza, prescrivendo a persone di tutte le età farmaci su farmaci. Al manicomio di muri e cancelli si era sostituito un manicomio di farmaci”. Un indubbio merito sia del Comitato che degli psichiatri formatisi alla scuola di Piro. Ma oltre l’intuizione è emerso tutto l’ideologismo di quella esperienza. Sergio Piro è preso a modello come compagno di lotta, non come scienziato. Quarant’anni sono tanti, lo sono nella storia d’Italia, lo sono nella storia della città di Napoli e della sua regione, lo sono nella storia della scienza e della medicina. Sarebbe un grave errore non riconoscere che alle spalle delle grandi lotte politiche e sociali degli anni a cavallo tra i decenni 60 e 70 del secolo scorso c’era un più ampio processo di modernizzazione, industrializzazione e urbanizzazione di un paese arretrato, uscito sconfitto e distrutto dal fascismo e dalla guerra. Quei movimenti, tra i quali quello per la chiusura dei manicomi, si erano nutriti della scolarizzazione di massa, dell’apertura delle università ai ceti non più solo borghesi. Chi ha gestito il post manicomio in Italia aveva alle spalle giganti mossi da grandi ambizioni di emancipazione e ha goduto dei frutti di quelle battaglie, ma era privo della stessa forza propulsiva. In mezzo c’è stata l’affermazione elettorale dei grandi partiti della sinistra, in primo luogo del Partito Comunista, che è andato ad occupare posizioni di governo e di potere amministrando grandi città e governando in grandi Regioni, modificandosi nella sua stessa natura. L’Italia e gli italiani sono cambiati e profondamente. Da contadini ad operai e da operai a precari, da analfabeti che nel lavoro, nella fabbrica, nelle lotte, nel sindacato, nella politica trovavano luoghi di formazione, di vero e proprio acculturamento, a plurilaureati costretti a lavori precari e sottopagati o ad emigrare non più con valige di cartone ma con valige piene di aggeggi tecnologici, in grado di comunicare in più lingue e con accesso a sconfinati universi informativi tramite la rete. Ma anche la ricerca medica e scientifica ha fatto passi da gigante, che non sempre si è riusciti a trasformare in vantaggi per tutti i malati, in primo luogo. Forse alla domanda se esistono le condizioni per riprendere il senso dell’esperienza di 40 anni fa, si dovrebbe rispondere promuovendo la ricerca, dando nuove opportunità a medici, ricercatori e operatori di sperimentare nuove interazioni, aprendo ospedali e policlinici universitari, liberando il sistema dall’unico affanno socialmente riconosciuto: far soldi e far quadrare i bilanci. Certo anche la ricerca sociale, filosofica e politica deve trovare nuove forme per interagire con le altre scienze, contribuendo alla comprensione di una società radicalmente modificata indagando sui meccanismi di produzione e riproduzione delle conoscenze. Ideologizzare l’approccio al disagio mentale in senso esclusivamente anticapitalistico rischia di creare gli stessi danni e sofferenze di chi ha usato la reclusione manicomiale come strumento di governo del disagio sociale attraverso la repressione della devianza, con l’unico risultato di perdere di vista l’umanità individuale che si nasconde dietro la sofferenza psichica che, come qualcuno ha ricordato, era l’obiettivo primario che Sergio Piro ha perseguito nei lunghi anni di attività di medico, di scienziato, di dirigente sanitario oltre che di straordinario animatore culturale e politico.

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