Palestina: non muri ma ponti di Achille Aveta (Pubbl. 20/11/2017)

“Grido della terra – grido dei popoli” è il tema dell’anno sociale 2017/18 scelto dall’Associazione “Scuola di pace” di Napoli; il titolo richiama la drammaticità di situazioni che, con una serie di incontri, si intendono approfondire: la questione palestinese, la questione immigrazione, la questione ambientale. Sabato 18 novembre, nella sede napoletana dell’Associazione, Luisa Morgantini e Lino Palumbo hanno discussoLa questione palestinese”. Questa pregevole iniziativa è stata un'occasione per l'approfondimento di problemi e punti di vista esposti da chi possiede un’accurata conoscenza dei fatti e delle parti in conflitto.

Lino Palumbo, di Pax Christi (movimento cattolico internazionale per la pace), ha presentato la campagna “Ponti e non muri”, incentrata su eventi “per non dimenticare la Palestina occupata”. Luisa Morgantini, già candidata al premio Nobel per la pace e vicepresidente del Parlamento europeo nonché presidente della Assopace Palestina, ha sempre lottato contro antisemitismo e xenofobia, ma sulla questione palestinese ha una posizione netta: un popolo, quello pale­sti­nese, con la for­ma­zione unilaterale dello Stato di Israele nel 1948, è stato dispos­ses­sato della terra, delle case, con cen­ti­naia di vil­laggi pale­sti­nesi distrutti per can­cel­larne l’identità e la possibilità del ritorno. Una lunga sto­ria di colonizzazione con­dotta con luci­dità dalla lea­der­ship israe­liana; si è trattato di una vera e propria puli­zia etnica della Pale­stina, come la chiama senza infin­gi­menti lo sto­rico israe­liano Ilan Pappé. Quindi, non siamo di fronte a una delle tante guerre sostenute da odio religioso, ma davanti a un processo di conquista coloniale realizzata attraverso ripetuti insediamenti. La Morgantini ha illustrato le tappe dell’esproprio dei territori palestinesi ad opera dei coloni israeliani che, all’epoca degli Accordi di Oslo del 1993, erano 150.000, mentre oggi assommano a 650.000; per esempio, nella Valle del Giordano, nel 1967, risiedevano circa 300.000 palestinesi, oggi ce ne sono circa 50.000. Uno sguardo alle cartine riprodotte accanto a quest’articolo evidenzia che Israele occupa ormai poco meno dell’80% del territorio su cui cominciò ad affacciarsi dopo la fine della prima guerra mondiale. L'impatto politico degli insediamenti dei coloni israeliani nei Territori occupati palestinesi è testimoniato dal fatto che nell’attuale compagine governativa israeliana siedono rappresentanti di quei coloni. La Morgantini ha proposto ad un uditorio particolarmente attento alcuni filmati in cui ha dato conto delle tante forme di resistenza non violenta attuate dai palestinesi contro il proliferare degli insediamenti israeliani; particolarmente toccante è stato vedere la quattordicenne Tamimi che, con veemenza puramente verbale, si scaglia contro i soldati che maltrattavano il fratello. È stato pure istruttivo ascoltare le testimonianze di ex soldatesse israeliane (link), che evidenziavano gli stratagemmi adoperati dai loro commilitoni per rendere la vita difficile ai palestinesi. Altrettanto interessante è stata la discussione sul fenomeno dei refusenik israeliani (obiettori di coscienza che, pur riconoscendo il diritto all’esistenza dello stato d’Israele, non ne riconoscono la politica di occupazione, oppressione, violenza, apartheid - link). In conclusione, la Morgantini ha criticato la faziosa narrativa, che tanto spazio ha sui mass media, secondo la quale prima di Israele non esisteva una nazione di nome Palestina e che Israele ha conquistato dei territori vincendo guerre per il suo annientamento organizzate dagli arabi; la storia dimostra il contrario: Israele ha sottratto un paese al popolo che lo abitava e, come hanno ammesso diversi leader israeliani, la guerra condotta da Israele fu di natura preventiva.

Nel dibattito seguito all’esposizione della Morgantini è emerso che la questione della Palestina e quel muro vergognoso che Israele ha voluto erigere per dividere un popolo è l’emblema di tutti i muri e di tutti gli ostacoli che il mondo ricco occidentale sta erigendo per mantenere le distanze dalle povertà e dalle culture altre. E, cosa ancor più grave, ciò è accaduto con la complicità della comunità internazionale, che non ha mai sanzionato Israele per le numerose e continue violazioni del diritto internazionale. Infatti, la Morgantini ha osservato che, mentre è cer­ta­mente da con­dan­nare l’attacco ai civili con i mis­sili lanciati su Israele o gli atten­tati kami­kaze con­dotti dal brac­cio armato di Hamas (peral­tro sostanzialmente ces­sati dal 2005) o da gio­vani dispe­rati, ci si chiede perché non si è preteso da Israele di fer­mare la costru­zione delle colo­nie, di libe­rare i pri­gio­nieri pale­sti­nesi in deten­zione amministrativa (una forma di limitazione della libertà personale inaccettabile per ogni nazione che si definisca civile), di non arrestare 700 ragazzi ogni anno per il lancio di pie­tre, di smet­tere di demo­lire case ed eva­cuare palestinesi, di ces­sare l’assedio a Gaza.

A margine dell’incontro, l’inviato di zonagrigia.it ha rivolto le seguenti domande all’on.le Morgantini:

Dal suo privilegiato punto di osservazione, le risultano esperienze di “scuola integrata” tra palestinesi e israeliani, come tentativi di convivenza, di pratica di percorsi alternativi all’odio e alla violenza?

In Israele c’è solo un esperimento del genere, che vive da più di trent’anni: Neve Shalom, in ebraico - Wahat al Salam, in arabo (Oasi di Pace, in italiano); si tratta di una comunità scolastica fondata nel 1974 da Bruno Hassar, domenicano di origini ebraiche, sulle terre del monastero di Latrun, nella valle di Ayalon. Tuttavia, tale esperienza ha un limite: include, da una parte, alunni israeliani, dall’altra, solo figli di palestinesi con cittadinanza israeliana, che comunque sono “cittadini di serie B” rispetto agli israeliani. Se vogliamo trovare efficaci esempi di convivenza dobbiamo uscire dal contesto scolastico; allora troveremo edificanti esperienze come quelle di “Parent’s Circle” (link), israeliani e palestinesi che agiscono insieme per la pace, oppure i “Combatants for Peace” (link), israeliani e palestinesi, che hanno servito nell’esercito o hanno compiuto azioni militari, e che insieme chiedono pace e giustizia: uomini e donne che ogni giorno lavorano, sperano, lottano per garantire concretamente un futuro migliore ai loro figli, affinché non vivano più nella paura e nella minaccia. Inoltre, “Parent’s Circle” è un'associazione composta da famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso i propri cari durante il conflitto, persone che hanno abbracciato la via della non violenza rinunciando alla vendetta. Il dialogo, l'ascolto e la condivisione di valori comuni sono per loro l'unica e valida alternativa per promuovere e costruire la pace, attraverso incontri nelle scuole tra i bambini delle due comunità, sostegno alle famiglie delle vittime nonché un servizio trasfusionale con il coinvolgimento delle due parti.

In questi giorni stiamo assistendo a prove di dialogo tra Israele e Arabia Saudita; a suo avviso, on.le Morgantini, queste aperture potrebbero far intravedere spiragli per la soluzione della questione palestinese?

Il Piano di pace dei paesi arabi e musulmani non mi sembra molto diverso da quello che attualmente sostiene il presidente Trump, improntato comunque alla difesa delle colonie israeliane nei Territori occupati, per cui non vedo spazio per aspettative ottimistiche. La storia del conflitto Palestina-Israele ha reso evidente l'inadeguatezza di qualunque strategia di pace che poggi su una riduzione arbitraria della sua complessità; alcuni ne offrono una rappresentazione non appiattita sugli schemi della belligeranza, recuperando la molteplicità delle tensioni che si sono create tra le due parti, non solo sul piano degli interessi politici ed economici, ma anche su quello delle fratture sociali e culturali. È prioritario denunciare l'ingiustizia dell'occupazione, la militarizzazione della società israeliana, la sottrazione di risorse vitali come l'acqua, la strategia di apartheid di cui i governi israeliani sono responsabili, l'insostenibilità degli interventi (e dei non interventi) del mondo occidentale. Occorrono azioni concrete; perciò – guardando nell’immediato al panorama italiano - va sostenuta, per esempio, l’azione di associazioni e comuni cittadini tesa a realizzare un flash mob, in programma sabato 25 novembre ore 10,30 a piazza Dante (Napoli), con un presidio per chiedere l’annullamento delle tappe di partenza del Giro d’Italia 2018 da Israele.

Effettivamente, la storia del conflitto israelo-palestinese ha dimostrato che la pace non si raggiunge né attraverso il ricorso alle armi, accettando lo scontro fisico come inevitabile, né tentando la strada della razionalizzazione negoziale attraverso le interminabili trattative definite “processo di pace”; queste ultime ripropongono di fatto lo squilibrio dei rapporti di forza e non assumono come inderogabile la meta di una convivenza nel mutuo riconoscimento. Come ha detto mons. Giuseppe Lazzarotto, Legato pontificio in Israele: «Si possono abbattere i muri materiali solo se si abbattono i muri dello spirito. Questa è la cosa essenziale. Finché non si abbatteranno i muri che ognuno di noi si porta dentro, non si possono abbattere altri muri».

 

Un contributo dell'amico Artista 

Ciro Sciallo

...grazie