Mimmo Lucano docet di Lorenzo Paolo Di Chiara (Pubbl. 20/05/2019)

Invitato a Roma il 13 maggio, presso l’Università La Sapienza - Facoltà di Lettere e Filosofia, per il seminario “Convivenze” dall’antropologo ed amico Vito Teti, l’ex sindaco di Riace, piccolo comune calabro, Mimmo Lucano viene accolto da una marea indistinta di studenti, una ragazza, con un megafono in mano urla "fate largo, fate passare: stiamo scortando Mimmo Lucano nell'aula per consentirgli di parlare, mentre c'era chi voleva mettergli il bavaglio". Ricercatori universitari, docenti e persone comuni, che letteralmente lo traghettano fino in cima alla scalinata, qui avviene l'incontro cordiale con il Rettore Eugenio Gaudio, poi di nuovo tutti insieme fino all’Aula Magna. Quel corteo, quel megafono sono sembrate l'immagine di un tempo che di colpo, dopo un lungo sonno, tornava nei viali dell’Ateneo. Questa folla variegata, quel canto ritmato dal battito di mani, celano l’importante sistema di sicurezza realizzato per evitare scontri con il presidio fisso di Forza Nuova, che nel sindaco sospeso vede il nemico giurato dell’Italia, così come recita uno dei loro striscioni. Tra i banchi stracolmi, ad ascoltarlo, c’è anche la figlia di Lucano, che studia anche lei alla Sapienza. Nell’aula si vedono pure l’ex sindaco di Messina, Renato Accorinti, e il regista Mimmo Calopresti. Mentre fuori, nel corso della manifestazione, erano arrivati in sostegno anche Nicola Fratoianni e Stefano Fassina.

Lucano racconta, senza celare troppo l’emozione, dall’inizio alla fine la storia di quel “modello Riace”, che dal 2016 gradualmente ha visto tagliare i fondi da parte della Prefettura. Sottolinea come nacque l’idea di “Welcome” e di inclusione sociale: «uno dei ragazzi curdi, da poco arrivati in paese venne a chiedermi come mai fossero capitati in un posto di case vuote e senza gente. “Domenico, c’è stata la guerra?”, mi ha chiesto. “No, c’è stata l’emigrazione”, ho risposto. All’inizio non c’erano progetti, non avevamo un euro, giorno dopo giorno è nata l’idea di ripopolare quei luoghi. Era il 1998. I primi progetti ufficiali con i finanziamenti del Ministero dell’Interno sarebbero arrivati solamente dall’anno 2001». Il suo intervento dalla cattedra dell’Aula si conclude sottolineando l’importanza di credere nel modello Riace come possibilità di un’inclusione sociale sostenibile, «Dai piccoli governi locali si può creare un modello» - ripete il Lucano - «anche se siamo minoranza, non significa che non possiamo rappresentare ancora una speranza».

Ma come ha funzionato il progetto e su quali aspetti ha piantato i suoi capisaldi divenendo un modello di riferimento, che nel 2016 fruttò al sindaco Mimmo Lucano l’inserimento da parte della rivista Fortune tra i 50 leader più influenti al mondo, creando un’alternativa agli attuali modelli Sprar? Due sono le specificità del “modello Riace”: i bonus d’acquisto e le borse lavoro. L’Amministrazione comunale ha chiesto negli anni precedenti al Ministero dell’Interno di utilizzare in maniera differente i 35 euro stanziati per la diaria dei rifugiati, anche per supplire al forte ritardo con cui arrivano i fondi e prefigurare un’alternativa ad un modello puramente assistenzialista. Così sono stati creati i bonus d’acquisto, che consistono - come spiegato da Mimmo Lucano.- “in moneta locale. La moneta è un impegno sul futuro. Il suo valore è proiettivo, è basato sulla fiducia che quel valore che è stampato su un pezzo di carta corrisponda a qualcosa di reale e che si manterrà nel tempo. È evidente come questo abbia un duplice vantaggio: la restituzione di dignità alle persone tramite un allargamento del loro potere d’acquisto oltre la pura sussistenza; in secondo luogo permette di bypassare il sistema delle banche. Perché, per ovviare ai ritardi del Ministero, molti Comuni chiedono prestiti agevolati alle banche, ma facendo così si possono evitare indebitamenti eccessivi. Per quanto concerne invece le borse di lavoro, sono strutturate attraverso laboratori artigianali, all’interno una persona del luogo e una borsista straniera, che percepisce circa 600 euro al mese. Questo ha favorito negli anni l’avvio di nuove attività commerciali o l’ampliamento di quelle già avviate. Con l’arrivo di bambini, ragazzi e nuovi nati. I migranti hanno l’opportunità d’imparare un mestiere e di inserirsi nel tessuto sociale locale e i riacesi – soprattutto i giovani disoccupati calabresi – hanno più probabilità di trovare un’occupazione.

Il modello Riace è dunque positivo per tante ragioni, la prima è senz’altro il collegamento virtuoso tra accoglienza, integrazione e sviluppo locale. Allacciare la realtà del villaggio globale di Riace a una serie di reti nazionali per la sopravvivenza del ‘modello’ stesso. Il piccolo Comune calabrese era anche inserito in un sistema di cofinanziamenti regionali, nazionali ed europei. Auspichiamo in molti una riattivazione in senso positivo del progetto calabro, anche in riferimento al riuso e alla valorizzazione dell’enorme patrimonio edilizio inutilizzato a livello nazionale, al ripopolamento delle aree interne e marginali, così da ricostruire il tessuto socio-culturale urbano e rurale, oggi slabbrato, alla rivitalizzazione di attività storiche, al rilancio del primario in senso multifunzionale, alla riqualificazione autosostenibile di luoghi e territori, puntando sulle loro dotazioni e potenzialità patrimoniali.

In quell’aula universitaria gremita, in pochi minuti, la distanza con la lontana Riace, con quel modello di accoglienza, è come di fatto azzerata.

 

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