L’ipocrisia sovranista e il dominio della NATO  di Giuseppe Capuano (Pubbl. 19/07/2018)

La politica italiana ha mostrato totale disattenzione alle vicende della NATO. L’alleanza militare e politica, nata nel lontano 1949 per difendere l’Europa dalla minaccia comunista sovietica, è stata riportata in primo piano dall’aggressività di Trump nel summit del 12 e 13 luglio. È questo l’esempio emblematico dell’ottusità, dell’assenza di una visione politica generale e globale di chi governa oggi in Italia, così come di una opposizione inesistente. Il nuovo agglomerato elettoralistico ha fatto la sua fortuna urlando contro lo strapotere delle banche e della finanza internazionale, contestando gli organismi internazionali di governo dell’economia, compiacendosi nel sentirsi definire una formazione sovranista. Quando però si pongono questioni concrete di indipendenza e di autonomia la tracotanza crolla e si ripropone la sudditanza alle scelte militari e strategiche degli Stati Uniti. Capita così che il richiamo al diritto di esercitare la sovranità nazionale si concretizzi quasi esclusivamente proponendo o attuando azioni di contrasto ai flussi migratori. Il rischio che corriamo tutti noi abitanti del pianeta è che il vero clandestino, il vero sconosciuto, sia chi dirige, chi governa dietro le quinte i processi globali in un mondo la cui economia non può vivere senza le tante interconnessioni territoriali, svuotando di ogni possibilità fattuale le legittime aspirazioni democratiche dei popoli. Poche e politicamente inascoltate sono le voci che da anni pongono la questione del nesso tra crisi economiche, il proliferare di guerre locali, il diffondersi di formazioni terroristiche, la progressiva distruzione ambientale, le strategie di dominio territoriale operate dall’unica grande potenza globale rimasta, gli USA. La NATO in Europa, e ben oltre i suoi confini, ha giocato e gioca un ruolo chiave in queste dinamiche. In un processo che ormai dura da quasi trent’anni, dopo il dissolvimento dell’URSS, i paesi aderenti alla NATO si sono completamente asserviti alla volontà di potenza degli USA, coprendone anche il finanziamento e l’addestramento di gruppi terroristici che, conquistata l’autonomia, sono diventati essi stessi un nemico da battere. Con stupefacente continuità questa strategia è stata perpetuata dalle diverse amministrazioni americane da Bush a Trump, passando anche per Obama. È desolante notare come tra i diversi sudditi dell’Alleanza Atlantica spicchi, per servilismo, l’Italia, nonostante il diverso colore politico dei governi che si sono alternati negli ultimi trent’anni. A chiarirne il ruolo è stato l’ex primo ministro, già esponente del movimento pacifista, Paolo Gentiloni che, a poche settimane dalle elezioni del marzo scorso, tenne a precisare che “La politica estera italiana è fortemente ancorata  a quella della NATO”. Trump è arrivato a Bruxelles chiedendo agli alleati di spendere più soldi per armare le sue truppe. Pare non ci sia riuscito. Non per l’opposizione del nuovo governo sovranista italiano (che ha affrontato la questione da un punto di vista meramente contabile, “noi contribuiamo in soldi e con missioni all’estero”),  bensì per la ferma opposizione della Germania che punta a rafforzare il suo ruolo egemone in Europa. Nel frattempo nelle basi americane e/o NATO che controllano l’Europa il processo di “innovazione tecnologica” continua. Manlio Dinucci in Guerra nucleare, il giorno prima, Zambon editore, lo spiega con lucida e documentata chiarezza. Si continua a disseminare il mondo di nuovi ordigni nucleari a “basso potenziale”, (cosette da “soli” trecentomila, 300.000 morti), non più strategicamente pensati come deterrenti nei confronti dei nemici ma alla stregua di un qualsiasi altra arma da utilizzo “ordinario”. Di quale sovranismo allora parlano Salvini e compagni, quelli della lega delle leghe? L’Italia è un paese controllato e ricattato militarmente. In campagna elettorale nessuno ha posto il problema, nel “contratto” di governo non ci sono tracce della questione. Dice bene Manlio Dinucci quando afferma che dopo 70 anni, in un mondo profondamente modificato, liberi da ricatti ideologici, è forse venuto il tempo perché l’Italia e l’Europa si interroghino sul senso di appartenere ad una alleanza militare come quella che è diventata la NATO. La posta in gioco è oggi molto alta: la sopravvivenza stessa del Pianeta.

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