La cioccolata calda di Stefano di Lorenzo Paolo Di Chiara (Pubbl. 19/04/2019)

È moralmente impossibile rimanere neutrali di fronte a questo conflitto, e gli

astanti sono obbligati a schierarsi. La posizione del carnefice è estremamente

invitante da sostenere, dato che tutto quel che chiede agli astanti è di non fare

nulla, facendo leva sul desiderio universale di non vedere, non sentire, e non

parlare del male. La vittima al contrario chiede all’astante di condividere il suo

fardello o la sua sofferenza: pretende azione, impegno, memoria.

Judith Lewis Herman

Questa è la storia di un corpo scomparso. La storia della morte di un trentenne, diventato un’ombra, la sua stessa ombra, dal momento dell’arresto fino al giorno della sua morte, la settimana dal 15 al 22 ottobre 2009. Il suo nome è Stefano Cucchi. Viveva nella zona di Torpignattara, quinto municipio di Roma. Aveva un passato per tossicodipendenze, ma il piano di recupero stava procedendo in senso positivo, Stefano aveva iniziato a lavorare con il padre, geometra fino alla pensione. La mamma casalinga, la sorella di Stefano amministratrice di condomini.

Nella serata del 15 ottobre 2009, nei pressi del Parco degli Acquedotti a Roma, a seguito di un fermo da parte dei carabinieri, viene trovato in possesso di 20 grammi di hashish, alcuni grammi di cocaina e di alcune pastiglie per l'epilessia di cui soffriva. Da qui entrerà nelle caserme dei carabinieri dell’Appia e di Tor Sapienza, poi nel carcere Regina Coeli, poi all’ospedale Fatebenefratelli e infine al Pertini, nel reparto detenuti. Inizia così la settimana lunghissima che lo porterà al decesso. In base alle evidenze emerse, dai vari processi scaturiti negli anni, si può affermare che nelle ore successive al fermo, Cucchi subì almeno un’aggressione, la quale gli determinò gravi dolori e sofferenze, sia fisiche che psichiche. Dal momento delle percosse subite, che lo trasformano in un enorme ematoma, la sua faccia e le sue ferite, il suo intero corpo, sembrano svanire. Nessuno degli agenti della penitenziaria, né il giudice o il magistrato che convalidarono poi il fermo, i medici o gli infermieri che lo presero in cura, si accorgono della complessità della situazione. Stefano in queste ore sembra diventato un fantasma.

Ma ci chiediamo: Stefano Cucchi è stato vittima di tortura? Quello di Stefano Cucchi è stato un caso evidente di tortura? La tortura appartiene solo ed unicamente all’uomo. Raffigura, più di ogni altro atto, l’ambiguità della condizione umana. Quando poi l’indecenza della tortura si insinua nello Stato di diritto e vi alberga senza troppo clamore, nella passiva indifferenza dei più, allora le ombre di questa ambiguità si proiettano al di là di un confine di sicurezza oltre il quale, per l’astante che vuole vedere e sentire, vi sono inevitabilmente ansia e trepidazione. Detta premessa ancora non risponde alle nostre domande, dobbiamo leggere la definizione contenuta nell’articolo 1 della Convenzione contro la tortura (CAT) delle Nazioni Unite, approvata nel 1984 e ratificata anche dal nostro Paese nel 1988: “Tortura indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona gravi dolori o sofferenze, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un pubblico ufficiale o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito.”

Abbiamo bisogno ancora di qualche tassello perché prenda forma la risposta affermativa ai nostri interrogativi; affinché ci sia tortura devono essere contestualmente presenti alcuni elementi imprescindibili. Il primo elemento prevede che attraverso una determinata azione vengano inflitti alla vittima dolori o sofferenze, fisiche o mentali, e che l’intensità di tali sofferenze sia tale da definirli gravi. La definizione richiede poi che i dolori e le sofferenze siano inflitti intenzionalmente e non siano, dunque, frutto di una mera negligenza. L’inflizione programmata di dolore o mali deve essere compiuta per uno scopo specifico e cioè quello di ottenere informazioni o confessioni oppure di punire oppure di intimorire oppure ancora in ragione di qualsiasi forma di discriminazione. Infine, affinché, secondo la definizione delle Nazioni Unite, si possa parlare di tortura, l’identità dell’autore dell’azione deve essere riconducibile ad un agente con funzione pubblica. Per rispondere è essenziale valutare ciascuno dei singoli aspetti appena citati in relazione alla vicenda di Stefano. Nelle ore successive al fermo, in attesa della convalida da parte del magistrato, il ragazzo romano subisce un pestaggio violentissimo, come definito dalla Procura di Roma. Questo gli procurerà un duplice trauma al capo e una frattura della terza e quarta vertebra sacrale (secondo Un’indagine medica indipendente sul caso Cucchi, condotta da Medici per i Diritti Umani, nell’ottobre 2015). Il dolore acuto e costante è senz’altro il sintomo fisico che più tormenta Stefano nella settimana che lo condurrà al decesso. Questo provocherà anche una forte sofferenza psichica ad aggravare ulteriormente il quadro clinico. Dagli ulteriori sviluppi della vicenda emerge con decisione che Stefano Cucchi è stato vittima di violenza intenzionale, dopo essere stato arrestato, quando si trovava nelle mani dello Stato, rappresentato dagli agenti nell’esercizio di funzione pubblica, ovvero i carabinieri. Dall’indagine bis della Procura di Roma emerge come l’aggressione sia stata mossa per dare una punizione, ottenendo al contempo informazioni da chi avesse ottenuto la droga rinvenuta sia in casa che a seguito della perquisizione corporale. Ci son voluti 10 lunghi anni perché la verità processuale venisse a galla e la Giustizia facesse il suo corso, individuando i responsabili di quell’atto di tortura.

L’ultima notte Stefano l’ha trascorsa da solo nella camera dell’Ospedale Pertini di Roma, voleva dormire, era sul letto a pancia sotto, l’unica posizione che dava sollievo minimo ad un dolore così lancinante, l’ultima notte, quella della morte, chiese della cioccolata.

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