Beni culturali: riforma o dissoluzione? 

di Giuseppe Capuano  (Pubbl. 18/04/2016)

Dal 29 febbraio è formalmente entrata in vigore l’ennesima riforma del Ministero per i beni e le attività culturali e il turismo (MIBACT). Le Soprintendenze sono state organizzate per competenze esclusivamente territoriali e non più seguendo criteri tecnico-scientifici. Un solo dirigente, il Soprintendente, esprimerà pareri, rilascerà autorizzazioni, dirigerà progetti di restauro e conservazione sui beni architettonici, su quelli archeologici, sulle opere d’arte, sul paesaggio. Alcuni capoluoghi di regione, Napoli tra queste, ne avranno due: uno per la città e una per l’area metropolitana. Viene riconfermato l’accorpamento tra loro dei centri “minori”, e sono state create delle strutture dirigenziali ad hoc per alcune aree archeologiche speciali (Pompei, Ercolano, l’area flegrea, e altre ancora). Si confermano le autonomie dei grandi musei, accorpando quelli più piccoli nei Poli Museali Regionali (quello campano ha competenza dalla Certosa di Padula alle zone archeologiche di Santa Maria Capua Vetere). Uno stravolgimento che viene sbandierato come una rivoluzione epocale. Eppure, a guardare con “occhi esperti”, tante sono state le critiche mosse da autorevoli intellettuali del settore contro una riorganizzazione che non convince. Ma quali sono i dubbi e le perplessità? Un po’ di storia. Il MiBACT ha una sua genesi relativamente recente. Nasce nel 1975 grazie a Spadolini che lo svincola dalla Pubblica Istruzione. Va anche detto che le leggi di tutela in Italia risalgono 1905, quando si vincolarono i proprietari di cose di pregio artistico storico e architettonico a regole precise. Nel 1939 due norme, la 1089 e la 1437, articolano meglio il sistema della tutela dei beni culturali. Nel 1985 la legge Galasso (la 431) definisce le distanze minime dalla costa, dai fiumi, dalle cime delle colline e delle montagne, dove sarebbe stato vietato edificare. Nel 2004, con l’emanazione del Codice dei beni culturali, l’intero sistema legislativo viene razionalizzato.  Fino al 1975 le Soprintendenze, strutture periferiche dello Stato, avevano competenze su territori vastissimi, per esempio una per tutta l’Italia Meridionale, senza differenziazione tra i diversi tipi di beni. La nascita del Ministero in sostanza doveva rispondere ad un preciso criterio: il nostro territorio è densissimo di beni da tutelare. Patrimonio, parte di una storia, di una identità locale, che per la sua tutela ha necessità di un’articolazione per competenze tecnico scientifiche. Un impianto che garantiva una cultura progettuale del restauro e della conservazione dei centri storici, condizionando positivamente la progettazione urbanistica, favorendo la crescita di generazioni di archeologi, storici dell’arte, restauratori e di architetti specialisti in conservazione. Il mondo intero ci ha invidiato questo modello, gli stessi centri di formazione universitaria hanno guardato ad esso come luogo privilegiato, sintesi di teoria e pratica. Un’eccellenza che, grazie al lavoro ed alle competenze dei suoi dirigenti, funzionari, tecnici e operatori ha finanziato, diretto e controllato lavori di restauro architettonico, di opere artistiche, di intere aree archeologiche. Il Ministero, quello ora “rottamato”, ha consentito, in sostanza, di tener viva anche in minute realtà locali la memoria storica, lasciando aperti al pubblico piccoli musei in cui sono custodite opere d’inestimabile valore. Una storia certo non sempre lineare (la corruzione e l’ingerenza politica sono da sempre il nostro peggior male nazionale), eppure foriera di una consolidata tradizione professionale. La riforma in atto (ma sarebbe meglio chiamarla contro-riforma) rischia di annientare il meglio di questa storia, facendola scomparire sotto la scure dei tagli economici, della mancanza di turn over “pubblico”. Poco importa che culture, pratiche di tutela e di conservazione non saranno tramandate alle nuove generazioni. La “politica” sembra agire sotto gli effetti di un’ubriacatura, quella prodotta dal luccichio dei bus turistici e delle navi da crociera. Conta solo aumentare il flusso dei visitatori. Conta il profitto!  La tutela? Una inutile zavorra. Ciò che varrà non saranno più le competenze, le buone pratiche di conservazione, ma solo ed esclusivamente i livelli di produttività misurati in numero di biglietti venduti. Per questo, con avventate operazioni finanziarie e organizzative, spesso prive della necessaria trasparenza, si stanno svuotando i nostri “Palazzi della Cultura” di professionalità consolidate. Società solo formalmente private, quale INVITALIA e ALES, con capitale tutto pubblico, assumono oggi una pletora di nuovi precari. Si affaccia alla ribalta un nuovo management che deve rispondere ad un solo padrone: il potere politico. L’unico che ha diritto di nomina dei dirigenti. Un obiettivo scellerato che si intende raggiungere sacrificando un patrimonio artistico e culturale unico al mondo. Anche di questo ci ringrazieranno le future generazioni.