Ri-Usa…   di Lorenzo Paolo Di Chiara (Pubbl. 16/01/2019)

Terminate le festività, mangiato l’ultimo pandoro, Roma continua a condividere spazi condominiali e spazi urbani con sacchi e sacchi di immondizia. Ogni quartiere, dal più centrale alle estreme periferie, dotato sia del servizio del porta a porta sia dei cassonetti in strada, vive una situazione di difficoltà nel gestire i rifiuti urbani. Ma fino a quando si potrà parlare di situazione emergenziale per la Capitale? È forse un problema di natura gestionale nel trattamento dei rifiuti, inerente agli impianti presenti, non più in grado di sorreggere la mole di rifiuti di vario tipo, dall’organico all’indifferenziato? Un focus sulla situazione romana ed italiana ci viene offerto dal rapporto del 2018 sui rifiuti urbani dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). In Italia sono stati prodotti 7.870 tonnellate di rifiuti urbani (+2.9% rispetto all’anno precedente), mentre sono state 192 mila le tonnellate di rifiuti speciali (-1%), cioè i rifiuti industriali, a loro volta divisi in pericolosi e non pericolosi. A occuparsi del riciclo dei rifiuti urbani in Italia, frutto della raccolta differenziata, sono gli impianti di recupero, mentre per i rifiuti indifferenziati ci sono gli impianti di smaltimento. Tra quelli più utilizzati ci sono gli inceneritori (chiamati anche termovalorizzatori quando il calore prodotto dalla combustione dei rifiuti viene utilizzato per produrre energia), dove finiscono anche diverse tipologie di rifiuti speciali, come quelli ospedalieri e industriali. I dati di Roma parlano chiaro: un romano riversa nei cassonetti 590 chili di rifiuti all’anno, nel resto del Paese ci si ferma a 487 chili a persona. Sotto le festività natalizie, da poco terminate, aumentano in modo crescente questi quantitativi, che influiscono negativamente su un sistema già al tracollo da tempo. Roma ha avviato le procedure per la raccolta differenziata con diversi anni di ritardo rispetto ad altre città italiane ed europee, mentre i centri per gestire i rifiuti indifferenziati – molto più complicati da gestire di quelli che arrivano dalla raccolta differenziata – sono stati storicamente controllati da Manlio Cerroni, indagato dalla magistratura per la gestione ambigua dei suoi impianti. L’azienda che gestisce il servizio di rifiuti sul territorio capitolino, AMA Roma S.p.a, ha avuto diversi guai finanziari e qualche anno fa ha rischiato il fallimento. Altri problemi aggravano la situazione: i pochi mezzi a disposizione per raccogliere i rifiuti di vario tipo e la mancanza di compattatori (cioè di macchinari per pressare i rifiuti prima di avviarli al trattamento vero e proprio); la scadenza del contratto, senza rinnovo, dell’accordo con l’Austria per lo smaltimento di 70 mila tonnellate di indifferenziati l’anno; infine, la ricerca di nuove sedi è stata ostacolata da problemi politici. La soluzione, quella rapida, sembrerebbe essere la costruzione di più impianti, ma negli anni le amministrazioni periferiche del comune romano e le ribellioni dei cittadini hanno rallentato l’espansione, chiedendo anzi anche la chiusura degli impianti esistenti. Si tratta del cosiddetto fattore nimby – acronimo per not in my backyard (“non nel mio cortile”) – ovvero l’ostilità della popolazione alla presenza nel proprio territorio di opere pubbliche, come appunto gli impianti di recupero o smaltimento, per la preoccupazione dei loro effetti negativi sulla salute o sul territorio.

Un primo campanello dall’allarme per l’Europa piena di rifiuti proviene dalla Cina, con il blocco dei rifiuti, a partire da quest’anno, provenienti da Europa, Usa e Giappone; secondo i dati dell’Onu, nel 2016 i produttori cinesi avevano importato da questi Paesi industrializzati 7,3 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, pari al 70% dei rifiuti plastici raccolti e selezionati a livello globale. Alcune Direttive europee mirano a ridurre i rifiuti di ogni genere, come quelle sui cotton fioc non biodegradabili - la cui vendita è vietata da quest’anno -, sui sacchetti biodegradabili presenti nei supermercati, per acquistare frutta e verdura, e sulla riduzione degli imballaggi, con sovrattasse per quelle aziende che non si adeguano. Quindi la dieta dei rifiuti, ovvero la riduzione di quelli che ciascuno di noi, ciascuna famiglia, ciascuna casa o ufficio, produce ogni giorno, è un traguardo che ormai è alla portata dei nostri nuovi stili di vita, intitolati alla regola aurea di non sprecare. Esempi di buone pratiche da consolidarsi possono provenire dalle nostre abitudini quotidiane, quanti rifiuti possiamo evitare facendo la spesa con la vecchia borsa della nonna? Oppure la sorprendente cucina degli avanzi. Oppure ancora consumando l'acqua del rubinetto o andando a prenderla direttamente dalle fonti, quante bottiglie di plastica si evita di far andare nel secchione? Altra cosa è sensibilizzare la scuola sull’importanza del riciclo, del riuso e della coscienza dei rifiuti, intesi come un bene e non più come un problema oppure un’emergenza.

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