Hevalen, amici, compagni della rivoluzione curda di Giuseppe Capuano  (Pubbl. 13/04/2018)

“Hevalen, perché sono andato a combattere l’ISIS in Siria”- è un libro dall’avvincente lettura. L’autore è Davide Grasso, 38 anni, torinese, giornalista e scrittore militante, che ci racconta i sei mesi passati nel Kurdistan siriano a combattere con i gruppi democratici e socialisti curdi contro l’avanzata dell’ISIS. Scrive Grasso: “Nel Kurdistan dal 2011 è in corso una rivoluzione, il grande esperimento delle comuni e del Confederalismo Democratico. Un movimento di liberazione egualitario, libertario e femminista, ispirato al pensiero Abdullah Öcalan*”, il leader del PKK che sconta da anni una condanna all’ergastolo nelle carceri turche. Come promesso ai suoi compagni Curdi, da quando è tornato in Italia l’autore è impegnato in una campagna di informazione sulla drammatica situazione in quelle martoriate zone del mondo. Sin dalle prima pagine svela l’intreccio delle vicende politiche del Medio Oriente e le complicità assassine delle potenze internazionali. La scelta di Grasso di partire per andare a combattere, come lui stesso ci racconta, nasce come risposta alla tragica notte del 13 novembre 2015 quando gli attentatori dell’ISIS disseminarono Parigi di cadaveri. Sceglie di andare in Kurdistan perché in quei luoghi a combattere l’ISIS “c’è gente comune, c’è un popolo in rivolta per la sua libertà e per un mondo più giusto” e come nel 1936 in Spagna con le Brigate Internazionali, non è il solo straniero a compiere quella scelta: sono molti gli havelen, gli amici della rivoluzione che vengono da altri paesi. Davide si considera parte della generazione Erasmus, libero cittadino in una Europa di giovani in movimento, liberi da oppressioni religiose o ideologiche e per lui gli attentati di Parigi sono un attacco diretto a quel territorio di libertà che si è andato affermando in Europa e nel mondo anche al costo di subire la precarietà materiale, professionale, lavorativa. Generazione, la sua, sacrifié ma al tempo stesso consapevole, orgogliosa del proprio disincanto vissuto come possibilità di libera navigazione tra culture, lingue e linguaggi. L’autore, in poche righe assai significative apre uno spazio di riflessione: “Gli antri oscuri dell’Islam sono gli stessi del cristianesimo e dell’ebraismo. I recessi profondi dell’Europa sono gli stessi del Medio Oriente. Era stato su quell’altura contesa, bellissima e maledetta, chiamata oggi spianata delle moschee o monte del tempio-(…)- che il padre delle tre religioni rivelate che abitano Gerusalemme, Abramo, aveva messo il coltello alla gola di suo figlio. Dio gli aveva ordinato di sgozzarlo in suo onore, (…) Dio - non la sua coscienza- l’aveva infine fermato (…)Così, su quella che sarebbe divenuta la città del tempio (…) il fondamento perverso della nostra cultura aveva mostrato ai posteri l’archetipo del tagliagole dell’Isis, il patriarca di tutti i Jihadi John”. Nel suo viaggio verso il Kurdistan siriano, Rojava, l’ovest in curdo, Davide attraversa le terre martoriate da guerre infinte. Incontra tante persone disposte ad aiutare il proprio prossimo bombardato, ferito, affamato, ma che per farlo devono indossare i panni di qualche organizzazione che fa riferimento ad una religione anche se atei (in Israele c’è l’obbligo di indicare la religione di appartenenza sul passaporto). Nell’incontro con le giovani donne soldato della Rivoluzione Curda che hanno messo in fuga gli assassini dell’Isis impara la parola nakoki: contraddizioni. Le contraddizioni di una rivoluzione che cerca pace e uguaglianza ma è costretta ad organizzarsi militarmente per resistere e non farsi annientare. Ne incontra tante di quelle guerriere, severe, efficienti impegnate sia militarmente che politicamente a difesa alla propria dispersa comunità e dei principi egualitari della Rivoluzione. Il racconto a tratti è rabbioso contro un mondo ipocrita e vile che ignora la sofferenza, la distruzione, la morte che dissemina. Un’ipocrisia che Davide sente sulla sua pelle, lui che non vuole morire, che ha scelto di combattere per difendere una vita di libertà, ma che a differenza dei tanti che incontra può ancora scegliere, mentre loro no. Hevalen è un racconto di un mondo insanguinato e sofferente dove resistono barlumi di solidarietà dove “c’è anche un esercito, quello rivoluzionario, che punisce chi maltratta i prigionieri” scrive Grasso. Ma ogni guerra è una sporca guerra ed è tanto più sporca quando coinvolge i civili, si insinua nelle comunità, quando rende difficile individuare il nemico. Leggere e far leggere questo libro è davvero importante perché fino in fondo ci mostra come su un territorio sempre più esteso si stia combattendo una guerra che coinvolge tutti gli stati del mondo. Italia ed Europa comprese. Le scaramucce diplomatiche nascondono l’eccidio di intere popolazioni, nel Kurdistan, nella Palestina.Armi convenzionali, chimiche, missili strategici. La soluzione è armarsi tutti contro tutti? È un dubbio che affligge anche il nostro combattente solidale che non esalta mai l’azione militare, ma invoca forme concrete di solidarietà.Davide Grasso impersona quella migliore gioventù globale lasciata sola. Sola nell’affrontare i drammi dell’esistenza, lasciata sola nel cercare speranze. In Italia come in Bulgaria, in Francia come in Germania non emerge nessuna proposta dai politici in grado di contrastare, o almeno sfiorare le contraddizioni di questa modernità armata e diseguale. Fortunatamente Davide è tornato fisicamente illeso da quella sua esperienza per dirci che in migliaia continuano a morire, giovani, bambine e bambini, donne e uomini schiacciati dalla furia delle guerre e dalla nostra indifferenza.

*La vicenda della cattura di Öcalan segna una delle peggiori pagine della diplomazia italiana. Rifugiatosi in Italia nel 1988, dopo 65 giorni passati nelle carceri italiane, il Governo allora presieduto da Massimo d’Alema, contravvenendo agli articoli 10 e 26 della Costituzione italiana che regolano il diritto d'asilo e vietano l'estradizione passiva in relazione a reati politici, “convinse” Öcalan a lasciare l’Italia nei fatti consentendone l’arresto/rapimento da parte del governo turco. Il 28 gennaio 2016 la giunta comunale di Napoli ha conferito a Öcalan la cittadinanza onoraria della Città.

Commento di lorenzo.dichiara@hotmail.it

Dall'articolo Hevalen è la storia ruvida di una rivoluzione e di un rivoluzionario...una guerra vinta ogni giorno in cui il sole sorge sul Rojava libero e comunitario, ma senza che i suoi nemici cessino di esistere.