Erdogan e la diplomazia dell’ipocrisia di Giuseppe Capuano  (Pubbl. 12/02/2018)

I rapporti tra la Turchia l’Europa comunitaria e il resto dell’Occidente, sono da sempre segnati da un velo, neanche troppo nascosto, di grande ipocrisia. La Repubblica di Turchia è uno stato giovane, la cui storia è legata alle vicende della prima e seconda guerra mondiale che hanno ridisegnato la geografia politica e culturale di grandi area in Europa, in Asia e in quella terra di mezzo, il Medio Oriente. Una Repubblica che per volontà del suo fondatore, il generale Mustafa Kemal Atatürk, tra mille contraddizioni si è sviluppata e cresciuta praticando, a volte imponendo, il carattere fortemente laico e non confessionale dello Stato. Pur avendo avuto un ruolo essenziale nel sistema delle relazioni internazionali durante la Guerra fredda, la sua adesione alla Nato risale al lontano 1952, la storia interna della Turchia è fortemente segnata dal ruolo determinante dell’esercito e dalla soccombenza agli interessi degli Usa nell’intera area.La sua autonomia internazionale è stata quindi parziale nonostante il suo sviluppo economico si sia omologato al modello occidentale. Anche nel caso della Turchia l’Europa politica, quella parvenza di soggetto politico internazionale, ha mostrato tutte le sue debolezze e la sua poca lungimiranza, adottando nei confronti di quel paese un atteggiamentostrumentale. La UE, ancora una volta dominata dalla Germania, ha preferito evitare che la Turchia diventasse parte integrante dell’unione, temendo la sua, fino a qualche anno fa, forte economia e le sue potenzialità di crescita, relegandola ad un ruolo di “partner privilegiato”. L’ipocrisia diplomatica è stata messa al servizio sia degli interessi dei paesi europei egemoni che della volontà degli Stati Unitiche da sempre temenono un rafforzamento, oltre che economico, politico e militare dell’Unione. Si sono di volta in volta addotti motivi legati al poco rispetto dei diritti umani in quel paese, e si è maldestramente celato il disagio nei confronti di un paese a maggioranza mussulmana, un disagio che nascondeva il timore di un “inquinamento” delle “comuni tradizioni cristiane”, frase che il papa Karol Wojtyła avrebbe voluto inserire nella mai nata Costituzione europea. Un atteggiamento ipocrita perché nessun atto concreto è mai stato compiuto a difesa dei diritti sia del popolo Armeno, la cui tragedia si continua a nascondere, né in difesa del popolo Curdo, popoli perseguitati dai governi della Repubblica di Turchia. Questa diplomatica attenzione ha indebolito le battaglie di quelle forze politiche e culturali turche democratiche e progressiste, che pur avevano raggiunto importanti successi elettorali, aprendo la strada all’affermazione anche in Turchia di forze integraliste. Questo ambiguo atteggiamento ha portato all’ignobile immobilismo nei confronti della svolta autoritaria di Erdogan del 2016. Nonostante sia ormai risaputo che in Turchia ogni diritto di opposizione è represso, che centinaia di intellettuali, giornalisti, e semplici oppositori siano ormai costretti al silenzio, nel 2017 la UE ha finanziato quel governo per tamponare il flusso di rifugiati in fuga dalla Siria in guerra. Un accordo vergognoso che non ha posto nessuna condizione di salvaguardia dei diritti delle persone, così come è poi accaduto con quello che resta della Libia. Lunedì 5 febbraio Erdogan è stato ricevuto con tutti gli onori in Italia e niente si è stato detto, se non da un manipolo di instancabili manifestanti, sul fatto che ancora una volta il governo turco, dopo aver utilizzato il popolo Curdo, le sue milizie armate per tamponare l’avanzata dell’ISIS, ha lanciato una offensiva militare proprio contro quel popolo che rivendica una legittima autodeterminazione. Non abbiamo letto nessun commento, nessuna presa di posizione politica di rilievo su quanto denunciato dalla stampa libera e indipendente. Ma si sa la politica italiana è oggi in stand by, ci sono le elezioni, si devono conquistare seggi lucrosamente remunerati in Parlamento, e non c’è certo il tempo per discutere del presente e dell’immediato futuro segnato ormai da una linea rossa di sangue per le tante vittime di conflitti militari e di governi autoritari sparsi nel mondo. 

Commento di Saverio Castellone

Articolo condivisibile. Molto lucido e concreto nell'affrontare l'ondata repressiva dell'attuale governo turco. Tuttavia, a mio avviso, manca di un elemento importante: l'ambiguità della diplomazia vaticana. Sono simpatizzante di papa Francesco: è l'unico che riesce ancora a ribellarsi contro le ingiustizie che subiscono le persone senza diritti ed i popoli martoriati, in questa società dove c'è carenza di ideali per cui vale la pena di combattere. Con grande dispiacere, però, ho appreso dai mass-media che il papa ha ospitato il "dittatore" turco e la consorte. Capisco che i cattolici in Turchia sono una minoranza minacciata da gruppi di fondamentalisti islamici (a mio avviso, appoggiati dal governo in carica), ma non si pensa che altre minoranze, ad esempio i curdi e gli oppositori del regime, sono perseguitate con metodi brutali. Eppure, non molto tempo fa il Pontefice aveva denunciato l'eccidio del popolo Armeno da parte dei turchi. Un eccidio forse peggiore di quello contro gli Ebrei ed altre minoranze da parte dei nazi-fascisti. La presa di posizione vaticana faceva ben sperare, ma forse ha prevalso la real-politic: è meglio salvaguardare la nostra minoranza, quella cattolica, e chiudere un occhio sull'eccidio contro i curdi. Ciò che mi fa sostenere quanto sopra è il fatto che anche il Dalai Lama non fu ricevuto da papa Bergoglio per non mettere a repentaglio lo sforzo diplomatico per il riconoscimento da parte del partito comunista cinese dei Vescovi cattolici nominati dal Vaticano. Anche questa volta senza pensare ai diritti lesi di un intero popolo, quello Tibetano. Per quanto Francesco sia il mio Papa preferito, ma il suo modo di fare sulle questioni politiche internazionali mi lasciano perplesso e mi fa ricordare il suo passato argentino: durante la dittatura militare è stato come Nicodemo di evangelica memoria oppure è stato al servizio del cattolicesimo conservatore? Mi vengono a volte dei sospetti che non vorrei avere. Tuttavia, neanche posso dimenticare quando ai Sinodi dei vescovi sud-americani ha "smantellato" tutte le attese della Conferenza Episcopale Latino-americana in Colombia tenutasi nel 1968 che appoggiava i movimenti popolari e la Chiesa dei poveri...... Come vorrei una Chiesa povera, trasparente anche quando pecca: basta confessarlo a tutto il popolo di Dio, pubblicamente!

Commento di effepiro@libero.it

C'è di più. I commenti ascoltati mettevano solo in risalto l'importanza della Turchia come nostro partner commerciale: le nocciole turche pare siano ottime e servono per la Nutella. Ora, con tutto il mio profondo rispetto per la Nutella, manca evidentemente in Italia e anche in Europa un'idea- diciamo un'idea, non un progetto, sarebbe troppo - per la sistemazione del Medio Oriente. Come disinnescare la miccia data dal connubio tra usi politici sempre peggiori delle identità religiose e interessi petroliferi e minerari in genere, questo non lo sa nessuno. Se ne occuperanno le generazioni future.

Commento di bruno.stanislao@libero.it

Articolo senza fronzoli che va subito al dunque ed affronta un problema grave e non conosciuto.