Il muro mediterraneo di Lorenzo Paolo Di Chiara (Pubbl. 08/04/2019)

Ormai è chiaro, la perenne rincorsa al massimo consenso mediatico-elettorale ha portato i vari gruppi e partiti politici italiani a confrontarsi sulla questione emigrazione con un solo obiettivo: portare a 0 il numero degli sbarchi e camuffare, ridurre, sgombrare le aree dove le persone giunte in Italia soggiornano, in attesa di un permesso che regolarizzi così la loro posizione. Un obiettivo che sembra essere sempre più vicino, senza per questo essere riusciti anche minimamente ad incidere sulle ragioni che da anni portano migliaia di persone ad affrontare faticosi e terribili avventure a rischio della propria vita pur di raggiungere l’Europa, le cui prime sponde sono rappresentate dall’Italia e dagli altri paesi del Mediterraneo. Il Ministero dell’Interno con il suo titolare, Matteo Salvini, sbandiera i risultati raggiunti: nell’intero 2017 gli arrivi sulle coste italiane avevano riguardato 21.928 persone, nel 2018 il numero è sceso a 6.161 e dal primo gennaio al 26 marzo di quest’anno gli arrivi si sono ridotti a 501 persone; anche il numero dei minori stranieri non accompagnati è passato da 15.779 nel 2017 a 3.536 nel 2018 e da gennaio al 25 marzo 2019 a solo 83 arrivi.

Quello che non emerge da questi numeri è ciò che accade poco oltre le nostre coste e si sottace sugli accordi che il governo italiano, con il beneplacito dell’Europa, ha di fatto stretto con le milizie libiche, che gestiscono in parte il traffico dei migranti, pur di impedire le partenze dalle loro coste. Il Paese un tempo conosciuto come Libia è oggi il santuario della rule of arms, la legge che rimpiazza il diritto con le armi. Dentro questa parvenza di Stato, prolificano istituzioni fantoccio, governi autoproclamati, una cacofonia di inni e fanfare. È ciò che da tempo denunciano tante Associazioni per i diritti umani e tra queste l’Associated Press. Gli accordi per fermare le partenze erano stati tessuti e poi conclusi dal governo Gentiloni, con un particolare impegno dell’ex ministro dell’interno Minniti, nell’anno 2017. Nell’anno precedente, il 2016, l’Italia e l’Unione Europea avevano di fatto costituito l’attuale Guardia costiera libica, dotandola di mezzi, formazione e spazio di manovra. Prima ai libici si è assegnato uno spazio nel Mediterraneo, una zona Search and Reuscue, e si è istituito un centro di coordinamento del soccorso marittimo a Tripoli; successivamente si è lavorato per sgombrare il campo da ogni possibile scomodo testimone, le navi delle organizzazioni non governative (Ong) impegnate nel Mediterraneo, imponendo un codice di condotta, discutibile sul piano del Diritto, alimentando contemporaneamente una campagna denigratoria nei confronti delle Ong. Il risultato? Dal 30 agosto 2018 nessuna nave umanitaria, ufficialmente, è operativa nel Mediterraneo centrale, mare di conquista della Guardia costiera libica, creata e mantenuta dalla solerzia tricolore. Nel Mediterraneo, ad oggi, rimane solo un’unica nave di soccorso civile, attiva sulla rotta centrale, la Sea Eye, recentemente ribattezzata con un nome profondamente simbolico: Alan Kurdi, il nome del bambino curdo-siriano trovato morto su una spiaggia turca nel settembre 2015. Tra queste azioni politiche e i dati, quello che dolorosamente emerge è il numero relativo alla conta dei morti e dispersi nel Mediterraneo, che negli ultimi mesi di questo 2019 sono aumentati sensibilmente. Fino al 31 marzo 2019 una fonte indica in 288 i morti nella rotta dalla Libia all’Italia; altre fonti calcolano 1.260 morti e dispersi nelle tre rotte - dall'Africa alla Spagna, dalla Libia all'Italia e dalla Libia alla Grecia -; si tratta di dati indicativi, perché, non conoscendo il numero esatto di quanti partono, la conta viene fatta in base al racconto dei superstiti delle traversate. Un rapporto dell’ONU, pubblicato a dicembre 2018, ha confermato come in Libia, nelle carceri, i migranti sono sistematicamente privati della libertà personale, torturati, stuprati, rapiti per ottenere riscatti dai familiari in Europa o nei paesi di partenza, costretti ai lavori forzati, uccisi. Nel Report dell’associazione non governativa Human Rights Watch dal titolo Human Rights Abuses Against Migrants in Libya, pubblicato il 20 dicembre 2018, si riferisce che il numero di migranti bloccati, imprigionati in questo enorme collo di bottiglia chiamato Libia, oscillerebbe tra settecentomila e un milione, provenienti perlopiù dal Corno d’Africa e dai Paesi subsahariani. Moltissime persone sono in evidente bisogno di protezione internazionale. La Libia non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951 ed è priva di una normativa in materia di asilo. Medecins sans Frontieres ha definito le condizioni dei luoghi di detenzione dei migranti come disumane.

Osservando l’azione politica sul territorio nazionale italiano assistiamo al ricorrente ritornello demagogico salviniano: porti chiusi e sgomberi, ruspe ruggenti contro gli accampamenti “abusivi” dei richiedenti asilo e non. Gli sgomberi, i più eclatanti a Roma sono stati quelli di Piazzale Maslax e quello della ormai già semideserta ex Fabbrica di Penicillina. L’ultimo, in ordine di tempo, quello della tendopoli di San Ferdinando in Calabria, luogo di dimora per circa 1.200 migranti, impiegati illegalmente dai caporali nei campi di lavoro per la raccolta ortofrutticola di kiwi, arance e clementine. C’è anche da registrare un braccio di ferro con le Ong che operano nel mar Mediterraneo, le quali soccorrono le tinozze stracolme di gente in fuga dai loro paesi e dai campi di detenzione libici.

Nel 2017, nel mondo, il numero di persone costrette a fuggire a causa di guerre, violenze e persecuzioni ha raggiunto un nuovo record per il quinto anno consecutivo: secondo l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, a fine 2017 erano 68.5 milioni le persone costrette alla fuga in tutto il globo; di queste 16.2 milioni di persone solo nel corso dell’anno passato hanno abbandonato le proprie case per la prima volta o ripetutamente. Ben 44.500 persone ogni giorno, una persona ogni due secondi, inizia il suo percorso di fuga dalla disperazione e va incontro ad altra disperazione. Guerre, conflitti territoriali, condizioni di miseria insopportabili, difficoltà di accedere a risorse fondamentali come acqua e cibo, se non si agisce presto, continueranno ad alimentare il movimento disperato di milioni di persone. È possibile credere ancora che la soluzione del problema sia la semplice alzata di barriere all’ingresso in Italia come in Europa? I miopi non vedranno e non si turberanno più alla vista di disperati e qualcuno vedrà aumentare il proprio consenso elettorale. Non vedere non significa però che nulla più accada. Non è solo questione morale, fondamentale se ci si vuole sentir parte di un mondo civile. Se oggi ci lasciamo spaventare dal flusso di migranti, se non agiamo per zittire i cannoni, se non interveniamo sulle ragioni politiche, economiche e ambientali che ne provocano il movimento, se continueremo ad ignorarne le motivazioni, il rischio concreto è che, con il tempo, saranno quelle ragioni ad attraversarci, a raggiungere i nostri territori. Ma potrebbe essere troppo tardi per intervenire.

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