Integrazione: diritti e doveri di Achille Aveta (Pubbl. 07/07/2017)

La questione “migranti” è tornata ad occupare le prime pagine dei giornali e i titoli di apertura dei telegiornali per il fatto che il fenomeno sta assumendo dimensioni ingestibili dalla sola Italia e per la sostanziale indifferenza che caratterizza i partner europei. La situazione attuale è tale che sono sempre più flebili le voci di chi ricorda i valori della solidarietà e dell’integrazione tra i popoli. Qualcuno si pone la domanda: si può lottare contro l’intolleranza senza divenire intolleranti? Sì, se le opinioni che si contrastano sono insostenibili perché assurde: le leggi della logica e del razionale non sono una questione di opinione, né è tollerabile la negazione di un fatto! La tolleranza non può applicarsi, per esempio, all’apologia dell’omicidio, agli appelli all’odio, alla sistematica violazione del diritto all’integrità della persona. In un recente articolo ( http://www.zonagrigia.it/ilc20062017 ) Alfonso Coppola ha fatto riferimento ad una pronuncia della Corte di Cassazione del 15 maggio 2017, con la quale si è precisato un principio spesso trascurato: l’integrazione degli immigrati nella società di accoglienza deve essere condizionata all’obbligo di conformare i propri valori e la propria condotta alle leggi dello Stato in cui si intende risiedere. È, quindi, evidente che esistono dei limiti alla neutralità dello Stato in materia di divergenze etiche; per illustrare, lo Stato non può restare neutrale nei confronti del problema dell’aborto, e – come ha scritto il filosofo britannico  Bernard Williams - «le sue leggi potranno tracciare delle distinzioni fra le varie situazioni in cui l’aborto può essere praticato, ma alla fine non può sfuggire la constatazione che taluni resteranno convinti che un certo genere di atti dovrà essere autorizzato legalmente, mentre altri saranno ugualmente convinti che gli stessi atti dovranno essere proibiti. Nessuna società può evitare di operare, in tali materie, scelte sostanziali di ordine collettivo. E, in questo senso, ci sono dei limiti alla tolleranza, anche se la gente continua a rispettare le opinioni altrui». In nome della tolleranza non possono passare sotto silenzio i frequenti casi di segregazione fisica compiuta su minori per il fatto che questi non accettano di sottostare a usi e tradizioni come l’endogamia, i matrimoni combinati o a prassi deleterie come il rifiuto di determinate terapie mediche. Se è vero che anche ai genitori immigrati spetta l’oneroso compito di educare i propri figli, è pur vero che gli stessi genitori sono obbligati al rispetto delle leggi della Repubblica, senza se e senza ma. In definitiva, la tolleranza presuppone il disaccordo, dà per scontato che esistano sistemi di pensiero incompatibili e universi intellettuali inconciliabili; senza la molteplicità di atteggiamenti e comportamenti la tolleranza non avrebbe ragione di esistere. Ma, in nome dell’integrazione non si posso calpestare le condizioni di convivenza civile vigenti in Italia e doverosamente normate a beneficio di tutti, con tutele e obblighi.