La banalità del male  di Sergio Pollina (Pubbl. 04/03/2019) 

Nel libro che porta questo titolo, e che a suo tempo suscitò molto scalpore, Hannah Arendt ci svelò il vero volto del male. No, esso non si celava dietro la maschera orrenda e diabolica di Satana, né dietro lo sguardo allucinato del genocida Hitler o del sanguinario Pol Pot, e nemmeno dietro la faccia da contadino di Josif Stalin, che sterminò 15 milioni di suoi compatrioti. Esso si cela, invece, dietro gli occhiali da miope di un anonimo e insignificante, piccolo e grigio burocrate, padre affettuoso e marito esemplare di nome Adolf Eichmann, l’uomo che pianificò e portò a termine lo sterminio di sei milioni di ebrei, e che gli psichiatri incaricati di esaminarlo definirono un uomo “non solo normale, ma ideale”. Oggi, quando si ricorda ciò che fece quest’uomo “normale”, pensiamo che si sia trattato di un’eccezione, di un mostro assolutamente alieno dalla civiltà in cui era nato e cresciuto. Purtroppo non è così. È la stessa Arendt a spiegarcelo: “Ma il guaio nel caso di Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica […] che questo nuovo tipo di criminale, realmente hostis generis umani, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male”.

Il male non si muove mai da solo; esso serpeggia fra di noi in compagnia delle sue ancelle; una d’esse ha nome INTOLLERANZA, che è l’esatto contrario della TOLLERANZA. Nella prefazione al celebre Trattato sulla tolleranza di Voltaire, Salvatore Veca spiega che: “La tolleranza è propriamente una virtù pubblica […] La costituzione e le istituzioni politiche di una società tollerante si basano su una particolare modalità del riconoscimento dell’essere eguali i cittadini in quanto titolari di diritti e del loro essere differenti, in quanto membri di una varietà di cerchie di identificazione collettiva, alternative a quella comune di cittadinanza”. Vi sarebbe molto che ancora andrebbe detto sull’argomento, e per questo rimandiamo alla lettura del capolavoro di Voltaire. Ma, per quanto qui ci interessa, ciò che è certo è che la virtù della tolleranza esclude senza ambiguità alcuna lo slogan che oggi va tanto di moda in alcuni circoli delle destre estremiste, e cioè il “prima gli italiani” o anche “America first”. Presumere che in una repubblica democratica e liberale alcuni cittadini vengano prima degli altri significa, come infatti avviene, aprire, spalancare le porte alla discriminazione sociale. E cosa vi è di più facile nella pratica della discriminazione dell’individuare il suo elemento più ovvio ictu oculi e accessibile a chiunque, cioè quello rappresentato dal colore della pelle? Le cronache di questi giorni ci hanno messo di fronte – fra i tanti – a un episodio che ci fa rabbrividire e che riguarda un bambino italiano di colore al quale il suo maestro ha inflitto l’onta peggiore che un bimbo di quell’età possa subire: essere messo alla berlina di fronte a tutta la classe dicendo a tutti i suoi compagnetti: “guardate quant’è brutto […] non ti voltare, così non vedo quanto sei brutto”. Si tratta dello stesso maestro che pochi giorni prima aveva apostrofato la sorella del piccolo chiamandola “scimmia”. Si tratta di due episodi orrendi ed emblematici che la dicono lunga sul clima sociale che si sta sviluppando nel nostro Paese nel quale, a spallate sempre più forti, si sta scardinando la tenuta democratica e la convivenza civile. Episodi che, d’altronde, non giungono inaspettati, se si tiene conto che a promuoverli e fomentarli sono proprio personaggi di rilievo del nostro personale politico. Come dimenticare infatti che un elemento di spicco di uno dei due partiti attualmente al potere è l’eurodeputato Mario Borghezio, dai trascorsi giovanili in ambienti dell’estrema destra extraparlamentare. O che dire del senatore Roberto Calderoli, che è stato condannato per aver dato dell’orango a un ministro della repubblica, Cecile Kyenge, solo per il colore della sua pelle. E, infine, come non citare l’attuale ministro Salvini che - dopo la tentata strage di Macerata del febbraio 2018 nella quale Luca Traini, esponente della destra estrema e in precedenza candidato alle elezioni comunali per la Lega Nord, sparò a casaccio sui neri che incontrava, ferendone sei - commentò che quanto era accaduto era la conseguenza dell’immigrazione incontrollata e che per questo fu accusato da Roberto Saviano d’essere il “mandante morale” di quel tremendo fatto di sangue. Si tratta dello stesso ministro che nei giorni scorsi si è recato a visitare nel carcere di Piacenza l’imprenditore Angelo Preveri, condannato per tentato omicidio per aver sparato a un ladro in fuga. Le sentenze giudiziarie si possono anche discutere, ma un Ministro dell’Interno che si reca a portare la propria solidarietà a un condannato è una contraddizione in termini, che la dice lunga su quanto possiamo aspettarci nel prossimo futuro in Italia.

Il razzismo e l’antisemitismo sono due facce della stessa medaglia. Come spiega Paolo Natale, docente di Metodologia della ricerca a Scienze Politiche dell’Università statale di Milano: «Il razzista nostrano non indossa tunica e cappuccio (del Ku Klux Klan), ma non è meno pericoloso di quelli, in quanto “ritiene di appartenere a una razza superiore e più progredita di quella degli extracomunitari”»; e, parlando del maestro di Foligno di cui sopra, Giuseppe De Rita dice che: “Non è un razzista, è solo un imbecille cattivo”. Ma è di questi “imbecilli cattivi” che il nostro Paese si sta popolando ogni giorno di più, e questo non può non richiamare alla mente l’esperienza di Liliana Segre, narrata da Enrico Mentana in La memoria rende liberi, la cui trama ci mette di fronte allo smarrimento di una bambina di otto anni che viene espulsa dalla scuola senza aver fatto nulla di male, ma soltanto in virtù dello slogan del tempo: “prima gli italiani (ariani)”.

Fra i due episodi, quello di Foligno e la vicenda della Segre, vi è un filo rosso che li accomuna, anche se, fortunatamente, il maestro di Foligno viene – almeno formalmente – riprovato, mentre nel caso della senatrice Segre, ciò che accadde era stato sancito da una infame legge dello Stato.

L’Italia è un paese a maggioranza cattolica, cioè cristiana, e pertanto dovrebbe conoscere, e seguire, l’esortazione di Paolo di Tarso (Galati 3, 28) secondo cui: “Non c’è Giudeo né Greco, non c’è né schiavo né libero, non c’è uomo o donna: tutti voi siete una sola persona in Cristo Gesù”. Ma è evidente che le esigenze di “bottega”, ovvero quelle di vellicare la parte peggiore di molti italiani a fini elettorali, prevalgono sempre e comunque sul pensiero di Cristo, che viene celebrato da tutti a Pasqua e Natale, per poi riporlo in cantina per il resto dell’anno.

In questo tristissimo clima vi è, però, un barlume di speranza, ed esso ci viene dato proprio dai bambini, quei piccoli che, coralmente, hanno portato alla luce e denunciato con forza e riprovazione il comportamento indegno di un adulto, a loro apparso assurdo e violento, ancor prima che infame e razzista. Bambini che, nella loro innocenza e candore, ci ricordano quelli a cui Cristo rivolse l’invito ad andare da lui, esortando gli altri, gli adulti, a imparare da loro.

Sono quei bambini che ci impartiscono una lezione, l’unica che può proteggerci dalla banalità del male che quotidianamente ci insidia e subdolamente si insinua nelle pieghe della nostra società. Quei bambini sono degli eroi, perché l’eroe non è l’essere straordinario capace di uccidere e morire per un assoluto, ma l’uomo o la donna del tutto ordinari, “banali”, che sappiano disobbedire a qualunque assoluto, quando si tratta di non far male, o di impedire che altri lo facciano. Eroe è chi vede il dolore inferto e decide di prender partito. L’eroe non è Achille, ma Socrate. E il suo coraggio non consiste nell’affrontare il rischio fisico, ma quello civile, e che, giorno dopo giorno, senza aspettarsi riconoscimenti, applausi e onori, continua a seguire ciò che gli detta la coscienza andando anche controcorrente, perché egli sa che è giusto così.

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