Ora che cantano i galli di Concetta Russo (Pubbl. 03/06/2019)

Ci sono momenti in cui i pensieri si affastellano disordinatamente, mi assalgono e mi spingono in più direzioni lasciandomi frastornata e incerta, incapace di disciplinarli e piegarli alla coerenza e al rigore che richiedono per essere tali: pretendono e rivendicano di essere tutti ascoltati allo stato brado. Allora non mi resta che affidarmi all’immaginazione e fare finta di essere a teatro e assistere allo spettacolo della mia mente. Su quell’affollato palcoscenico le idee si danno convegno per recitare al meglio il loro personaggio e conquistarmi per avere un ruolo da protagonista: ognuna di loro dà prova e capacità di discernere, di argomentare e rivendicare la centralità sulla scena. Alla fine di questa commedia interiore è probabile, se sono stata una spettatrice attenta e perspicace - eventualità che può anche non verificarsi –, che una di esse sarà vincente e scalzerà tutte le altre per la sua robusta e convincente chiarezza, per me e presumibilmente per altri. Come una brava e ordinata attrezzista alla fine dello spettacolo raccolgo e sistemo tutta la roba occorsa e quel che resta delle altre idee e mi godo il piacere, sia pur transitorio, di un pensiero ordinato ed elegante, di una dolce sensazione che chiamiamo comprensione.

Questa particolare specie di baruffa si è scatenata nella mia mente anche in questi giorni, prima di furiosa campagna elettorale e ora di interminabili commenti, in un clima politico fastidiosamente ingombrante e infondatamente egemonico che ha la pretesa di offuscare tutto il resto, il buono e il cattivo che nel frattempo la vita riserva alle persone. La mia reazione è stata una sorprendente rinuncia all’idea di politica, un rifiuto tout court e nichilista, nessuna idea riusciva a risolvere il paradosso nel quale mi trovavo: per cambiare o migliorare le cose è necessario un impegno, scendere in campo, ma come si fa se questo incontra la politica che disprezzo? Tutta la drammaturgia scritta e reale del dopoguerra mi sussurra che la politica e il potere che la sostiene è negativa, che la pace è tregua tra una guerra e un’altra. Per fortuna, come spesso mi accade in questi momenti di scoramento e disorientamento, mi hanno aiutato il ricordo di trascorse letture e di una recentissima: questa volta è toccato al “Saggio sulla lucidità” di Saramago e Rondini a Scampia di Martina Pignataro, scritto con magistrale sensibilità per questo giornale. Saramago mostra il volto petrigno della politica come quello delle Gorgoni, dal quale sento di dovermi difendere. Sento incombente il pericolo di un vuoto labile, di un involucro nel quale può avvolgerti qualsiasi cinico e sfaccendato avventuriero. È davvero scoraggiante. La notizia del ritorno delle rondini mi ha ricordato l’altra possibilità della politica: la schietta attenzione verso la vita delle persone, degli animali e di quanto questa terra ci mette precariamente a disposizione. Sì, è questa la parte più sostanziale, veritiera e duratura che fa della politica odierna un qualcosa di diverso dai tempi andati, che evidenzia, rende concreto e rivendica la sua necessaria e realistica natura democratica, ci ricorda tutto il felice e affaccendato operoso brulichio di individui di piccole e grandi comunità che solidarizzano per salvaguardare anche quelli fuori o diversi da loro.

Ora siamo di nuovo assaliti e frastornati da una schiatta di politici e commentatori pronti a dispensare parole che cadranno dal cielo come stelle cadenti, ora che i galli cantano due e più volte, per annunciare altri tradimenti, volgiamo lo sguardo e le orecchie altrove negli spazi autonomi, nei vasti ed ariosi territori che esistono e che non sempre e necessariamente sono percorsi da qualche politico di turno e che, se proprio decidessero di attraversarli, non saranno impietosamente costretti alla gogna. Ci sono tante cose che mai potranno essere divorate da questi famelici personaggi. Possiamo pensare e vivere oltre e in un altrove, in luoghi diversi che esistono e sono già abitati. Le delicate ma tanto incisive azioni compiute tutti i giorni possono essere paragonate alle tante schede bianche uscite dall’urna nell’ipotetico paese descritto da Saramago o alle azioni dei tanti che non sono andati a votare. Sono i tanti gesti singoli o collettivi che mettono in crisi il potere e che lo costringono a ridimensionarsi e a guardare con impotenza il suo sogno di onnipotenza.

Ci sono idee e pensieri che reggono al trascorrere del tempo, che non si arrugginiscono mai, hanno una presa ferrea e sotterranea, la loro visibilità può essere offuscata dalla prepotenza di altri mezzi comunicativi, ma non si affievoliscono, riappaiono con forza e vigore, attraversano confini geografici e culturali, non conoscono muri e dogane, non sono smentiti bensì corroborati dal trascorrere del tempo e dall’impatto con la mutevole realtà. Sono quelle particolari e universali guide che soccorrono gli uomini e le donne nei momenti difficili e per alcuni tragici, perché poggiano su un sincero sostegno e una amorevole vicinanza verso gli altri, suscitano gesti garbati e uno sguardo indulgente sulla vita. Bisogna armarsi di pazienza per sopportare gli intoppi e le fatiche che le continue lotte di potere innescano per inserirsi in tutte le svariate e libere attività umane. Fermarsi ogni tanto per rifocillarsi all’infinito mondo delle idee e delle buone azioni è appagante, come a un’antica stazione di posta: cambiare cavalli e postiglioni, per poi ripartire più freschi per affrontare la tappa successiva.

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