A Cuba si piange, a Miami si festeggia

 di Giuseppe Capuano 

(Pubbl. 02/12/2016) 

A Cuba si piange. A Miami si festeggia, si sberleffa chi solo la natura è riuscito a fermare. Fidel Castro, il lider maximo, è morto. Ha lasciato la vita, ha lasciato Cuba, ha lasciato il mondo che ha amato con intensità e con intelligenza unica. È sopravvissuto a dieci presidenti Usa e a 600 attentati. Cosa abbia fatto e come lo abbia fatto, è stato lui stesso a raccontarlo a Gianni Minà nella ormai storica intervista del 1987, ripetuta nel 1990 dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica e del suo blocco politico militare*. Libri sicuramente da rileggere. Anche se il simbolo della sua rivoluzione è stato il volto del “Che” nella foto del 1960 di Alberto Korda, Fidel ha simboleggiato il padre, il fratello maggiore, non solo per i cubani ma per generazioni di giovani che vedevano realizzarsi il sogno di una rivoluzione come affermazione della gioia di vivere tra i suoni, i colori, le spiagge della sua magnifica isola, così lontani dalle tristi icone sfornate dagli artisti del realismo socialista. Fidel, il Davide della piccola Isola contro il Golia statunitense. Una leggenda che nasce nel modo stesso in cui ha conquistato il governo. Un manipolo di 80 rivoluzionari decimati già all’atto dello sbarco sull’isola. Rimasti in 15 e rifugiatosi nelle alture della Sierra Maestra. Uno sparuto esercito di guerriglieri che, con mezzi a volte di fortuna, tengono testa e sconfiggono quello del  ben armato dittatore Batista. Fidel, il Davide che ha resistito all’abbraccio fatale con i suoi “naturali alleati” del blocco sovietico, riuscendo a diventare leader dei Paesi non allineati, e del terzomondismo. Una piccola grande rivoluzione cresciuta in quello che gli Usa considerano da sempre il cortile di casa e che ha portato il mondo  nel 1961 vicino all’olocausto nucleare. Una Cuba che a più riprese ha subito l’onta di vedere migliaia di suoi cittadini in fuga su mezzi di fortuna verso le ricche coste della vicina Florida. Fidel ha resistito, e continuato a resistere per 57 anni, alle lusinghe di un capitalismo che in Sudamerica, più che altrove, ha portato favolose ricchezze a  pochi e miseria nera a molti. Fidel, l’avvocato che ha studiato Marx dopo aver compiuto una rivoluzione che nasceva come guerra d’indipendenza dall’invasione mafiosa,  ma che non trovò nella borghesia del suo paese un riferimento possibile per consolidare l’indiscutibile successo. Fidel, comunista per necessità, nei lunghi anni di governo ha garantito al suo popolo un sistema sanitario tra i migliori del mondo e uno straordinario ed innovativo sistema scolastico, trasformando il durissimo embargo americano in una occasione per rendersi autosufficiente in molti campi, come in quello della ricerca medico scientifica che ha raggiunto livelli di staordinaria  eccellenza. Severamente odiato dai liberali e dai liberisti, detestato di comunisti ortodossi perché il suo Partido Comunista de Cuba è stato il meno marxista della storia,  non  amato neanche dalla sinistra della sinistra, perché troppo duro con i suoi avversari. Fidel è tutto questo. E’ 50 anni e più di storia di un mondo in movimento. Artefice di piccole grandi cose che potrebbero da sole spiegare la durata di un mito, adorato da molti disprezzato da tanti. Ma c’è qualcosa di più. Fidel  ha avuto una vita segnata da luci ed ombre. Della Storia della Cuba rivoluzionaria si conosce quasi  tutto e a Fidel si è preferito non perdonare niente,  mentre si è dimenticata  l’infamia del ruolo della CIA e degli USA nella tragica fine di Allende in Cile, nella guerra in Vietnam ed altrte nefandezze, compresa la falsa storia delle armi nucleari di Hussein. Fidel ha saputo mostrare la sua forza e non ha avuto paura delle sue debolezze. La sua non è stata un’utopia, un immaginare un modello di società in un mondo che non c’è, ma una ucronia, il continuo misurarsi con le difficoltà del presente sperimentando, costruendo, modificando l’azione del suo governo in un luogo reale, a dispetto di dogmi e teorie. Addebitare a lui l’incerto futuro della sua Cuba, oltre che ingeneroso, sarebbe profondamente sbagliato. Ha combattuto, ha vinto, ha portato il suo Paese ad una possibile normalità. È compito di chi è venuto dopo di lui riuscire a far vivere quell’esperienza nei mutati contesti nazionali e internazionali.  Non è certo demerito di Fidel se negli Usa vince Trump, se la Cina comunista è diventata il modello di un capitalismo distruttivo, dove i lavoratori vivono in condizioni di semi schiavitù, se la sinistra progressista, anche la più antisovietica, si è dissolta sotto le macerie del muro di Berlino appiattendosi sulle logiche del liberismo. Il nodo politico e culturale irrisolto è forse di natura antropologica: come e cosa incentiva le persone ad appropriarsi della propria vita? Finito lo spirito combattente della prima ora, la partecipazione all’evento rivoluzionario, cosa spinge le persone ad impegnarsi, a competere, a trovare soluzioni vincenti? Solo un desiderio sfrenato di possesso? Questi gli interrogativi ai quali  l’intera umanità non ha, ad oggi, saputo dare una risposta, nonostante i segnali nefasti di una possibile autodisttuzione del pianeta. Per questo ci auguriamo, ed auguriamo ai cubani, che la straordinaria esperienza di questi decenni non si dissolva sotto il tintinnio dei dollari americani.

*I due incontri sono riuniti nel libro Gianni Minà, Fidel Castro Sperling & Kupfer Editori tradotto in quasi tutte le lingue

Commento di Daniela

Lettura molto interessante e arricchente. Una visione storica, una "monografia" resa suggestiva e "complessa"... Grazie

Commento di Luigi Spina

Non discuto la ricostruzione di Capuano e l'emozione nel rivivere momenti della storia passata, che in Occidente hanno avuto forte significato ideologico e simbolico. Mi colpisce però, da studioso, l'uso del termine 'ucronia' come contrapposto a utopia. L'ucronia fu definita dal suo inventore francese come 'l'utopia del tempo passato' e si identifica oggi con la storia controfattuale, con la domanda: cosa sarebbe accaduto se? Cioè, individuare un punto di svolta a partire dal quale la storia non è più quella che abbiamo conosciuto ma quella che sarebbe potuta essere se... Direi allora che l'ucronia potrebbero scriverla gli avversari di Fidel, quelli che magari hanno subito carcere e sofferenze o esilio. Cosa sarebbe stata la 'loro' Cuba se Fidel non avesse vinto? Ecco, l'ucronia seve a rendere relativa anche la storia, almeno per ipotesi, esercitandosi a immaginare come sarebbe stata se....