A che serve l’odio? di Achille Aveta (Pubbl. 30/05/2017) 

Questa volta è toccato a Manchester, nella cui Arena domenica 21 maggio un inqualificabile attentato ha troncato le vite di numerosi adolescenti recatisi in quel luogo per assistere ad uno spettacolo musicale. Fin dai primi momenti successivi al barbaro gesto, politici ed inquirenti hanno indicato l’Isis come mandante del drammaticogesto terroristico. E, subito, nei commenti pubblici e privati ha rifatto capolino la tesi dello “scontro di civiltà”, formulata per la prima volta dal politologo statunitense Samuel J. Huntington nel 1993; fatti tragici del genere producono l’effetto di turbare profondamente la nostra visione del mondo edulcorata, dalla quale la semplice possibilità di una guerra è stata rimossa quasi per abitudine. La tragedia di Manchester ci fa rivivere il timore di “una Terza guerra mondiale a pezzi”, tante volte evocata anche da papa Francesco. Così, come ha scritto Paolo Ortelli (“Malinteso di civiltà: due letture per ragionaresu micromega-online), «le stragi terroristiche in Europa ci colgono ogni volta impreparati. Quando la violenza irrompe nella quotidianità con improvvisa concretezza, la paura e il disorientamento spingono a cercare rassicurazioni cognitive, più che spiegazioni. Il bisogno di dipingere un nemico dai tratti ben definiti, più facile da mettere nel mirino, la tendenza a semplificare che respinge il peso angosciante della complessità: a cadere in queste trappole mentali non sono soltanto i cittadini distratti o privi di strumenti, ma spesso anche coloro che partecipano a definire le scelte pubbliche in materia di sicurezza internazionale, nelle università così come nelle istituzioni». Purtroppo, in molti Paesi occidentali, a seguito di questi disumani atti terroristici, siglati Isis, i populisti di turno agitano i vessilli dell’islamofobia, mentre sempre più flebili appaiono le voci di chi chiede ai musulmani di dissociarsi pubblicamente da tali azioni violente, disumane, contrarie anche allo spirito coranico. La manipolazione del sentimento religioso, delle differenze, della storia può portare al disastro sociale dell’esclusivismo, può distruggere la convivenza civile con conseguenze inimmaginabili, tenuto conto del fatto che ci stiamo evolvendo in una società sempre più multietnica. In altre parole, come osserva Ortelli, qualcosa di simile a uno “scontro di civiltà” potrebbe verificarsi, se continuiamo a pensare e comportarci come se fosse già in atto. Evitarlo è forse il compito più urgente cui sono chiamati gli intellettuali del nostro tempo. Infatti, insistere semplicemente sulla teoria dello “scontro di civiltà”, del tutto ipotetica, riesce a rendere sempre più reale l’universo immaginato e propugnato come obiettivo strategico dal terrorismo fondamentalista, da Bin Laden all’Isis: quello di parlare a nome di tutto l’Islam, pur rappresentandone in realtà solo una misera minoranza; mentre la maggior parte delle società musulmane si sente minacciata da una politica imperialistica occidentale percepita come “crociata”. Continuare nella prospettiva dello “scontro di civiltà” e sovrastimare il fattore etnico-religioso significa scadere in un’interpretazione dei fatti internazionali che nell’epoca Bush ha dato prova di essere disastrosa. L’invasione di Afghanistan e Iraq diede il colpo di grazia a due stati che erano già sull’orlo del collasso a causa di una gravissima crisi di legittimità, della proliferazione di milizie private, dell’ascesa di gruppi politici fondati su identità tribali o settarie. Quindi, il vuoto lasciato dal crollo del regime di Saddam e di quello talebano, in assenza di efficaci piani di stabilizzazione della regione, scatenò le forze ribelli dei due Paesi, dove accorsero jihadisti da tutto il mondo. Ecco perché sconfiggere i talebani e Saddam Hussein, lungi dallo sconfiggere Al Qaeda, ha creato un formidabile brodo di coltura per il terrorismo islamico, e neanche la sconfitta di Al Qaeda ha debellato il terrorismo, piuttosto ha accentuato l’instabilità mediorientale spalancando le porte all’Isis. Dunque, come osserva Ortelli commentando alcuni scritti correlati alla questione, «bisogna soprattutto occuparsi della madre di tutte le urgenze: il ritorno della politica come impegno collettivo, che sappia incanalare il disorientamento e il risentimento diffusi in progetti rivolti al futuro.» Ragionare è l’unica via per sfuggire sia all’idea fatalista di caos globale, sia all’accusa di “buonismo”, categoria in cui viene ormai fatto rientrare qualunque discorso etico fondato sul rispetto universale della dignità umana. E sul piano individuale? Occorre prendere a modello l’esempio di Antoine Leiris la cui moglie morì nella strage al Bataclan di Parigi del 13 novembre 2015; ebbene, alcuni giorni dopo le stragi di Parigi e Saint Denis, rivolgendosi idealmente ai terroristi dell’Isis attraverso i social media, Antoine inviò il seguente messaggio: «Non avrete il mio odio. Non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete.»